Note su questione femminile nel Partito Comunista Italiano

di Ada Donno


«Dal fallimento del vecchio partito socialista nasce il nuovo partito della classe lavoratrice, il Partito comunista italiano. Esso nasce nel momento in cui la sconfitta dei lavoratori è già segnata e la classe padronale sta passando all’attacco deciso e violento: e alla testa degli operai e delle operaie più avanzati e fedeli combatte quotidianamente la battaglia sanguinosa che la reazione ha aperto in Italia». Chi scrive è Camilla Ravera[1], ricordando il contesto critico nel quale avvenne, cento anni fa, l’atto fondativo del Partito comunista d’Italia.

Nello stesso contesto di crisi «che va dividendo e indebolendo il socialismo italiano»[2] e di «crescente violenta aggressione fascista», nasceva anche il movimento delle donne comuniste, che si pose da subito l’obiettivo della «formazione di un movimento specifico femminile capace di richiamare e unire le donne già consapevoli della specificità del loro problema e le masse popolari femminili disperse e isolate nelle loro case, ma portate dalla propria condizione a orientarsi verso un rinnovamento sociale che significasse anche per la donna maggiore giustizia e libertà».

Mentre tale obiettivo era stato finallora frenato – nel giudizio della Ravera – dallo scarso interesse della dirigenza socialista per la questione femminile e i diritti delle donne sul piano giuridico e politico e dalla visione del lavoro fra le masse femminili ristretta fra l’economicismo e il calcolo elettoralistico[3], «il partito comunista italiano, costituitosi come sezione italiana della III Internazionale, fin dal momento della sua costituzione pose il problema della emancipazione femminile tra i temi della sua elaborazione e definizione politica…», riconoscendo la specificità della questione femminile, rivendicando l’uguaglianza giuridica tra i due sessi, respingendo il pregiudizio della diversa morale sessuale tra l’uno e l’altro sesso, riconoscendo alla maternità valore sociale e alla società l’obbligo di creare istituzioni e servizi per sottrarre la donna alla condizione di schiava domestica, sottolineando l’esigenza  e l’importanza  della partecipazione femminile alla generale attività sociale, politica e culturale.[4]

In un articolo apparso sul L’ordine Nuovo di Torino il 10 marzo 1921, intitolato “Il nostro femminismo” e chiaramente ispirato da Gramsci, si tracciano le basi politiche e programmatiche del movimento delle donne comuniste che, partendo dall’assunto che «l’uomo e la donna hanno nella vita una funzione loro propria, hanno nella loro natura dei propri valori, fisici, intellettuali e sentimentali: si tratta di porre l’uno e l’altra in condizioni tali che ognuno possa liberamente svolgere, manifestare e utilizzare tali valori a beneficio proprio e della collettività», prefigurano una società in cui l’uomo e la donna siano liberati «da ogni servitù economica,…valendosi delle potenzialità di cui dispongono, creando in sé delle possibilità nuove, nel continuo processo di evoluzione e di differenziazione che accompagna e determina la storia umana».

Il cammino avviato dalle donne comuniste italiane, tuttavia, «già reso difficile e duro dal sorgere e svilupparsi dello squadrismo, dalla guerra civile aperta dal fascismo nel paese, fu per circa due decenni, costretto alla dura e oscura clandestinità».[5] Vent’anni durante i quali le donne italiane «furono risospinte indietro, degradate dal rozzo e brutale indirizzo demografico fascista, che chiedeva loro soltanto di partorire soldati per le guerre fasciste…»[6],e durante i quali le donne comuniste concentrarono le loro energie nella Resistenza antifascista.

