Perchè la mimosa è un fiore rosso. L’origine dell’8 marzo.

di Delfina Tromboni

La tradizione racconta che la giornata internazionale della donna fu istituita per iniziativa di Clara Zetkin durante la Conferenza internazionale delle donne socialiste di Copenaghen del 1910, per ricordare un eccidio di operaie statunitensi che sarebbero morte l’8 marzo bruciate vive nella loro fabbrica, la “Cotton’s di New York, in cui erano state rinchiuse dal padrone per aver organizzato uno sciopero.La ricerca storica ha da tempo indubitabilmente dimostrato che se Clara Zetkin fu realmente la propositrice di una giornata internazionale di lotta da tenersi contemporaneamente in tutto il mondo , essa lo fece in una riunione riservata alle donne preparatoria del Congresso della Seconda Internazionale del 1910, in cui poi la questione non fu discussa, essendo le assemblee separate delle donne non ostacolate dai dirigenti ma neppure tenute in gran conto. La Zetkin rilanciò la sua proposta sul giornale da lei diretto, “L’Uguaglianza”.

Ma né la data, né l’eccidio trovano rispondenza nella realtà. Una “giornata della donna” (women’s day) era stata in verità promossa il 3 maggio 1908 dalle socialiste americane, che negli anni successivi continuarono a celebrarla l’ultima domenica di febbraio. Altri paesi in Europa decisero di dedicare una giornata “alla donna” in date sempre diverse e soltanto nel 1911 essa fu proclamata, ma non celebrata, dai diversi paesi nel medesimo giorno. Per arrivare alla canonizzazione della data bisognerà aspettare la riflessione sulla rivoluzione russa di Alexandra Kollontaj , all’epoca ambasciatrice dell’Unione Sovietica: fu infatti lei a scegliere l’8 marzo per ricordare la manifestazione di donne che l’8 marzo 1917 aveva dato inizio alla rivoluzione. Lo stesso eccidio delle operaie americane nella fabbrica “Cottons” ebbe luogo nel 1911, cioè soltanto un anno dopo la primigenia proposta di Clara Zetkin ed in un periodo diverso dell’anno. Le storiche che se ne sono occupate concordano oggi sul fatto che fosse apparso necessario, a chi lo originò, dare alla giornata della donna un “mito” fondativo analogo a quello che aveva portato nel 1889 alla proclamazione del 1° maggio: là l’esecuzione di un gruppo di operai anarchici (i “martiri di Chicago” giustiziati tre anni prima), qui l’eccidio di un folto gruppo di operaie scioperanti. L’ambientazione americana del mito dipese poi dalla necessità che, ad un certo punto, le organizzatrici socialiste e comuniste della giornata si trovarono di fronte: per costruire un movimento largo di donne nel mondo era necessario far passare in second’ordine l’origine reale della giornata, proposta nel 1910 da una futura dirigente comunista, Clara Zetkin; collocata l’8 marzo da un’altra dirigente comunista (Alexandra Kollontaj) e diventata dal 1917 in poi la celebrazione della rivolta di donne che aveva dato origine alla rivoluzione russa: il 23 febbraio nel calendario giuliano, l’8 marzo nel calendario occidentale.

Il “mito” fondativo della giornata internazionale della donna, viene ripreso integralmente dopo la seconda guerra mondiale, quando ormai si è consumata la rottura del governo di unità nazionale uscito dalla Resistenza. Estromessi i comunisti dal governo nel 1947, vinte le elezioni del 1948 dalla Democrazia Cristiana e dai suoi alleati, l’ 8 marzo comincia (ma meglio sarebbe dire ricomincia) ad essere considerato una giornata pericolosa, portatrice di possibili “turbamenti dell’ordine pubblico”, tanto più che, per affermarne il valore non soltanto simbolico, comuniste e socialiste tenteranno di organizzare anche l’astensione dal lavoro delle operaie. Le questure mettono sotto sorveglianza chi ne diffonde la tradizione ed i suoi simboli( la mimosa in primis), le donne che se ne fanno alfiere vengono spesso sottoposte a fermo di polizia ed accusate persino di questua molesta ed illecita. Sono principalmente le donne dell’UDI a resuscitare la prima parte del mito: una donna all’origine dell’idea, una conferenza di donne per proclamarla. Insieme alla mimosa, scelta per il suo fiorire ovunque alle soglie della primavera, esse diffondono il loro giornale, “Noi Donne”, nato a Parigi negli anni dell’antifascismo militante. Legale oltralpe e diffuso clandestinamente in Italia, “Noi Donne” viene edito per iniziativa di due comuniste in esilio, Teresa Noce e Xenia Silbelberg Sereni. Se Xenia fu la prima direttrice ufficiale di “Noi Donne”, Teresa Noce – come lei stessa racconta in un suo bel libro autobiografico – parteciperà alla guerra civile spagnola con il nome di battaglia di “Estella” e troverà il modo di commemorare l’8 marzo anche nel campo di concentramento di Ravensbruck, dove era stata deportata.E’ comunque soltanto in piena “guerra fredda” che ricomparirà su “Lavoro”, rivista della CGIL, l’eccidio delle operaie della Cotton’s.Il “mito” fondativo prenderà così sempre più corpo e verrà evocato senza approfondimenti ulteriori per molti anni.Soltanto l’incontro fecondo con il femminismo – che pur contestandone duramente la ritualità non esitò a tradurlo in fumetto pur di farlo conoscere a più donne possibili – indurrà l’UDI, tra gli anni ’70 e gli anni ’80 del Novecento, a cercare di svincolare l’8 marzo dal collateralismo con i partiti della sinistra di matrice marxista. E’ del 1981 l’XI congresso dell’associazione, che sancirà la trasformazione radicale di questa parte, storicamente la più rilevante, del movimento delle donne in Italia.Fino ad allora la mimosa resterà, nei fatti e nel senso comune, un “fiore rosso”.A nulla valse, infatti, il tentativo di Luisa Gallotti Balboni, Sindaca di Ferrara negli anni ’50 e prima Sindaca donna in Italia, una volta diventata Senatrice della Repubblica, di far dichiarare la giornata internazionale della donna festa nazionale attraverso una proposta di legge.L’8 marzo non verrà mai istituzionalizzato e resterà affidato alla volontà delle donne di celebrarlo.

