di Marica Guazzora della Segreteria Federazione PCI Torino
Nel 1999 l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha finalmente deciso di riconoscere il 25 novembre come data ufficiale, facendone il riferimento simbolico della lotta contro la violenza subita dalle donne.
Ricordo sempre con grande rispetto e ammirazione Maria Teresa, Minerva e Patria Mirabal le tre sorelle che non avevano certo la speranza di diventare vere e proprie icone, i simboli della lotta femminile mondiale quando, nel 1960, decisero di sfidare il governo dittatoriale di Truijillo, tentando di visitare i prigionieri politici che questo deteneva nelle proprie carceri. La loro vicenda, snodatasi attraverso l’esperienza della deportazione, dello stupro e infine della morte, inflitta punitivamente dal dittatore di Santo Domingo, è stata infatti ereditata dalla coscienza del movimento femminile internazionale e fin dal 1981 le donne del continente latino-americano e caraibico ricordano ogni 25 novembre, data della morte delle sorelle Mirabal, il loro sacrificio che rilancia il tema della condizione femminile nel mondo.
Ogni 25 novembre ci ritroviamo a rileggere le cose scritte negli anni precedenti per rilevare i passi avanti che abbiamo o non abbiamo fatto. E ogni anno è sempre la stessa storia. Dalla sentenza del 1999 quando “con i jeans lo stupro diventa consenziente” cosa è cambiato nella subcultura machista? Ben poco.
Perché continua ad accadere che in un processo per violenza sessuale la vittima sia trasformata in imputata. Continua ad accadere che l’onore (o il disonore) di una donna dipenda dallo stato dei suoi genitali: “o vergini o puttane”. Continua ad accadere che uno stupro o qualsiasi atto di violenza contro le donne trova una sua giustificazione.
E vogliamo parlare dell’esibizione delle atrocità diffusa dai mass media che continuano a usare in maniera voyeristica e superficiale qualsiasi atto di violenza contro le donne, alimentando la “cultura” dello stupro? Il disprezzo nei confronti delle donne non è ancora stato sradicato: anche in questo momento, in ogni parte del mondo, milioni di donne continuano a subire violenze fuori e dentro casa, spesso in silenzio e in solitudine.
“Se una donna dice NO, è NO”.
Non si tratta solo dei fatti eclatanti che finiscono sui giornali con frequenza preoccupante : stupri o omicidi di mogli, fidanzate, ex, ma di tutti quegli episodi che colpiscono noi donne quotidianamente, in famiglia, sul posto di lavoro, a scuola, per strada. Certamente mai aiutate da mass media. Anzi. Perché per ogni femminicidio c’è la scusa pronta: lui l’amava, lei voleva lasciarlo, lui era tanto una brava persona, era così infelice, così depresso!
No. Non era un depresso, era un lurido bastardo. Occorre prenderne atto. Occorre saperlo scrivere signori giornalisti.
In ogni parte del mondo i movimenti femministi si mobilitano con precise parole d’ordine. Sono nati i Centri anti violenza (ma spesso mancano i fondi) e anche qualche associazione di uomini che hanno preso coscienza. Ma sono ancora troppo pochi, perché calpestare i nostri diritti è uno sport maschile. Non sono solo slogan quelli che ci guidano. Le donne sono state meravigliosamente ribelli in questi anni, hanno lottato e continuano contro ogni prevaricazione.
Le giunte leghiste e fasciste attaccano con protervia le conquiste delle donne, accettano e promuovono le oscenità del “movimento per la vita”. Continuano gli attacchi alla legge 194. I dati Istat sono sempre più allarmanti (lo diciamo ogni anno) ma è inutile sciorinare numeri di violenze, di stupri, di femminicidi se la cultura è questa. Se non si fanno passi avanti, se ogni scusa serve a giustificare la violenza maschile sulle donne.
Persino a parola “femminicidio” è stata a lungo osteggiata dai media, e non solo. Il termine femmicidio (femicide) è stato diffuso per la prima volta da Diana Russell che, nel 1992, nel libro Femicide: The Politics of woman killing, attraverso l’utilizzo di questa nuova categoria criminologica, molto tempo prima di avere a disposizione le indagini statistiche che ci confermano ancora oggi questo dato, “nomina” la causa principale degli omicidi nei confronti delle donne: una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna “perché donna”.
Ogni forma di violenza perpetrata nei confronti della donna è femminicidio. Non si viola solo il corpo, si viola la dignità, si calpesta la persona. E’ il predominio del maschio. E’ il sopruso del più forte nei confronti del più debole, che non si manifesta solo in questo campo. Le violenze degli uomini contro le donne non hanno passaporto: i violenti non hanno nazionalità. La violenza sulle donne è un fenomeno che non ha altra identità se non quella di genere maschile.
Ci sarebbe molto da dire anche su sanità pubblica e lavoro, perché c’è violenza di genere ovunque, ma non tutto può essere riassunto qui. Non solo il 25 novembre ma ogni giorno dobbiamo rinnovare le nostre forze e con un grande NO dare testimonianza del nostro rifiuto alla violenza familiare, agli stupri, ai maltrattamenti, ai sequestri, agli abusi, alla molestia sessuale, al machismo, al sessismo, al fascismo, al razzismo e a tutte le aggressioni che violano i diritti umani basilari, i diritti sessuali, i diritti riproduttivi.
E’ una fatica grande, ma continueremo questa lotta per riuscire a vivere in uguaglianza di diritto, in uguaglianza di opportunità e in uguaglianza di genere. La soluzione? Proviamoci con una società anticapitalista, internazionalista e comunista.









