Stalingrado 1943: la madre di tutte le vittorie

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Traduzione di Marica Guazzora

Il 2 di febbraio del 1943, 75 anni fa, terminò quella che fu la madre di tutte le battaglie. Non solo della Seconda Guerra Mondiale, ma probabilmente di tutta la storia dell’umanità, la battaglia di Stalingrado. Sia per il numero di uomini coinvolti e di vittime registrate, come per la violenza dei combattimenti  (strada per strada, casa per casa) non c’è nessuna altra guerra, né prima né dopo, che possa essere paragonata a questa. Ma fu soprattutto l’importanza decisiva di quello che c’era in ballo,  e quello che significò la vittoria sovietica, a conferire meritatamente un titolo del genere.

La resa totale delle forze nazi-fasciste lungo il Volga confermò la svolta decisiva della guerra a favore dell’Unione Sovietica, che nel maggio del 1945 portò a compimento a Berlino, dopo aver liberato  tutta l’Europa centrale ed orientale, la definitiva sconfitta del nazi-fascismo. L’immagine iconica di questo momento è la bandiera rossa con la falce, il martello e la stella a cinque punte che sventola sulla cima del Reichstag.

A Stalingrado, tra il luglio del 1942 e il febbraio del 1943, si combatté non solo per il controllo della città, ma anche per il futuro dell’umanità.

Stalingrado, per la sua posizione geografica, assunse un importante valore strategico. La sua caduta avrebbe permesso all’aggressore nazi-fascista di dividere l’Unione Sovietica, isolando il centro meridionale del paese, e di impadronirsi del Volga, dove  arrivava una  buona parte delle forniture alle truppe sovietiche. Allo stesso tempo, avrebbe aperto la strada al Caucaso e all’Asia centrale e alle loro preziose risorse minerarie.

Il valore simbolico della città non era meno  paragonabile (il suo nome era un tributo al leader sovietico di quel periodo) a quello della capitale Mosca e Leningrado, la culla della Rivoluzione socialista intitolata al suo più illustre personaggio.

«Non un passo indietro!»

La guerra lampo che permise agli eserciti nazi-fascisti di conquistare, quasi senza sparare un colpo, non solo la Francia, il Belgio e l’Olanda, ma anche tutta l’Europa centrale e orientale, subì le prime battute d’arresto nell’Unione Sovietica, dove i tedeschi avevano concentrato la stragrande maggioranza delle loro forze, vista la mancanza di un secondo fronte in Occidente. La tenacia dei difensori di Brest, Sebastopoli e Leningrado fermò il passo degli aggressori, che soffrirono nei pressi di Mosca, verso la fine del 1941, la loro prima sconfitta durante la guerra. Ma l’iniziativa era ancora dalla loro parte.

La violenta offensiva contro Stalingrado, lanciata nell’estate del 1942, garantì ai nazifascisti importanti primi successi, ponendoli in una posizione privilegiata per l’acquisizione definitiva della città, nonostante la combattività mostrata dai suoi difensori. Il 28 luglio, nel periodo più buio della battaglia, fu emesso l’ordine n. 227, firmato dallo stesso Stalin: “Il tempo della ritirata è finito, non un passo indietro!”

I mesi seguenti furono pieni di episodi di eroismo e di abnegazione rivoluzionaria e patriottica da parte delle truppe sovietiche, dei comunisti e della popolazione della città. Il tiratore Vassili Zaitzev, che abbatté centinaia di ufficiali tedeschi; i 24 elementi del presidio della cosiddetta “Casa di Pavlov”, che causarono più vittime al nemico in difesa di un singolo edificio di quanto non avessero sofferto per tutta la presa di Parigi; l’equipaggio di un carro armato sovietico che era stato bruciato, prima di morire  distrusse quattro carri armati tedeschi; o i 33 soldati del 379 ° Reggimento di fanteria, che per due giorni e due notti combatterono forze molto superiori e sconfissero 27 carri armati e 100 soldati nemici, sono alcuni  tra i molti esempi di quell’ eroismo che fu essenziale per la vittoria sovietica a Stalingrado.

Anche la conduzione superiore delle operazioni militari da parte dell’URSS fu decisiva per fermare l’offensiva nazi-fascista nell’intera linea e, da novembre, passare al contrattacco. Il 31 gennaio 1943, il maresciallo Von Paulus, comandante delle truppe degli aggressori, si arrese e due giorni dopo le ultime forze attaccanti furono sconfitte.

Fu a Stalingrado, dove il nazi-fascismo perse circa un milione e mezzo di uomini, che il destino della guerra fu deciso e i piani di dominio di Hitler, con  i monopoli che lo sostenevano, andarono in pezzi.

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