Mancato 8 marzo “sovversivo” a Ferrara.Concludiamo i nostri post sulla giornata internazionale della donne raccontando un episodio ferrarese del 1931, quindi in piena clandestinità. Ricordo sommessamente che agire in clandestinità significava, se scoperti, pagare con anni di carcere e/o con il confino politico.Protagonisti due uomini, il ferrarese Ermanno Farolfi ed il triestino Tlutsos Ottocaro, entrambi comunisti.Raccontano i rapporti di polizia che il 10 febbraio 1931 agenti di P.S. [Pubblica Sicurezza] furono inviati “in servizio di appostamento” in località San Giacomo fuori Porta Po, dove si sospettava avrebbe avuto luogo un incontro tra “locali sovversivi” e “compagni di fede provenienti da altre provincie” per organizzare “il movimento antifascista”. Vengono così arrestati al Caffè della Stazione Ermanno Farolfi, detto “Il Lungo”, un elettricista all’epoca responsabile della FGCd’I (Federazione Giovanile Comunista d’Italia) che verrà poi trucidato durante la guerra partigiana, e Tlutsos Ottocaro, studente ginnasiale, inviato dal Partito per recapitargli stampa clandestina, tra cui una circolare indirizzata “Ai compagni dell’interno e ai federali per la campagna dell’8 marzo”.La circolare suggerisce di organizzare riunioni di “operaie compagne e simpatizzanti” a cui affidare la preparazione di “riunioni di donne senza partito e di conferenze di officina nelle fabbriche a maestranza prevalentemente femminile”. Conoscendo la contrarietà diffusa tra i militanti al coinvolgimento delle donne nell’attività clandestina, la Direzione del Partito precisa che si dovrà curare che la diffusione avvenga realmente, diffondendo ovunque i manifestini ed il giornale “Compagna” e scrivendo sui muri “W la giornata [della donna lavoratrice], W le lavoratrici organizzate della C.G.d.L [Confederazione Generale del lavoro], nella F.I.O.T [Federazione Italiana Operai Tessili], W le donne comuniste”.L’obbiettivo più importante è “riuscire ad attivare momenti di manifestazione contro la diminuzione dei salari e contro i licenziamenti”.Giornata decisamente di lotta, dunque, per i comunisti e le comuniste.L’individuazione di Farolfi e Ottocaro vanificherà lo sforzo fatto. Il primo sarà condannato al confino, il secondo se la caverà con una rocambolesca fuga durante il trasferimento dalle Carceri di via Piangipane a Ferrara a quelle di San Giovanni in Monte a Bologna.Occorrerà aspettare la Liberazione perché, nel 1946, l’8 marzo possa essere celebrato finalmente in libertà.

Traggo questa ricostruzione in particolare dal bel libro di una dirigente dell’UDI (Unione Donne Italiane), Marisa Ombra, e di una femminista storica, Tilde Capomazza, pubblicato dalla Cooperativa Utopia nel 1987: 8 marzo. Storie, riti, miti della giornata internazionale della donna. La biografia di Ermanno Farolfi è invece in corso di pubblicazione sul 4° volume di Vite schedate. Comunisti a Ferrara durante il Fascismo, a cura di Delfina Tromboni per l’Editore Tresogni, che uscirà presto.La fotografia ritrae Ermanno Farolfi nome di battaglia “Il Lungo” a Ferrara.

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