«Non piccola influenza ebbe – scrisse in proposito Nilde Jotti – nell’opinione pubblica e sulle donne in particolare l’esempio che il gruppo coraggioso delle prime comuniste seppe dare di sé stesso. Il fatto che donne come Camilla Ravera, Adele Bei, Teresa Noce, Rita Montagnana potessero affrontare con tanta abnegazione il carcere, l’esilio, il combattimento in terra di Spagna, la deportazione in Germania, costituì alla caduta del fascismo la testimonianza vivente di un tipo nuovo di donna che si era venuto affermando, a cui la nuova democrazia italiana non poteva certo negare la partecipazione a condizioni di parità alla vita politica. Non a caso, del resto, il DL del governo dei CLN che estendeva alle donne il diritto di voto attivo e passivo (gennaio 1945) porta la firma dei ministri Togliatti e De Gasperi».[7]

Una volta uscite dalla guerra, si trattava di ricostruire il paese e di definire il posto che le donne avrebbero occupato nella ricostruzione. Per le donne comuniste si trattava di tradurre in azione politica efficace il complesso rapporto che intercorre tra la missione storica della classe operaia e la soluzione della specifica questione femminile nel nuovo contesto della repubblica italiana nata dalla Resistenza; storicizzare e contestualizzare la questione femminile in Italia, collocandola nel processo di trasformazione sociale in cui il movimento operaio si ponesse come forza egemone di un ampio schieramento democratico capace di rinnovare e superare le antiche strutture reazionarie.

Nella Conferenza femminile del Pci del giugno ’45, si delinea una prima esposizione sistematica dei termini della questione femminile nell’Italia del dopoguerra. Togliatti ascolta i resoconti del lavoro svolto dalle compagne del Pci e le elogia, ma aggiunge: «…tutto questo lascia però in seconda linea la questione fondamentale, quella che dovrebbe stare al centro della vostra attenzione, dei vostri dibattiti e del vostro lavoro e che non è questione di partito nel senso ristretto della parola, perché riguarda tutta la società italiana… la questione dell’emancipazione delle masse femminili, nel senso più ampio e profondo…. l’emancipazione delle donne deve essere uno dei problemi centrali del rinnovamento della società italiana, ed essa non è e non può essere problema di un solo partito e nemmeno di una sola classe, essa interessa tutte le donne».[8]

È una grande sfida e il percorso è tutt’altro che lineare e privo di ostacoli, anche interni. È Nilde Jotti a ricordarci che «sarebbe tuttavia errato pensare che l’elaborazione teorica a cui Togliatti dava tale contributo, trovasse nel Pci e nel movimento operaio pronta e piena comprensione. Nel 1954 a una riunione del comitato centrale Togliatti disse che le iniziative del movimento femminile erano solo la “a” delle iniziative maschili».

Il dibattito vero sul valore dell’emancipazione femminile «cominciò ad affacciarsi a partire dal ‘53-’54 nel PCI. Le resistenze furono molte e lunghe. Sembrava a buona parte dei compagni che elaborare e applicare una reale politica femminile, potesse indebolire la partecipazione delle donne alle lotte generali del Pci e del movimento operaio e perciò diminuirne l’efficacia. Pareva “non rivoluzionario” impegnare il Pci nella questione femminile, mentre bisognava concentrarsi sulla presa del potere e “dopo” ci avrebbe pensato il socialismo…». È un fatto che «la questione femminile fu l’ultima – dopo quella meridionale e contadina – a trovare comprensione ed elaborazione nuove in ambito PCI» e a realizzare quella saldatura fra interessi della classe operaia e vita nazionale italiana che fa uscire il problema della parità della donna dall’ambito del diritto astratto e della rivendicazione economica per diventare questione sociale, la cui soluzione postula la trasformazione democratica di tutte le strutture della società[9].

Infine, nonostante ritardi e incomprensioni, dal ‘55 al ‘58 si vanno enucleando efficacemente grandi temi connessi alla questione femminile: diritto al lavoro e accesso alle carriere per le donne; parità di salario; pensione alle casalinghe; riforma del codice di famiglia; tutela dei figli illegittimi; applicazione della legge per le lavoratrici madri; abolizione delle case chiuse; riconoscimento del lavoro delle donne contadine.

