Intervento al Terzo Congresso Nazionale del PCI.

di Redazione

Saluto le compagne e i compagni di questo nostro terzo congresso e voglio rivolgere un ringraziamento particolare a quelle compagne e a quei compagni che con il loro lavoro ci hanno permesso di presentare il nostro simbolo nelle scorse elezioni, qualunque siano stati i risultati. Il nostro segretario Mauro Alboresi  ha svolto una narrazione diffusa e precisa del documento congressuale, documento interessante e condivisile  perché scuote i nostri sentimenti nel profondo,  la nostra passione politica.

Una breve riflessione sulla cultura. La cultura per noi comunisti è elemento essenziale di liberà, un motore di trasformazione sociale e un percorso di emancipazione individuale e collettiva. E’ quindi compito e diritto di tutti i comunisti e le comuniste e non elemento esclusivo degli intellettuali, degli artisti o degli operatori culturali. Difendere la cultura come libertà implica assumere la cultura come diritto. Diritto di accesso, di fruizione, ma anche diritto di partecipazione e di creazione. E’ un motore di trasformazione sociale, individuale e collettiva, una condizione fondamentale per la libertà. Attraverso una cultura veramente democratica si può mettere in discussione il pensiero unico. E’ nella cultura come conquista di libertà che risiede uno dei pilastri dell’emancipazione sociale. Solo in una società che riconosca la cultura come diritto e fattore di trasformazione ogni individuo può vivere pienamente la propria libertà.

Tra potere politico economico e finanziario e il mondo dei mass media   esiste una prassi di lungo periodo declinata dal fascismo e mai completamente rimossa, anzi, evidenziata  in Italia  dal governo Meloni ma anche a livello internazionale dall’Unione Europea  e in assoluto dalla Nato e  dagli Usa. Come è noto sia nella  vicenda Ucraina  contro la Russia, contro i  Brics e di Israele  contro la Palestina,  dove è in atto un genocidio non riconosciuto e la Cisgiordania.

Più che mai oggi è necessario mettere in campo tutti gli strumenti possibili per una informazione giusta, corretta e democratica che  noi comunisti possiamo  svolgere, dati gli scarsi mezzi economici di cui disponiamo,  anche  attraverso i social che meritano comunque una riflessione perché possono rivelarsi un’arma a doppio taglio. Femminismo ed emancipazione femminile. Questa è una domanda che attraversa il tempo e sfida le formulazioni politiche che si confrontano con l’ordine economico e sociale storico governato dall’oppressione. Comprendere il concetto di emancipazione è il primo passo. Nei movimenti delle donne, emerge sempre l’idea che la nostra lotta sia contro gli uomini e da qui deriva il pregiudizio con cui la maggioranza della popolazione vede il termine femminismo.

Marx e Engels, individuano la genesi di tale soggezione nell’ordinamento sociale capitalistico dove all’oppressione del borghese sull’operaio coincide quella del maschio padrone sulla donna ridotta in condizione di servitù materiale, psicologica e politica. Occorre comprendere il marxismo come sintesi del pensiero sociale nella storia.   Il marxismo-leninismo  sia nel mondo capitalista che nelle esperienze socialiste, ha confermato che lo sfruttamento di classe è decisivo in relazione all’oppressione di genere e che quest’ultima non sarà risolta senza risolvere lo sfruttamento di classe.  Assimilando idee formulate dalle prime femministe ha rivelato l’origine di questa oppressione come fortemente  legata all’emergere della proprietà privata, alla formulazione delle classi sociali.

Permettetemi di dubitare  che questi concetti siano chiari a tutti i  compagni e forse neanche a tutte le compagne. Ma ne dubito anche per ciò che riguarda i gruppi femministi che orbitano in giro, dei quali non ho più  grande stima. Il gruppo Nonunadimeno ha smesso da tempo di usare le parole donna femminista per usare sempre e solo trans femminista, che non mi rappresenta, e ha avuto una posizione sull’Ucraina come  quella della Nato e della Unione Europea anche se oggi sembrano  contrarie al proseguimento della guerra. In Francia le Femen che per la verità mi hanno sempre fatto ribrezzo, sfilano coperte di simboli nazisti  con bandiere Usa e Russia e gridano contro Trump e Putin a significare che sono tutti fasci uguali. L’ideologia neo liberista è  contraria all’essenza stessa delle richieste materiali delle donne e dalle loro iniziative sociali e le  crisi del capitalismo aggravano notevolmente le avverse condizioni di vita.  Noi donne abbiamo il potere  della riproduzione, ma questo potere diventa un  bersaglio delle preoccupazioni di coloro che detengono il vero  potere , quello economico e politico e che cercano di dominarlo e di controllarlo,

