di Liliana Frascati
Quando si ricorda la Resistenza ed il 25 aprile, il pensiero non va subito alle partigiane ma ai
partigiani che combatterono armati per sconfiggere il nazifascismo o, magari, il ricordo si sofferma
su quelle poche donne che fecero poi politica nel dopoguerra, come Nilde Iotti, Lina o Angelina
Merlin, Tina Anselmi. Inoltre, staffette è la parola più comune per definire le partigiane ma
esse non sono state solo informatrici ed infermiere ma anche combattenti con le armi in
mano.
Quando prese piede la Resistenza, dopo l’armistizio, nacquero a Milano, nel novembre del 1943, i
Gruppi di difesa della donna per iniziativa del Partito Comunista Italiano, con lo scopo di
coinvolgere il maggior numero di donne in attività resistenziali, indipendentemente
dall’appartenenza politica. A gettarne le basi fu l’incontro tra donne di diversa appartenenza
politica, comuniste, socialiste, azioniste, repubblicane, cattoliche, a cui si aggiunsero ben
presto donne prive di formazione politico-ideologica.
Dei Gruppi di difesa della donna, è impossibile misurarne l’entità: infatti intorno a quasi ognuna
delle componenti, gravitava un’ulteriore serie di donne che magari niente sapevano del gruppo, ma
che si attivavano a raccogliere cibo, medicine, indumenti e a fornire servizi vari. A Milano, ad
esempio. la sarta di piazza Ferravilla nascondeva stampa clandestina e passava informazioni alle
unità partigiane. La pollivendola di via Aselli (nessuno ne ha mai saputo il nome) faceva lo stesso.
In un’altra via una portinaia raccoglieva il cibo necessario a due ebrei che stavano nascosti nei
pressi e che riuscirono a salvarsi; ma raccoglieva per i partigiani in montagna anche calzettoni e
golf di lana lavorati a maglia dalle donne del condominio.
Tali brigate, accomunate a quelle partigiane dallo stesso Comitato di Liberazione Nazionale,
organo di direzione della Resistenza, segnarono una rottura epocale: la prima volta delle donne in
guerra. Infatti, le partigiane seppero realizzare una sorta di fronte interno che toglieva terreno
agli occupanti e che si muoveva alle loro spalle. Ben presto, da ruoli prevalentemente
assistenziali, esse passarono a svolgere ruoli importanti nelle attività di informazione, propaganda,
trasporto di ordini e munizioni ed attacco armato.
Infatti, le donne provvedevano a nutrire i partigiani, a vestirli, li avvertivano della presenza dei
tedeschi, li curavano, se feriti, procuravano loro le armi, attraversavano posti di blocco, diventavano
staffette, facevano turni di guardia, attaccavano con le armi i nazifascisti, salvavano
ebrei, facevano fuggire gli uomini durante i rastrellamenti
.
Le donne operaie hanno portato la loro coscienza di classe alla Resistenza; allo stesso tempo la
nuova esperienza acquisita nella partecipazione alla Resistenza, ebbe il risultato che le donne dei
Gruppi citati, già nel 1944, cominciarono a dare agli stessi un’impostazione più indirizzata alle
attività per favorire l’emancipazione femminile, attività che proseguirono nel dopoguerra. Infatti,
durante la guerra le donne avevano sostituito gli uomini in molti luoghi di lavoro,
sviluppando coscienza di genere e iniziando le prime lotte per la parità salariale.
Raccontava Antonio Pizzinato che nel marzo del 44, quando nelle fabbriche suonarono le sirene che
annunciavano lo sciopero, nessuno uscì. Le prime che si fecero coraggio e uscirono furono le
donne della Borletti: a quel punto gli uomini non poterono tirarsi indietro, e cominciarono ad uscire,
finché tutte le fabbriche milanesi furono in sciopero.
Ricordiamo che allora lo sciopero era reato, punito con il carcere e la deportazione.
Parri nel novembre del 1945 disse che senza le donne non ci sarebbe stata la Resistenza,
affermazione importante, purtroppo trascurata per molti anni dalla storiografia ufficiale, lacuna che
venne colmata solo dal 1990, oltre quattro decenni dopo la Liberazione.
Secondo i dati dell’ANPI, sono stati stimati i seguenti numeri: 70000 donne organizzate nei Gruppi
di difesa della donna; 35000 donne partigiane, che operarono come combattenti; 20000 donne con
funzioni di supporto; 4563 arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti; 2900 giustiziate o
uccise in combattimento; 2750 deportate in Germania nei lager nazisti; 1700 donne ferite; 623
fucilate e cadute; 512 commissarie di guerra.