Nelle tesi dell’VIII congresso si sottolinea che la emancipazione delle donne è una delle leve principali di scardinamento di assetti sociali arretrati e ingiusti e di rinnovamento della società intera, ma anche che «la soluzione della questione femminile può essere portata a compimento solo dalla lotta liberatrice della classe operaia per la trasformazione socialista».

Negli anni ’50 e ’60 le tensioni della guerra fredda si riflettono nella realtà nazionale condizionando pesantemente la ricerca del dialogo fra comuniste e cattoliche, fra comuniste e socialiste. Negli anni ’70, quando anche in Italia come negli altri paesi capitalistici esplode potentemente il movimento neo-femminista, il rapporto si presenta subito non facile, a volte conflittuale. Tuttavia ci si sforza da parte delle comuniste, convinte che la definizione di una proposta di strategia unitaria si leghi necessariamente all’idea che «anche la donna, la sua condizione, la sua presa di coscienza si muovono dal di dentro di una storia complessiva della società e delle tensioni che in essa si generano», di analizzare le peculiarità dei gruppi neo-femministi italiani, pur criticandone «l’abitudine a dedurre dalla esperienza internazionale analisi e impostazioni che vengono abbastanza meccanicamente calate nel nostro paese, rinunciando ad un’analisi della condizione della donna italiana nel suo divenire, e della stessa società nazionale»[10]

Adriana Seroni legge nell’origine “sessantottina” del complesso movimento neofemminista italiano una sua peculiarità positiva che ne fa qualcosa di diverso dai femminismi di altri paesi (in particolare modo da quello inglese e americano connotati dall’assenza di «riferimenti al movimento operaio e alla sua dottrina»), e una «duplice matrice, dove a talune fonti marxiste si sovrappone e si aggiunge una ispirazione libertaria e radicale», da  cui deriva da una parte la generica connotazione “anticapitalista” e l’affermazione di sé come “parte della sinistra”, dall’altra l’antiautoritarismo esteso in tutti i campi, l’esaltazione dello spontaneismo, il rifiuto della “delega” ed anche «quel procedere per negazione, indicando ciò che va distrutto senza indicare gli obiettivi e i modi di un processo di trasformazione»[11].

Il limite di questi movimenti, pur tenendo conto delle differenze, è individuato nel «non tener conto, o tenerne troppo poco, della realtà dell’Italia: una realtà caratterizzata dalla presenza di un forte movimento femminile democratico, di un fortissimo partito comunista, con lunghe tradizioni di lotta…»[12] e quindi nella sottovalutazione dell’esigenza del dialogo a partire dal «problema aperto di una crescita di elaborazione culturale complessiva alla luce dei problemi e degli interrogativi nuovi posti dalla società di oggi».[13]

Se tuttavia, da una parte, si guarda con spirito unitario alla necessità di un confronto rigoroso, pur restando nei binari di «un impegno sempre maggiore del movimento operaio sul terreno della questione femminile nella sua interezza e globalità», dall’altra non mancano tra le donne comuniste irresolutezze di fronte all’ascesa irresistibile di ciò che si presenta come “nuovo e aderente ai tempi”. Ma non solo tra le donne comuniste. Sono quelli anche gli anni in cui si decide di sacrificare le alleanze internazionali su cui i comunisti e le comuniste sono nati: le donne comuniste dell’UDI operano lo “strappo” con la Federazione democratica internazionale delle donne (FDIF) alla cui fondazione avevano partecipato con un ruolo primario nel ’45. A seguire anche la CGIL congela le relazioni con la Federazione Sindacale Mondiale e, da lì a poco, si perde dal programma delle lotte l’obiettivo dell’uscita dalla NATO e dalle alleanze con l’imperialismo statunitense. Ma va detto che l’essersi allontanate dagli schieramenti internazionali originari alla ricerca di nuove legittimazioni, non servì né a salvare l’unità con le socialiste, né a risparmiare alle donne del Pci diffidenze e accuse di “istituzionalismo” che continuarono a serpeggiare nei movimenti neofemministi.

