Storie di donne nella Rivoluzione: La situazione della donna nel comunismo primitivo


thmarxists.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
1921Conferenze all’università Sverdlov sulla liberazione della donna (*)

I° conferenza

Cominceremo oggi una serie di conferenze che trattano le seguenti questioni: la situazione della donna in riferimento allo sviluppo delle diverse forme economiche della società; la situazione della donna nella società che determina la sua posizione nella famiglia. Troviamo questa relazione stretta e indissolubile in tutte le fasi intermedie dello sviluppo socio-economico. Poiché il vostro futuro lavoro consiste nel conquistare le donne degli operai e dei contadini alla causa della nuova società in cui siete chiamate a vivere, dovete comprendere questa relazione.

L’obiezione più frequente che incontrerete sarà la seguente: non è possibile cambiare nulla della situazione della donna e delle sue condizioni di vita. Queste sarebbero determinate dalle peculiarità del suo sesso. Se avversate l’oppressione delle donne, se volete liberarle dal giogo della vita familiare, se richiedete una maggiore uguaglianza dei diritti tra i sessi, vi verranno servite argomentazioni trite e ritrite: “L’assenza dei diritti della donna e la sua diseguaglianza rispetto all’uomo si spiegano con la storia e non possono dunque essere eliminate. La dipendenza della donna, la sua posizione subordinata all’uomo esistono da sempre, non c’è dunque nulla da cambiare. I nostri antenati hanno vissuto così e accadrà lo stesso per i nostri figli e i nostri nipoti”.

Risponderemo a tali argomentazioni con la storia stessa: la storia dello sviluppo della società umana, la conoscenza del passato e del modo in cui le relazioni si intrecciavano. Appena avremo appreso le condizioni di vita, così come esistevano molte migliaia di anni fa, non tarderete a essere profondamente persuase che l’assenza di diritti della donna rispetto all’uomo, che la sua sottomissione di schiava, non è sempre esistita. Ci sono stati periodi dove l’uomo e la donna hanno avuto diritti assolutamente uguali. E ci sono stati anche periodi dove l’uomo, in una certa misura, attribuiva alla donna una posizione di comando.

Se esaminiamo più attentamente la situazione della donna nel corso delle varie fasi dello sviluppo sociale, riconoscerete facilmente che l’assenza attuale di diritti della donna, la sua mancanza d’autonomia, le sue prerogative limitate nell’ambito della famiglia e della società, non sono affatto qualità innate peculiari “della natura” femminile. Ne è vero che le donne siano meno intelligenti degli uomini. No, la situazione dipendente della donna e la sua mancanza di emancipazione non sono spiegabili con alcuna qualità “naturale”, ma col carattere del lavoro che è stato assegnato loro in una data società.

Vi chiedo di volere leggere attentamente i primi capitoli del libro di Bebel: la Donna e il Socialismo (1 ndt). Bebel dimostra la seguente tesi – di cui ci serviremo nel corso della nostra conferenza – secondo la quale esiste una corrispondenza particolarmente stretta ed organica tra la partecipazione della donna alla produzione e la sua posizione nella società. In breve, si tratta di un tipo di legge socio-economica che non dovrete perdere più di vista. Vi sarà così più facile comprendere i problemi della liberazione universale della donna e del suo rapporto con il lavoro.

Alcuni credono che la donna, nelle vecchie epoche quando l’umanità era ancora immersa nella barbarie, era in una situazione peggiore di quella attuale, conduceva quasi una vita da schiava. Questo è falso. Sarebbe errato credere che la liberazione della donna dipenda dallo sviluppo della cultura e della scienza, che la libertà delle donne dipenda dalla civilizzazione di un popolo. Solo i rappresentanti della scienza borghese possono affermare cose del genere. Tuttavia, sappiamo che non è né la cultura, né la scienza che possono affrancare le donne, ma un sistema economico dove la donna svolga un lavoro utile e produttivo per la società. Il comunismo è un sistema economico di questo tipo.

La situazione della donna è sempre una conseguenza del tipo di lavoro che questa fornisce in un momento preciso dell’evoluzione di un particolare sistema economico. Al tempo del comunismo primitivo – già è stato discusso nelle conferenze precedenti che hanno trattato dell’evoluzione sociale ed economica della società in generale – in un periodo dunque così remoto che ci è difficile immaginarlo, dove la proprietà privata era sconosciuta e dove gli uomini erravano in piccoli gruppi, non c’era nessuna differenza tra la situazione dell’uomo e quella della donna. Gli uomini si nutrivano dei prodotti della caccia e della raccolta.

