Camilla Ravera, un ricordo di una donna straordinaria

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di Giorgio Langella

thOgni tanto prendo tra le mani una fotografia e la guardo attentamente. È un’immagine che ritrae Enrico Berlinguer mentre rivolge uno sguardo affettuoso e un sorriso dolce a una piccola signora molto anziana. Quella signora, così fragile e carica di anni, è Camilla Ravera. Una donna straordinaria che ha fatto la storia del nostro paese. Camilla Ravera nacque ad Acqui Terme il 16 giugno del 1889. Si iscrisse al Partito Socialista e, poi, fu tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia. Dopo l’arresto di Antonio Gramsci dal 1927 al 1930 fu segretaria generale del PCdI. Nel 1930 venne arrestata e condannata dal tribunale fascista a 15 anni e mezzo di detenzione passati tra carcere e confino a Ponza e Ventotene. Qui, nel 1939, venne espulsa, assieme a Terracini, dal direttivo del collettivo di Ventotene per aver criticato il patto Ribbentrop-Molotov. Ottenuta la libertà, dopo l’8 settembre 1943, continuò a lottare e organizzare la resistenza al nazifascismo. Dopo la Liberazione Togliatti, che definì l’espulsione di Ventotene “una sciocchezza”, la richiamò alla Direzione del Partito Comunista Italiano. Camilla Ravera fu eletta in Parlamento nel 1948. Nel 1958 decise di non ripresentarsi alle elezioni per dedicarsi soprattutto al Partito. Nel 1982, fu nominata senatrice a vita dal Presidente Sandro Pertini. Camilla Ravera morì il 14 aprile 1988.Visse una vita intensa dedicata a organizzare il movimento dei lavoratori, delle donne, dei giovani. Una vita ben spesa per cancellare sfruttamento e soprusi. Nel 1980, durante lo storico sciopero dei lavoratori della Fiat, davanti ai cancelli della fabbrica torinese Camilla Ravera tenne un comizio seguito da migliaia di lavoratori. In quell’occasione (come riporta il bel libro di Nora Villa “La piccola grande signora del PCI. Camilla Ravera: rivoluzionaria di professione”) volle ripetere ai lavoratori l’insegnamento di Gramsci “non perdete mai il contatto con la realtà della storia”. Camilla Ravera ricorda che le avevano preparato un palco molto alto e che c’era un mare di operai. Spiegò le ragioni per le quali la Fiat era entrata in una fase di diminuzione della produzione, a causa della crisi del petrolio. Ma disse che era un errore licenziare. Non solo un’ingiustizia, un errore! Per lei era necessario “dirottare la produzione verso altri tipi di trasporto, dall’automobile individuale ai trasporti sociali”. A 91 anni Camilla Ravera ci diede una lezione, l’ennesima. La riconversione (verso prodotti di uso collettivo) prospettata da quella fragile signora carica d’anni e d’esperienza aveva una lungimiranza che i i “nostri” industriali non hanno quasi mai avuto. Non solo. Con quelle parole Camilla Ravera affermava quale doveva essere l’obiettivo dello sviluppo democratico. I lavoratori possono e devono diventare costruttori del cambiamento della società. Per fare questo devono progettare un nuovo modello di sviluppo. Significa passare dalla “morale di schiavi” nella quale sono costretti dal sistema capitalista in quella “morale di produttori” che permetterà loro di dirigere la trasformazione della società verso il socialismo. Una vera e propria rivoluzione per la quale lei aveva combattuto tutta una vita. Quella fotografia è il riassunto di una grande storia. La storia di donne e uomini che hanno dedicato la propria vita per cambiare lo stato di cose presenti. Politici onesti, integerrimi e morali. Persone totalmente diverse da quelle figure mediocri e arroganti che oggi si aggirano nelle aule parlamentari e che “fanno politica” solo per tornaconto personale, per favorire qualche comitato d’affari o per compiacere qualche potere forte. Personaggi infimi che dovrebbero essere spazzati via.

RAVERA, Camilla. – Militante comunista, nata ad Acqui il 18 giugno 1889. S’iscrisse alla sezione torinese del PSI nel gennaio del 1918. Fu con il gruppo di Gramsci fondatore del PCI in Italia nel 1921 e venne incaricata dallo stesso Gramsci di curare nel quotidiano comunista L’Ordine Nuovo la pubblicazione settimanale della “Tribuna della donna” che ebbe inizio nel marzo del 1921 e affrontò subito gli aspetti principali della condizione e dell’emancipazione femminile, occupandosi particolarmente della situazione delle lavoratrici più oppresse e sfruttate. Nel luglio del 1922 assunse la direzione torinese del quindicinale Compagna che ebbe breve vita perché soppresso dal fascismo. È stata l’unica donna nell’esecutivo del PCI alla testa del centro interno clandestino subito dopo le leggi eccezionali del 1926 che abolivano ogni residua libertà e garanzia costituzionale. Fervente antifascista, venne arrestata il 10 luglio 1930 mentre dirigeva il centro interno clandestino, e dal Tribunale speciale fu condannata a 15 anni. Nel 1932, con l’amnistia del decennale fascista, la sua pena fu ridotta a cinque anni e sei mesi. Scontata la prigione nelle carceri di Trani e Perugia, venne poi inviata al confino di Ponza e Ventotene dove rimase fino all’agosto del 1943. Partecipò attivamente alla Resistenza nel Pinerolo nella zona di Torre Pellice dove istruiva i giovani delle formazioni partigiane. Nel dopoguerra è stata membro del Comitato centrale, poi della Commissione centrale di controllo del PCI e deputata per due legislature. È membro del Comitato direttivo nazionale dell’UDI (Unione Donne Italiane). Ha pubblicato: Diario di trent’anni (Roma 1973) e Breve storia del movimento femminile in Italia (ivi 1978). Una raccolta delle lettere della R. del periodo 1939-43, preceduta da una biografia di A. Gobetti, nel volume Vita in carcere e al confino (Parma 1969).
Enciclopedia Italiana – IV Appendice

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