Negli anni ’80 matura infine il grande progetto di rilanciare la proposta di una nuova grande alleanza di donne attorno alla Carta itinerante delle donne del Pci.

«Siamo donne comuniste. Abbiamo scelto il Pci per realizzare il nostro desiderio di fare politica, perché cambi la nostra condizione e il mondo in cui viviamo… La militanza nel nostro partito non ci fa dimenticare che apparteniamo ad un sesso con una storia e una condizione sua propria che impone necessità, urgenze e scelte particolari. Abbiamo imparato che in politica le scelte portano un segno di classe e di sesso». Così esordisce la Carta[14], che presenta una piattaforma articolata di proposte e rivendicazioni che avrebbe dovuto viaggiare attraverso il paese raccogliendo la “forza delle donne” in un grande movimento unitario di rinnovamento sociale.

La Carta contiene in sé notevoli punti forza, ma ha il limite di restare, da una parte, dentro quella visione idealistica e interclassista di sviluppo armonico e graduale della società, con la rinuncia alla prospettiva del superamento del capitalismo, che avrebbe condotto allo scioglimento del Pci nel 1989 (nel quale la stessa Carta fu tristemente affossata); dall’altra, dentro la gabbia concettuale della «crisi definitiva delle ideologie» diffusa a piene mani dai propagandisti del neoliberismo avanzante, che pure nella Carta si dichiara di voler combattere. Il rigetto delle ideologie – in quanto visioni «totalizzanti» da abbattere e sostituire con differenti visioni parziali, che i diversi soggetti sociali autonomamente esprimono incontrandosi tra loro con “movimento orizzontale” in una immateriale battaglia delle idee – è un motivo caro al femminismo liberale che è stato largamente egemone anche in Italia negli anni ’80 e ’90. Davanti alle donne comuniste e femministe del terzo millennio si presenta una sfida gigantesca: ripartire dalla costruzione di un movimento di alleanze, nazionali e internazionali, nelle condizioni determinate, da una parte, dagli effetti devastanti delle politiche neoliberiste, dall’altra dall’irrompere delle forze potentemente sprigionate dalle lotte dei popoli contro il colonialismo e l’imperialismo; cercando nella propria storia la forza di guardare avanti, alla costruzione di quella soggettività politica delle donne capace, nell’intuizione delle comuniste e dei comunisti della prima ora, di farsi “forza motrice” di una vasta alleanza che scardini i secolari assetti patriarcali dentro una visione di trasformazione socialista della società.

Tratto da: https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/ragioni-e-conflitti-numero-sei-speciale-centenario-pci/


[1] C.Ravera, Breve storia del movimento femminile in Italia, Editori Riuniti 1978, pag.92

[2] C.Ravera, cit. pag.110

[3] Famosa la polemica sorta fra Anna Kuliscioff e Filippo Turati sul suffragio universale: alla Kuliscioff che sosteneva l’estensione del voto alle donne, Turati, preoccupato dei risvolti negativi che avrebbe potuto avere in termini elettorali, risponde che «le donne, 99 su cento, sono assenti dalla politica e gli assenti hanno torto»

[4] C.Ravera, cit. pag.111: «La Terza internazionale creò il Segretariato internazionale femminile, presieduto da Clara Zetkin, e invitò i partiti comunisti a costituire analogamente propri organismi, nazionali e locali, per il lavoro tra le donne»

[5] C.Ravera, cit. pag.126

[6] C.Ravera, cit. pag.145

[7] N.Jotti, cit

[8] N.Jotti, cit.

[9]

[10] Adriana Seroni, La questione femminile in Italia 1970-1977, Editori Riuniti, 1977.

[11] A.Seroni, cit.

[12] A.Seroni, cit.

[13] A.Seroni, cit.

[14] Dalle donne la forza delle donne, documento a cura della Sezione femminile della Direzione del Pci, novembre 1986

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