Durante questo periodo di sviluppo degli uomini primitivi, molte decine, cosa dico, molte centinaia di migliaia di anni fa, i doveri e i compiti dell’uomo e della donna erano sostanzialmente gli stessi. Le ricerche degli antropologi hanno provato che agli albori dello sviluppo dell’umanità, cioè nella fase della caccia e della raccolta, non c’erano grandi differenze tra le qualità fisiche dell’uomo e della donna. Entrambi possedevano una forza ed un’elasticità quasi equivalenti, cosa che è comunque un fatto interessante e importante da notare. Molte caratteristiche delle donne, come i grandi seni, la vita stretta, le forme arrotondate del corpo e la debole muscolatura, si svilupparono soltanto molto più tardi, a partire dal momento in cui la donna dovette rivestire il ruolo “di ovaiola” e garantire, generazione dopo generazione, la riproduzione sessuale.

Fra i popoli primitivi odierni, la donna non si distingue dall’uomo in modo sensibile, i suoi seni restando poco sviluppati, il suo bacino è stretto e i suoi muscoli solidi e ben formati. Accadeva lo stesso all’epoca del comunismo primitivo, quando la donna somigliava fisicamente all’uomo e aveva una forza e una resistenza praticamente uguali.

La nascita dei bambini comportava soltanto una breve interruzione delle sue occupazioni abituali, cioè la caccia e la raccolta della frutta con gli altri membri di questa prima collettività, che era la tribù. La donna era costretta a respingere gli attacchi del nemico più temuto in quel momento, l’animale carnivoro, esattamente come gli altri membri della tribù, fratelli e sorelle, figli e genitori

Non esisteva dipendenza della donna rispetto all’uomo, né esistevano diversi diritti. Le condizioni perchè avvenisse questo non esistevano, poiché, a quel tempo, la legge, il diritto e la divisione della proprietà erano ancora sconosciute. La donna non dipendeva unilateralmente dall’uomo, poiché egli stesso aveva totalmente bisogno della collettività, cioè della tribù. In effetti, la tribù prendeva tutte le decisioni. Chiunque rifiutava di piegarsi alla volontà della comunità periva, moriva di fame o era divorato dagli animali.

Fu solo attraverso una stretta solidarietà nell’ambito della collettività che l’uomo fu in grado di proteggersi dal nemico più potente e più terribile di quest’epoca. Più una tribù era fermamente salda e più gli individui si sottomettevano alla sua volontà. Potevano così opporre un fronte più unito al nemico comune, così il risultato della lotta era più sicuro e la tribù ne usciva rafforzata. L’uguaglianza e la solidarietà naturali, se garantivano la coesione della tribù, erano le migliori armi di autodifesa. È per questo che, in occasione di qualsiasi primo periodo dello sviluppo economico dell’umanità, era impossibile che un membro della tribù dipendesse da un altro o meglio, che dipendesse unilateralmente da quest’ultimo.

All’epoca del comunismo primitivo, la donna non conosceva né schiavitù, né dipendenza sociale, né oppressione. L’umanità ignorava tutto delle classi, dello sfruttamento del lavoro o della proprietà privata. E visse così per migliaia di anni, anche centinaia di migliaia di anni.

Il quadro si modificò nel corso delle fasi seguenti dello sviluppo dell’umanità. I primi accenni al lavoro produttivo e all’organizzazione economica furono il risultato di un lungo processo. Per ragioni climatiche e geografiche, a seconda che ci si trovasse in un’area boschiva o in una steppa, la tribù diventava sedentaria o praticava l’allevamento. Raggiunse una fase più evoluta di quella della prima comunità, basata sulla caccia e la raccolta. Parallelamente a queste nuove forme di organizzazione economica, appaiono nuove forme di comunità sociale.

Esamineremo ora la situazione della donna in due tribù che, vivendo nella stessa epoca, conobbero tuttavia forme di organizzazione diverse. I membri della prima tribù si stabilirono in una regione boschiva intervallata da piccoli campi e diventarono agricoltori sedentari. Quanto ai secondi, vissero in un’area della steppa con le loro grandi mandrie di bufali, di cavalli e di capre e si convertirono all’allevamento. Queste due tribù rimasero tuttavia sempre all’interno di un comunismo primitivo, ignorando la proprietà privata. Ora, la situazione della donna nell’ambito di queste due tribù già si differenziava. Nella tribù che praticava l’agricoltura, la donna usufruiva non soltanto di una piena uguaglianza di diritti, ma occupava anche a volte una posizione dominante. Invece, presso gli allevatori nomadi, la situazione subordinata, dipendente ed oppressa della donna si accentuava a vista d’occhio.

La ricerca che riguarda la storia economica fu a lungo dominata dal concetto che l’umanità deve necessariamente passare attraverso tutte le tappe, tutte le fasi dello sviluppo economico: ogni tribù si sarebbe inizialmente dedicata alla caccia, quindi all’allevamento, infine all’agricoltura e solo alla fine all’artigianato e al commercio. Tuttavia, le più recenti ricerche sociologiche mostrano che le tribù passarono spesso direttamente dalla fase primitiva della caccia e della raccolta, all’agricoltura, omettendo così la fase dell’allevamento. Le condizioni geografiche e naturali sono state in realtà determinanti.