Bisogna sottolineare che c’è stato un tempo in cui si pensava, in termini pratici (e persino teorici), che la lotta di classe spiegasse tutto. Anche  l’emergere delle idee marxiste sulla questione della famiglia e delle donne porta con sé questa lezione. Inoltre, l’appropriazione privata precapitalista e capitalista, che inizialmente le imprigionava nella vita domestica, impedendo loro di sviluppare una visione ampia della loro esistenza e delle loro possibilità come esseri umani, oggi le oggettifica e le mercifica, fa del corpo femminile un mezzo di accesso alla vita pubblica per immortalarla come oggetto del desiderio per i maschi, vecchi e giovani. Domenico Losurdo nel suo libro La lotta di classe scrive che le   lotte di liberazione nazionale dei popoli oppressi e di liberazione delle donne, sono parte integrante delle lotte generali per l’emancipazione della classe operaia quindi .Anche la lotta per l’emancipazione delle donne fa parte della lotta di classe ed è un’altra forma in cui essa si manifesta.

Per comprendere come il neoliberismo abbia approfondito questo sovraccarico e rappresenti una minaccia di regressione nella condizione femminile, è necessario affrontare ciò che costituisce la vittoria ideologico-culturale del neoliberismo nel mondo.  

Prendiamo per esempio ciò che succedeva in Unione Sovietica. Abbiamo visto come  la donna poteva liberarsi solo cercando di organizzarsi e potendo partecipare alla produzione, perché allora avrebbe raggiunto una situazione di indipendenza economica, dalla quale sarebbero scaturite tutte le altre situazioni di libertà e di vita dignitosa e moderna. Nell’URSS  dove la violenza contro le donne persisteva anche dopo la vittoria del socialismo le donne più illuminate si organizzarono, si unirono ai loro compagni e, dopo una seria lotta organizzata, ottennero la loro indipendenza contro il falso femminismo, quel femminismo  borghese  che si dichiara disposto ad emancipare le donne con il movimento delle donne contro gli uomini,  mentre la vera emancipazione della donna, il vero comunismo, comincia solo dove e quando comincia la lotta delle masse contro la piccola economia domestica, o piuttosto, dove inizia la trasformazione di massa di questa economia nella grande economia socialista.

In due anni, in uno dei paesi più arretrati d’Europa, il potere sovietico ha fatto di più per l’emancipazione delle donne, per la loro uguaglianza con il sesso ‘più forte’, di quanto avessero fatto tutte le repubbliche avanzate, i colti e i democratici, provenienti da ogni parte del mondo, nel corso di cento trent’anni.

Essere femministe e affermare la propria contrarietà è faticoso, molto più che aderire alle leggi del sistema. Contro di noi il patriarcato usa le armi della sopraffazione e dell’umiliazione, lottando contro quelle donne laboriose che da secoli si battono, passandosi il testimone, per cambiare il mondo e conquistare diritti che a tutte noi poi tocca continuare a difendere.

Occorre che la società sia inclusiva e che valorizzi le differenze, che si usi  un linguaggio che ci rappresenti tutte e tutti  ed una narrazione  totalmente differente sui media.  Il lavoro di conquista dei diritti  delle donne potrà essere portato a termine con pieno successo solo quando cesserà di essere  solo lavoro delle compagne per diventare uno dei compiti permanenti e quotidiani di tutto il nostro partito e di tutti i partiti comunisti nel mondo.

 Concludo con le parole di Lenin a Clara Zetklin:

Un congresso è l’arena dove impariamo ad agire da rivoluzionari. Dimostrate di saper lottare. Prima di tutto contro il nemico, naturalmente, ma, se è necessario anche in seno al partito. Abbiamo a che fare con milioni di donne. Il nostro partito sarà favorevole a tutte le proposte e misure che contribuiranno ad attirarle nel nostro movimento. Se non sono con noi la controrivoluzione potrebbe condurle contro di noi. Dobbiamo sempre pensare a questo. Dobbiamo conquistare le masse femminili quali che siano le difficoltà».

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