Alcune esperienze internazionali dell’organizzazione comunista

di Francesco Maringiò

Credo sia un’intuizione molto felice quella di organizzare seminari su uno specifico tema, che permettono di portare la discussione più a fondo e non rimuovere quindi aspetti centrali del confronto tra comunisti. Senza questo processo, un percorso di ricostruzione e rigenerazione comunista non sarebbe possibile. Pertanto mi congratulo con i promotori – e con tutti i compagni presenti – per l’organizzazione e la riuscita di questa giornata.

In premessa voglio anche scusarmi per il fatto che non mi atterrò fedelmente alla traccia della relazione che mi è stata proposta: il quadro internaziobandiera1nale è così complesso e le forze in campo talmente numerose che sarebbe impossibile, nel tempo concessomi, affrontare alcuna discussione. Pertanto cercherò di enucleare alcuni punti centrali e corroborare, nel possibile delle mie capacità, il discorso con esempi concreti di esperienze organizzative di alcuni partiti comunisti esteri. In particolare cercherò di portare esempi dall’esperienza del Partito Comunista Portoghese (PCP) e del Partito Comunista Giapponese (JCP), che sono partiti molto diversi tra di loro (per storia, orientamento ideologico ed organizzazione) ma che operano entrambi in paesi a capitalismo maturo.

  1. Cosa intendiamo per partito comunista

Chiariamo innanzitutto una questione: viviamo una fase che è ancora oggi (parlo per questa parte del mondo nella quale ci troviamo ad operare) complessa, confusa e di riorganizzazione e ridefinizione del movimento comunista. Siamo quindi ancora figli della sconfitta storica dell’esperienza sovietica (non già del socialismo…) ed abbiamo davanti a noi un lavoro di lunga lena, difficile e che abbraccerà una fase storica non breve di riorganizzazione del movimento comunista internazionale e, soprattutto, italiano. Pertanto in questa fase si tratta di porre l’accento non solo sull’aspetto simbolico e nominalistico, pur importante, quanto sul programma, sulla cultura politica, sulla teoria rivoluzionaria di riferimento e sul modo di organizzazione dei comunisti. Non solo. È utile sottolineare che i comunisti non devono far mancare il proprio contributo alla nascita ed allo sviluppo di movimenti unitari che nascono attorno ad  obiettivi concreti di lotta immediata, a patto che questo non porti all’annacquamento o addirittura allo scioglimento, del partito comunista.

  1. Le sei caratteristiche fondamentali (Cunhal)

Il primo contributo che qui voglio richiamare è quello di Alvaro Cunhal, straordinario intellettuale e militante comunista portoghese, protagonista della Rivoluzione dei Garofani e della costruzione e direzione del PCP. In un suo articolo molto interessante definisce quelle che sono “le sei caratteristiche fondamentali di un partito comunista” che, secondo l’intellettuale portoghese sono:

  1. Essere un partito completamente indipendente dagli interessi, dall’ideologia, dalle pressioni e dalle minacce delle forze del capitale

Si tratta di una questione molto importante perché pone l’indipendenza del partito (e della classe) a fondamento dell’identità di un partito comunista, che può così liberamente affermarsi nella propria azione, nei propri obiettivi, nella propria ideologia.

Un esempio particolarmente interessante di questo principio aureo mi sembra essere quello che ci viene dalla storia del JCP che, unico partito nel panorama nipponico, rifiuta integralmente il finanziamento pubblico che lo stato riserva ai partiti politici, affermando che solo in questo modo si può salvaguardare l’autonomia e l’indipendenza politica del Partito. E del resto basti pensare autocriticamente all’esperienza italiana per rendersi conto di come, in alcuni passaggi, siano state fatte delle scelte in funzione della collocazione istituzionale che permettesse la sopravvivenza dei comunisti. Soltanto partendo da un piano di vera autonomia (anche finanziaria) dalle pressioni del capitale è possibile costruire un’organizzazione sana e capace di salvaguardare la sua essenza rivoluzionaria.

  1. Essere un partito della classe operaia, dei lavoratori in generale, degli sfruttati e degli oppressi

Cunhal continua la sua riflessione affermando: “in qualche caso è necessario che il partito non sia chiuso in se’, non sia rivolto al suo interno, ma si rivolga all’esterno, alla società, il che significa che sia strettamente legato alla classe operaia ed alle masse lavoratrici”. Proprio questo aspetto mi porta alla mente uno dei suoi scritti più famosi: “Il partito dalle pareti di vetro”, che è al tempo stesso un manifesto ed una difesa dei princìpi e dei metodi del Partito Comunista, il cui valore va oltre i limiti dei confini nazionali portoghesi, rivelandosi una lettura essenziale per tutti i comunisti di qualsiasi parte del mondo. L’immagine delle pareti di vetro è straordinariamente evocativa e la sua lettura è fortemente suggestiva, dato che affronta tutti i temi della vita del partito: dal suo funzionamento all’atteggiamento dei militanti di fronte alla contraddizione tra vita personale e condotta nella militanza.