Chiaramente ciò significa che alla stessa epoca e in condizioni naturali diverse, si svilupparono due forme d’organizzazione economica fondamentalmente dissimili, cioè l’agricoltura e l’allevamento. Le donne delle tribù che praticavano l’agricoltura usufruivano di uno stato sensibilmente più elevato. Alcune tribù agricole avevano anche un sistema matriarcale (matriarcato è una parola greca che designa la predominanza della donna – è la madre che perpetua la tribù). In compenso, il patriarcato, cioè il predominio dei diritti del padre – la posizione dominante dei più anziani della tribù -, si sviluppò nei popoli allevatori e nomadi. Perché questo e cosa ci dimostra? La ragione di questa differenza risiede ovviamente nel ruolo della donna nell’economia.

Nei popoli di agricoltori, la donna era la principale produttrice. Esistono ampie prove che fu essa che, per prima, ebbe l’idea dell’agricoltura, che fosse anche “il primo lavoratore agricolo”. L’opera di Marianne Weber, Das Mutterrecht (I diritti della madre), presenta una ricchezza di esempi interessanti che riguardano il ruolo della donna nell’ambito delle prime forme d’organizzazione economica. L’autrice non è comunista. Il suo libro fornisce tuttavia molte informazioni. Sfortunatamente è accessibile soltanto in tedesco.

La donna concepì l’idea dell’agricoltura nel momento in cui, durante la caccia, le madri e i loro bambini furono lasciati indietro perché incapaci di seguire il ritmo degli altri membri della tribù, ostacolando così la ricerca della selvaggina.

Non era allora affatto facile procurarsi altri alimenti e la donna aspettava spesso a lungo. Si vide forzata a procurarsi cibo per sé e i suoi bambini. I ricercatori ne hanno tratto la conclusione che, molto probabilmente, fu la donna a iniziare a lavorare la terra. Quando le scorte si esaurirono nel luogo in cui attendeva il ritorno della tribù, si mise alla ricerca di vegetali contenenti semi commestibili. Mangiò questi semi e ne nutrì i suoi bambini. Ma mentre li schiacciava tra i suoi denti – le prime macine – una parte dei semi cadde al suolo. E quando la donna ritornò dopo un po’ di tempo nello stesso posto, scoprì che i semi avevano germogliato. Ora sapeva che le sarebbe stato vantaggioso ritornare quando le erbe erano ricresciute e che la ricerca di più cibo le sarebbe costata meno sforzi. E’ così che gli uomini hanno imparato che i semi che cadono a terra cominciano a crescere.

L’esperienza insegnò loro anche, che il raccolto era migliore quando avevano mescolato la terra prima. Tuttavia, questa esperienza cadde spesso nell’oblio, poiché la conoscenza individuale poteva diventare parte della tribù soltanto dal momento in cui veniva comunicata alla collettività. Occorreva che fosse trasmessa alle generazioni successive. Ma l’umanità ha dovuto fare un lavoro di riflessione inimmaginabile prima di riuscire ad afferrare e ad assimilare cose apparentemente così semplici. Questa conoscenza si ancorò nella coscienza della collettività soltanto quando si tradusse in pratica quotidiana.

La donna aveva interesse al fatto che il clan o la tribù ritornassero nella vecchia zona dove cresceva l’erba che aveva seminato. Ma non era in grado di convincere i suoi compagni della precisione del suo piano di organizzazione economica. Non poteva convincerli verbalmente. Così favorì alcune regole, abitudini e idee necessarie ai suoi progetti. Così apparve la seguente consuetudine, che ebbe presto forza di legge: se il clan avesse lasciato le madri e i bambini in un terreno vicino ad un ruscello durante la luna piena, gli dei avrebbero ordinato ai suoi membri di tornare in quello stesso luogo alcuni mesi più tardi. Chiunque non rispettasse questa legge era punito dagli spiriti. La tribù scoprì che i bambini morivano più rapidamente quando questa regola non era rispettata, cioè quando non si ritornava “al posto dove l’erba cresce” e cominciò a rispettare strettamente queste abitudini e a credere “alla saggezza” delle donne. Dato che la donna ricercava una produzione massima per un minimo lavoro, fece presto la seguente constatazione: più il suolo dove seminava era poroso, migliore era il raccolto. Accovacciata, incise per mezzo di rami, di punte e di pietre, i solchi nel primo campo. Tale scoperta si rivelò proficua, poiché offrì all’uomo una maggiore sicurezza in occasione delle sue peregrinazioni incessanti attraverso la foresta, dove si esponeva costantemente al pericolo di essere divorato dagli animali.