Le donne che ricevettero medaglie d’oro al valore per le loro azioni durante la resistenza sono
state solo diciannove: Irma Bandiera, Ines Bedeschi, Gina Borellini, Livia Bianchi, Carla Capponi,
Cecilia Deganutti, Paola Del Din, Anna Maria Enriquez, Gabriella Degli Esposti Reverberi, Norma
Pratelli Parenti, Tina Lorenzoni, Ancilla Marighetto, Clorinda Menguzzato, Irma Marchiani, Rita
Rosani, Modesta Rossi Polletti, Virginia Tonelli, Vera Vassalle, Iris Versari, Joyce Lussu; altre
furono decorate con medaglie d’argento al valore militare: Norma Barbolini, Joyce Lussu, Alkiria
Terradura, oltre alla veneta Zaira Meneghin, due volte imprigionata e atrocemente torturata dai
nazifascisti, che entrambe le volte riuscì a tornare a combattere; solo una con medaglia d’oro al
valor civile: Rosa Guarnieri Calò Carducci.
Le partigiane fecero parte sia dei Gap (Gruppi d’azione partigiana), sia delle Sap (Squadre
d’azione partigiana).
Fra le donne che parteciparono alla Resistenza ci fu un buon numero di partigiane che ebbero
responsabilità di comando, come la leggendaria Manuela in Valtellina.
Una menzione particolare meritano la brigata della comandante Norma Barbolini, in Emilia,
composta esclusivamente da donne, e la “brigata Alice Noli”, composta da sole donne, anche nei
gradi di comando, e che fu attiva sui monti liguri. Deve il suo nome, come omaggio, ad una
giovane staffetta di Campomorone, paese dell’entroterra genovese, seviziata e uccisa dalle milizie
nere, perché aveva dato sepoltura ad alcuni tra i 147 partigiani morti nell’eccidio della Benedicta,
nell’aprile del 1944. Inoltre, l’8 marzo 1945 le partigiane della ‘Alice Noli’ distribuirono
clandestinamente a Genova 20mila volantini e realizzarono oltre 500 scritte sul selciato, per
testimoniare il proprio ruolo nella Resistenza.Infine, va ricordata Gisella Floreanini, ministra
della Repubblica dell’Ossola, prima donna ad assurgere alla carica di ministra in Italia.
Bisogna ricordare, come fanno notare alcune psicologhe, che praticamente a tutte le madri

toccò il difficile compito di spiegare e razionalizzare agli occhi di bambine e bambini, ragazze
e ragazzi tutto quello che stava succedendo: incendi, devastazioni, assassini, battaglie,
o anche – più semplicemente la fame.
Il 25 aprile e nei giorni che seguirono vi furono le sfilate nelle città liberate, prima gli alleati, poi i
gruppi partigiani composti dagli uomini, solo in fondo alla parata alcune donne e non sempre
perché gli uomini, già partigiani, anche quelli di sinistra, consideravano scostumato fare sfilare le
partigiane che erano state sui monti con gli stessi. Fu questo un comportamento ignobile,
cosicché le storie uniche e irripetibili di questo meraviglioso esercito femminile finì nel
dimenticatoio dal quale vennero strappate solo molti anni dopo.
Pregevole, soprattutto, il lavoro di varie storiche che raccolsero le testimonianze e le memorie di
molte donne che avevano fatto la Resistenza e ne fecero dei libri.
Inoltre, ci furono ex partigiane che scrissero le proprie autobiografie come Libere
smpre di Marisa Ombra, Con cuore di donna di Carla Capponi, Portrait di Joyce Lussu,
La ragazza di via Orazio di Marisa Musu, Autobiografia di Maria Teresa Regard.
Si riporta, in ricordo delle tantissime partigiane italiane, una poesia scritta da Maria Montuoro che
fece la Resistenza in Lombardia, venne arrestata e detenuta a San Vittore, deportata nel lager di
Ravensbruck, trasferita a Siemenstadt lin una fabbrica di armi dove, insieme ad altre donne,
boicottò la produzione di ordigni mortali. Sopravvissuta a quell’inferno, con i suoi scritti, descrisse
le condizioni di non vita nel campo femminile.
IMENTICARE
e perdono vuol dire
non desiderare neppure per un attimo
che i vostri crimini ricadano sui figli innocenti
in questo senso noi perdoniamo.
Se perdono vuol dire
non ammettere neppure
che dobbiate soffrire
lungamente l’agonia
sinché la morte divenga liberazione
in questo senso noi perdoniamo.
Se perdono vuol dire
sperare che anche per voi
sorga il giorno
perché nella ritrovata matrice
in voi rinasca il fratello ucciso
in questo senso noi perdoniamo.
Ma se perdono vuol dire
disperdere la memoria
come al vento la cenere dei morti
chiudere occhi, orecchi
impedire al cervello di pensare
mentre voi sognate altri massacri
altri bagni di sangue, altri roghi
ebbene
cercate altrove
i vostri complici e i vostri servi.
Finché avremo un respiro
un atomo di forza
un lampo di pensiero
li useremo contro di voi
finché quel ventre non sarà isterilito.
Dopo, soltanto dopo
potremo dimenticare.