  1. Essere un partito con una vita democratica interna e un’unica direzione centrale

La direzione politica centrale, arricchita da lavoro collettivo, congressi, assemblee, dibattiti in tutto il partito sulle questioni fondamentali permette di qualificare l’essenza del centralismo democratico che, come diceva Lenin, consiste in “libertà di discussione e unità d’azione”. Questo resta ancora il principio funzionale essenziale all’organizzazione del soggetto rivoluzionario della classe operaia e, certamente, deve vivere nel pieno dispiegamento autentico dei due momenti essenziali: quello della discussione pienamente libera e non omologata e quello dell’unità d’azione del partito, capace di muoversi come “un sol uomo”.

  1. Essere un partito simultaneamente internazionalista e difensore degli interessi del rispettivo paese

Non esiste nel movimento comunista una contraddizione tra questi due elementi dell’orientamento e dell’azione dei comunisti: ogni partito è solidale con i partiti ei lavoratori degli altri paesi ma, al tempo stesso, è strenuo difensore degli interessi e dei diritti del proprio popolo e del proprio paese. Anche perché il punto di partenza della lotta di classe rimane ancora quello nazionale e la sottovalutazione di questo aspetto, rischia di essere un errore esiziale per una forza comunista.

  1. Essere un partito che stabilisce come suo obiettivo la costruzione di una società senza sfruttatori né sfruttati, una società socialista

Ancora una volta è sulla natura del partito che il dirigente portoghese pone l’accento. Il partito comunista, infatti, non è “uno tra i diversi partiti” del panorama politico di un paese, ma il soggetto della trasformazione che esiste in funzione di un unico obiettivo: la trasformazione socialista della società.

  1. Essere un partito portatore di una teoria rivoluzionaria, il marxismo leninismo, che è possibile spiegare al mondo e che indica la via per trasformarlo

Questo punto è l’incarnazione del “Che fare?” di Lenin (“senza teoria rivoluzionaria non può esserci movimento rivoluzionario”) e va ovviamente vissuto in maniera dinamica e creativa ricordando proprio che il marxismo ed il leninismo rappresentano una teoria viva, antidogmatica, dialettica, creativa, capace di arricchirsi con le lezioni dell’esperienza.

Un altro aspetto. Ai punti su richiamati dell’elaborazione di Cunhal, credo sia indispensabile aggiungerne un altro, che riguarda la difficoltà ed i tempi di costruzione del partito. Un partito comunista si costruisce dentro la prospettiva storica di un lavoro di lunga lena. E solo un lungo lavoro porta dei risultati concreti e tangibili in una fase non rivoluzionaria. L’esempio delle recenti elezioni in Giappone, dove il JCP ha triplicato il suo consenso elettorale è, in questo quadro, un caso di scuola. I comunisti, infatti, hanno eletto il loro candidato al collegio uninominale di Okinawa, sconfiggendo tutti gli altri concorrenti. Questo straordinario risultato è stato possibile solo grazie al lavoro che negli anni sono stati capaci di fare animando, su un aspetto di forte interesse di difesa della sovranità nazionale, un largo movimento contro la guerra per chiedere la chiusura della base militare statunitense presente sull’isola. Solo con un lavoro così sistematico è stato possibile conseguire un risultato anche sul terreno elettorale che, tradizionalmente, non è quello congeniale ai comunisti.

3) il lavoro dell’Associazione per la Ricostruzione del Partito Comunista
Poiché con queste iniziative ci poniamo il problema della costruzione e del rafforzamento dell’Associazione, mi permetto di fare alcune proposte concrete di lavoro che dovrebbero vederci impegnati attivamente nei prossimi mesi.

  1. Va avviata subito una campagna di tesseramento all’Associazione che si ponga nel immediato tre obiettivi: coinvolgere iscritti e militanti comunisti con o senza tessera e coloro che hanno abbandonato negli ultimi anni la militanza attiva, cercare degli “sponsor eccellenti” di caratura nazionale e locale che facciano da testimonial della campagna tesseramento e costruire, in questo modo, la rete dei militanti comunisti impegnati nel processo di ricostruzione del Partito Comunista.
  1. Strutturare l’associazione per macro regioni come, per esempio, i collegi per le elezioni europee, per costruire una rete di quadri macro-regionali che possano incontrarsi agevolmente e fare riunioni, incontri di approfondimento e discussioni politiche, riducendo al massimo gli spostamenti ed i relativi costi.
  1. Istituire un centro studi che analizzi la società italiana e l’evoluzione del capitalismo nostrano, condizione indispensabile per studiare la forma organizzativa migliore per i comunisti nel nostro paese.
  1. Dare impulso alla costruzione di una giovanile comunista unitaria che raggruppi i Giovani Comunisti, la Fgci e tutti gli altri soggetti giovanili comunisti, collettivi e semplici militanti che possano rappresentare al tempo stesso il primo terreno unitario di aggregazione comunista e la relativa innovazione e necessario ringiovanimento.

 

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