A causa della sua maternità, la donna occupò una posizione particolare fra i membri della tribù. È alla donna che l’umanità deve la scoperta dell’agricoltura, scoperta estremamente importante per la sua evoluzione economica. E fu questa scoperta che, per lungo tempo, determinò il ruolo della donna nella società e nell’economia, mettendola al vertice delle popolazioni che praticavano l’agricoltura. Numerosi ricercatori attribuiscono alla donna anche l’uso del fuoco come strumento economico.

Ogni volta che la tribù partiva a caccia o alla guerra, le madri e i loro bambini erano lasciati indietro e obbligati a proteggersi dagli animali carnivori. Le ragazze e le donne senza figli partivano con gli altri membri della tribù. È con la sua esperienza che l’uomo primitivo imparò che il fuoco offriva la migliore protezione contro i carnivori. Tagliando pietre per fabbricare armi o i primi attrezzi domestici, si era imparato a fare il fuoco. Per garantire la protezione dei bambini e delle loro madri, si accendeva dunque un fuoco prima della partenza della tribù per la caccia. Per le madri era un sacro dovere conservare questo fuoco destinato ad allontanare gli animali. Per gli uomini, il fuoco era una forza spaventosa, inafferrabile e sacra. Per le donne che se ne occupavano in modo permanente, le proprietà del fuoco diventarono familiari e furono in grado così di utilizzarlo per facilitare ed economizzare il loro lavoro. La donna apprese a cuocere i suoi recipienti in terracotta per renderli più resistenti e ad arrostire la carne che poteva così essere conservata meglio. La donna, legata al focolare con la sua maternità, dominò il fuoco e ne fece il suo servo. Ma le leggi dell’evoluzione economica modificarono successivamente questa relazione e la fiamma del primo focolare ridusse la donna in schiavitù, spogliandola di tutti i suoi diritti e legandola per lungo tempo ai suoi fornelli.

L’ipotesi che le prime capanne siano state costruite dalle donne per proteggersi con i loro figli dalle intemperie non è certamente ingiustificata. Ma non solo le donne costruivano capanne e coltivavano la terra da cui raccoglievano i cereali, ecc., esse furono anche le prime a praticare l’artigianato. La filatura, la tessitura e la ceramica furono scoperte femminili. E le linee che tracciavano sui vasi di terracotta furono i primi tentativi artistici dell’umanità, la fase preliminare dell’arte. Le donne raccoglievano erbe e impararono a conoscere le loro proprietà: le antenate delle nostre madri furono i primi medici. Questa storia, la nostra preistoria, è conservata nelle antiche leggende e nelle credenze popolari. Nella cultura greca, che era al suo apice duemila anni fa, non fu il dio Asclépio (Esculapio), ma sua madre, Coronide, che fu considerava come il primo medico. Soppiantò Ecate e Diana che erano state le prime dee dell’arte della guarigione. Tra i vecchi Vichinghi, c’era la dea Eir. Al giorno d’oggi incontriamo ancora spesso nei villaggi anziane donne che passano per essere particolarmente intelligenti e a cui si attribuiscono poteri magici.

La conoscenza acquisita dalle antenate delle nostre madri era estranea ai loro compagni, che partivano spesso alla caccia o alla guerra o si dedicavano ad altre attività che richiedevano particolare forza muscolare. Semplicemente non avevano il tempo di impegnarsi in riflessioni o in attente osservazioni. Non era loro dunque possibile raccogliere e trasmettere esperienze preziose sulla natura delle cose. Il termine “Vedunja”, la maga, è formato sulla parola “Vedatj”, conoscenza. La conoscenza è dunque stata da sempre una prerogativa della donna, che l’uomo temeva e rispettava. È per ciò che la donna, nel periodo del comunismo primitivo – l’alba dell’umanità -, non era solo uguale all’uomo, ma, a causa di una serie di scoperte e di scoperte utili al genere umano e contribuendo alla sua evoluzione economica e sociale, lo ha addirittura superato. Dunque, in determinati periodi della storia dell’umanità, la donna svolse un ruolo molto più importante per lo sviluppo delle scienze e della cultura di quello che la scienza borghese, bardata di pregiudizi, le ha attribuito fino ad ora.

Gli antropologi, ad esempio, specialisti dello studio dell’origine dell’umanità, hanno ignorato il ruolo della femmina nel corso dell’evoluzione dei nostri antenati, dalle scimmie agli ominidi. Questo perché la posizione eretta, così caratteristica dell’essere umano è stata principalmente una conquista della donna. Nelle situazioni in cui si trovava la nostra antenata a quattro zampe, doveva difendersi contro gli attacchi nemici: imparò così a proteggersi con un solo braccio, mentre con l’altro teneva fermamente stretto a sé il proprio piccolo che si aggrappava al suo collo. Ha potuto tuttavia realizzare questa prodezza soltanto raddrizzandosi a metà, cosa che sviluppò anche la massa del suo cervello. Le donne pagarono cara quest’evoluzione, poiché il corpo femminile non era fatto per la posizione eretta. Nei nostri cugini a quattro zampe, le scimmie, le doglie sono completamente sconosciute. La storia di Eva, che raccolse il frutto dell’albero della conoscenza e che, per questo motivo dovette partorire con dolore, possiede dunque un sfondo storico.

Ma noi analizzeremo principalmente il ruolo della donna nell’economia delle tribù di agricoltori. All’origine, i prodotti dell’agricoltura non erano sufficienti a nutrire la popolazione, è per questo che si continuò a praticare la caccia. Quest’evoluzione portò una divisione naturale del lavoro. La parte sedentaria della tribù, le donne dunque, organizzò l’agricoltura, mentre gli uomini continuarono a partire alla caccia o alla guerra, in spedizioni di saccheggio contro le tribù vicine. Ma poiché l’agricoltura era nettamente più proficua e i membri della tribù preferivano i prodotti del raccolto a quelli così pericolosamente conquistati con la caccia o il saccheggio, divenne presto la base economica del clan. E chi era allora il produttore principale di quest’economia basata sull’agricoltura? La donna!

Era quindi naturale per il clan rispettare la donna e stimare molto il valore del suo lavoro. Attualmente esiste una tribù di agricoltori in Africa centrale, Balonda, dove la donna è il membro della comunità più “apprezzato”. Il famoso esploratore inglese, David Livingstone riporta quanto segue: “Le donne sono rappresentate al Consiglio degli Anziani. I futuri mariti devono unirsi al villaggio delle loro future mogli e vivere presso di loro dopo aver consumato il matrimonio. L’uomo si impegna a mantenere la suocera fino alla sua morte. Solo la donna ha il diritto a chiedere la separazione, dopo di che tutti i suoi bambini rimangono con lei. Senza l’autorizzazione della moglie, l’uomo non deve contrarre alcun obbligo nei confronti di un terzo, per quanto insignificante sia”. Gli uomini sposati non oppongono alcuna resistenza e sono rassegnati alla loro situazione. Le mogli danno ai loro uomini recalcitranti colpi o schiaffi o li privano del cibo.

Tutti i membri della comunità del villaggio sono obbligati ad obbedire a coloro che godono di stima generale. Livingstone pensa che tra i Balonda, siano le donne a esercitare il potere. Ma, questa tribù non costituisce affatto un’eccezione. Altri ricercatori affermano che nelle tribù africane in cui le donne arano e seminano, costruiscono le capanne e conducono una vita attiva, queste non sono soltanto completamente indipendenti, ma intellettualmente superiori agli uomini. Gli uomini di queste tribù si lasciano mantenere dal lavoro delle loro mogli, diventano “femminili e morbidi”. “Mungono le mucche e chiacchierano”, secondo quanto riferito dai resoconti di numerosi ricercatori.

I tempi preistorici ci offrono molti esempi di dominazione da parte delle donne. In una parte delle tribù che praticano l’agricoltura, la filiazione non è realizzata dal padre, ma dalla madre. E là dove è comparsa la proprietà privata, sono le figlie che ereditano e non i figli. Ancora oggi incontriamo la sopravvivenza di questo sistema di diritti in alcuni popoli delle montagne del Caucaso.

L’autorità della donna presso le popolazioni agricole aumentava incessantemente. Era lei che conservava e proteggeva le tradizioni e le abitudini, il che significa che era lei soprattutto che dettava le leggi. Il rispetto di queste tradizioni e di queste abitudini era una necessità vitale assoluta. Senza essa sarebbe stato terribilmente difficile indurre i membri del clan ad obbedire alle regole che derivano dai compiti economici. Gli uomini di quel tempo non erano capaci di spiegare logicamente e scientificamente perché dovevano seminare e raccogliere a periodi determinati. Pertanto, era molto più semplici dire: “Da noi esiste questa usanza, stabilita dai nostri antenati, è per questo che dobbiamo fare così. Chi si oppone è un criminale”. Il mantenimento di queste tradizioni e di questi costumi era garantito dalle anziane del villaggio, le donne e le madri, sagge ed esperte.

La divisione del lavoro nelle tribù che praticano allo stesso tempo la caccia e l’agricoltura ha portato i seguenti fatti: le donne, responsabili della produzione e dell’organizzazione delle abitazioni, hanno ulteriormente sviluppato le loro capacità di ragionamento e di osservazione, mentre gli uomini, a causa delle loro attività di caccia e di guerra, hanno piuttosto sviluppato la loro muscolatura, la loro indole fisica e la loro forza. In questa fase dell’evoluzione, la donna era intellettualmente superiore all’uomo. E nell’ambito della comunità, occupava, naturalmente, la posizione dominante, cioè quella del matriarcato.

Non dobbiamo dimenticare che in questa epoca gli uomini erano incapaci di prodursi delle riserve È per questo che le mani lavoratrici rappresentavano “la forza viva” del lavoro e la fonte della prosperità. La popolazione aumentava soltanto lentamente, il tasso di natalità era basso. La maternità era molto apprezzata e la donna-madre occupava un posto d’onore nelle tribù primitive. Il basso tasso di natalità è parzialmente spiegabile con l’incesto e coi matrimoni tra parenti stretti. Ed è provato che questi matrimoni fra consanguinei sono responsabili di aborti spontanei, rallentando così la normale evoluzione della famiglia.

Durante il periodo di caccia e di raccolta, l’importanza della riserva della forza del lavoro di una tribù non svolgeva alcun ruolo. Al contrario, appena la tribù acquistava maggiore ampiezza l’approvvigionamento diventava più difficile. Fino a quando l’umanità si è nutrita esclusivamente dei prodotti casuali della raccolta e della caccia, la maternità della donna non era particolarmente apprezzata.

I bambini e i vecchi erano un pesante fardello per la tribù. Ci si provava a sbarazzarsene in un modo o nell’altro e succedeva anche che li mangiassero. Ma le tribù che garantivano le loro entrate grazie a un lavoro produttivo, cioè le tribù di agricoltori, avevano bisogno di lavoratori. Con questo la donna acquisì un nuovo significato, in questo caso quello di produrre nuova forza lavoro, i bambini. La maternità era venerata religiosamente. In molte religioni pagane, il dio principale è il sesso femminile, ad esempio la dea Iside in Egitto, Gaia in Grecia, cioè la Terra che, all’epoca primitiva, rappresentava la fonte di tutta la vita.

Bachofen, noto per le sue ricerche sul matriarcato, ha provato che il femminile, nelle religioni primitive, predominava sul maschile, cosa che la dice lunga sul significato della donna in questi popoli. La terra e la donna erano le fonti primarie ed essenziali di qualsiasi ricchezza. Le proprietà della terra e della donna si confusero. Terra e donna creavano e perpetuavano la vita. Chiunque feriva una donna, feriva anche la terra. E nessun crimine fu più mal visto di quello diretto contro una madre. I primi sacerdoti, cioè i primi servitori degli dei pagani, erano donne. Erano le madri a decidere per i loro figli e non i padri, come in altri sistemi di produzione. Troviamo sopravvivenza di questa sovranità delle donne nelle leggende e nelle abitudini dei popoli tanto dell’Oriente che dell’Occidente. Non era tuttavia il significato di madre che mise la donna in questa posizione dominante presso le tribù agricole, bensì piuttosto il suo ruolo di produttore principale nell’economia del villaggio. Fino a quando la divisione del lavoro indusse l’uomo ad occuparsi soltanto della caccia, considerata come attività secondaria, mentre la donna coltivava i campi – l’attività più importante di quest’epoca -, la sua sottomissione e la sua dipendenza nei confronti dell’uomo erano inconcepibili.

È dunque il ruolo della donna nell’economia che determina i suoi diritti nel matrimonio e nella società. Ciò appare ancora più chiaramente quando compariamo la situazione della donna di una tribù di agricoltori con la situazione della donna di una tribù di allevatori nomadi. Osserverete che uno stesso fenomeno, come la maternità, cioè una proprietà naturale della donna, può avere conseguenze radicalmente opposte in condizioni economiche diverse.

Tacito ci dà una descrizione della vita degli antichi Germani. Erano una tribù di agricoltori sana, vigorosa e combattiva. Tenevano in grande considerazione le loro mogli ed ascoltavano il loro consigli. Le donne Germane avevano tutta la responsabilità del lavoro dei campi. Le donne delle tribù Ceche che praticavano l’agricoltura, godevano della stessa stima. La leggenda che c’è stata trasmessa sulla saggezza della principessa Libuše racconta che una delle sorelle di Libuše si occupava dell’arte della guarigione, mentre l’altra costruiva nuove città. Quando Libuše salì al potere, scelse come consulenti due ragazze particolarmente versate nelle questioni di diritto. Questa principessa governava in modo democratico e consultava il suo popolo per tutte le decisioni importanti. Libuše fu in seguito detronizzata dai suoi fratelli. Questa leggenda testimonia abbastanza bene il modo in cui i popoli hanno conservato la memoria della sovranità della donna. Il matriarcato diventò nella leggenda popolare un’epoca particolarmente felice e benedetta poiché la tribù conduceva ancora una vita collettiva.

Quale era invece la situazione della donna in una tribù di pastori? La tribù dei cacciatori si trasformò in tribù di pastori quando le condizioni naturali furono favorevoli (ampie aree di steppa, erba abbondante, mandrie di bovini o di cavalli selvaggi) e quando dispose di un numero sufficiente di cacciatori forti, abili ed intrepidi, capaci non soltanto di uccidere la loro preda, ma anche di catturarla viva. Erano soprattutto gli uomini che possedevano queste qualità fisiche. Le donne potevano dedicarvici solo per breve tempo, quando non erano assorbite dai compiti materni. La maternità le relegava in una posizione particolare e fu l’origine di una divisione del lavoro basata su differenza sessuale. Quando l’uomo partiva per la caccia accompagnato dalle donne celibi, la donna-madre era lasciata indietro a sorvegliare la mandria catturata. Doveva anche garantire l’addomesticamento degli animali. Ma questo compito economico rivestiva soltanto un significato di secondo ordine, era subordinato. Riflettete. Chi, secondo un punto di vista strettamente economico, sarà il più favorito del clan, l’uomo che cattura la femmina bufalo o la donna che la munge? Naturalmente l’uomo! Poiché la ricchezza della tribù si basava sul numero di animali catturati, era logicamente quello che poteva aumentare numericamente la mandria che fu considerato il principale produttore e fonte di prosperità per la tribù.

Il ruolo economico delle donne nelle tribù di pastori era sempre secondario. Poiché la donna, da un punto di vista economico, aveva meno valore e il suo lavoro era meno produttivo, cioè non contribuiva allo stesso modo alla prosperità della tribù, comparve la concezione secondo la quale la donna non era uguale all’uomo. E’ importante notare quanto segue: le donne di queste tribù non dovevano, in occasione dell’esecuzione del loro lavoro subordinato alla cura della mandria, soddisfare le stesse esigenze e le stesse necessità, cioè sviluppare sistemi di lavoro a cadenza regolare, come era il caso delle donne delle tribù di agricoltori. Il fatto che le donne non soffrissero mai per la mancanza di provviste quando rimanevano sole nelle abitazioni fu particolarmente determinante. Infatti, il bestiame che governavano poteva, in qualsiasi momento, essere macellato. Le donne delle tribù di pastori non erano dunque obbligate ad inventare altri metodi di sussistenza, come le donne delle tribù che praticano tanto la caccia che l’agricoltura. D’altra parte, la cura del bestiame richiedeva meno intelligenza del lavoro complicato della terra.

Le donne delle tribù di pastori non potevano misurarsi intellettualmente cogli uomini e da un punto di vista strettamente fisico, erano, per forza e flessibilità, completamente inferiori a loro. Ciò rafforzò naturalmente la rappresentazione della donna come una creatura inferiore. Con l’aumento del bestiame della tribù, si rafforzava la condizione di serva della donna – valeva meno degli animali – come si allargava il divario tra i sessi. I popoli nomadi e pastori si trasformarono del resto più facilmente in orde guerriere e depredatrici di popoli che ricavavano sussistenza dall’agricoltura. La ricchezza degli agricoltori si basava su un lavoro più pacifico di quello degli allevatori e dei nomadi, per i quali il saccheggio era un’ovvia fonte d’arricchimento. All’inizio rubavano solo bestie, poi saccheggiarono e gradualmente rovinarono le tribù vicine, bruciando le loro scorte e facendo fra loro prigionieri, che divennero i primi schiavi.

Matrimoni forzati e stupri di donne delle tribù vicine erano soprattutto praticati dalle tribù nomadi e guerriere. Il matrimonio forzato ha fortemente segnato la storia dell’umanità. Ha innegabilmente contribuito a rafforzare l’oppressione della donna. Dopo essere stata strappata contro la sua volontà alla sua tribù, la donna si sentiva particolarmente senza difese. Era completamente consegnata a quelli che la avevano rapita o catturata. Con l’arrivo della proprietà privata, il matrimonio forzato portò il coraggioso guerriero a rinunciare alla sua parte di bottino sotto forma di mucche, di cavalli o di pecore per esigere il possesso assoluto di una donna, cioè il diritto di disporre interamente della sua forza lavoro. “Non ho bisogno di mucche, di cavalli o di animali a pelo lungo, accordami soltanto il diritto di possedere la donna che ho catturato con le mie mani”. È abbastanza ovvio che la cattura e il rapimento da parte di una tribù straniera significarono per la donna la soppressione di qualsiasi uguaglianza di diritti. Si trovò così in una posizione subordinata e privata dei diritti in relazione a tutto il clan, ma in particolare riguardo a colui che l’aveva catturata, cioè di suo marito. Ciò nonostante, i ricercatori che attribuiscono la non emancipazione della donna al matrimonio hanno torto: non era l’istituzione del matrimonio ma soprattutto il ruolo economico della donna che fu la causa della sua mancanza di libertà fra i popoli di pastori nomadi.

Il matrimonio forzato, se si incontrava in alcune tribù di contadini, non violava i diritti delle donne, fermamente radicati in queste tribù. La storia ci insegna che gli antichi Romani rapirono le donne dei Sabini. Ma i Romani erano un popolo agricolo. E finché questo sistema economico prevalse, i Romani rispettarono profondamente le loro mogli, anche se le avevano strappate con la forza alle tribù vicine. La lingua attuale, per tradurre la considerazione che viene attribuita alla donna da parte della sua famiglia e del suo ambiente, la paragona ad “una matrona romana”, cosa che è ovviamente una sopravvivenza di questo stato di cose. Col tempo, tuttavia, anche la posizione della donna romana si deteriorò.

I popoli pastori non hanno alcun rispetto della donna. È l’uomo che regna e questa dominazione, il patriarcato, esiste ancora oggi. Basta esaminare più attentamente le tribù di pastori e di nomadi delle repubbliche federali dell’URSS: i Baschiri, i Kirghisi e i Calmucchi. La situazione della donna in queste tribù è particolarmente desolante. È di proprietà del marito che la tratta come bestiame. La compera come compererebbe una pecora. La trasforma in bestia da soma e una schiava obbligata a soddisfare tutti i suoi desideri. Inutile aggiungere che la donna calmucca o kirghisa non ha diritto all’amore. Il nomade beduino, prima di concludere l’affare, mette un ferro rovente sulla mano della sua futura moglie per misurarne la resistenza.

Se la donna che si è comprato si ammala, la caccia da lui, persuaso di aver fatto un cattivo affare. Nelle isole Figi, l’uomo aveva ancora, fino a poco tempo fa, il diritto di uccidere sua moglie. Nei Calmucchi, l’uomo poteva legalmente uccidere sua moglie, se lei lo tradiva. Invece, se fosse stata lei ad uccidere il marito, gli sarebbero stati strappati il naso e le orecchie.

In molte tribù selvagge della preistoria, le donne erano considerate a tale punto come proprietà dai loro mariti che erano obbligate a seguirli nella morte. Le vedove dovevano montare sulla pira preparata per l’incenerimento ed esservi bruciate. Quest’abitudine barbara è stata a lungo praticata dagli indiani d’America e in India come pure nelle tribù africane, tra gli antichi norvegesi e i nomadi slavi dell’antica Russia. In tutta una serie di popoli africani e asiatici, ci sono prezzi fissati per l’acquisto delle donne, come per l’acquisto delle pecore, della lana o della frutta. Non è difficile immaginare la vita di queste donne.

Se un uomo è ricco, può comperarsi molte mogli. Queste gli forniscono gratuitamente la loro forza lavoro e gli garantiscono una varietà nei suoi svaghi sessuali. In oriente, mentre l’uomo povero doveva accontentarsi di una sola donna, i membri della classe dominante erano in competizione per il numero dei loro schiavi domestici. Il re della tribù primitiva degli Aschanti possedeva da solo trecento donne. I re indiani contavano molte centinaia di donne. Lo stesso dicasi in Turchia e in Persia, dove donne infelici passavano la loro vita intera chiuse dietro le pareti degli harem.

In oriente, questa situazione si è perpetuata fino ai nostri giorni. Il vecchio sistema economico è rimasto invariato e costringe le donne alla prigionia e alla schiavitù. Ma questa situazione non è da attribuirsi unicamente all’istituzione del matrimonio.

Qualunque sia la forma del matrimonio questo dipende ancora dal sistema economico e sociale e dal ruolo della donna all’interno di quest’ultimo. Ritorneremo su quest’argomento più approfonditamente in un’altra serie di conferenze. Frattanto, lo riassumiamo così: tutti i diritti della donna, tanto matrimoniali che politici e sociali, sono determinati unicamente dal suo ruolo nel sistema economico.

Vi farò un esempio attuale. È penoso vedere quanto la donna sia sprovvista di diritti tra i Baschiri, i Kirghisi e i Tartari. Ma appena un Baschiri o un Tartaro si stabiliscono in città e sua moglie riesce a guadagnarsi da vivere, il potere dell’uomo su sua moglie si sente seriamente indebolito.

Per riassumere la conferenza di oggi: abbiamo visto che la situazione della donna, ai primissimi stadi dell’evoluzione umana, differiva secondo i vari tipi di organizzazione economica. Dove la donna era la principale produttrice del sistema economico, era onorata e aveva diritti importanti. Ma se il suo lavoro per il sistema economico rivestiva un’importanza e un significato inferiori, occupava presto una posizione dipendente e senza diritti, diventando serva e anche schiava dell’uomo.

Grazie all’aumento della produttività del lavoro umano e all’accumulo delle ricchezze, il sistema economico si complicò col tempo. Fu allora la fine del comunismo primitivo e della vita nelle tribù chiuse in loro stesse. Il comunismo primitivo fu sostituito da un sistema economico basato sulla proprietà privata e lo scambio crescente, cioè il commercio. La società si divise ora in classi.
La prossima volta, parleremo della situazione della donna in questo sistema economico.

*) Conferenze all’università Sverdlov sulla liberazione della donna – 12° Conferenza, Éditions “La Brèche”, 1978

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