Una marcia notturna verso Trieste dei partigiani del battaglione d’assalto della XXX Divisione del IX Korpus

di Spetič Stojan

Volčji grad è un paesino vicino a Comeno, sul Carso che guarda a Nabresina e Monfalcone. In sloveno potrebbe significare Castel del lupo, ma in realtà il nome del paese è legato ad una nobildonna romana che portò in questa landa battuta dal vento di bora la sua figlia malaticcia, chiamata Volcia. La ragazza morì ed è sepolta nel villaggio, non lontano da un castelliere, uno dei più significativi della zona.
All’ingresso del paese c’è una casa con la targa commemorativa della partenza per Trieste del Battaglione di assalto della XXX Divisione del IX Korpus partigiano.
Erano un buon centinaio di giovani combattenti, forgiati nelle battaglie contro le postazioni tedesche e dei loro collaboratori italiani, sloveni ed ucraini. Quasi la metà erano nativi della Venezia Giulia, un quarto triestini.
Nella grande casa della famiglia Kosmina passarono notti di attesa. La padrona di casa gli cucinò quanto aveva in casa e molti ricordano i suoi modi gentili. “Siete tutti miei figli”, diceva, raccomandandogli di fare il proprio dovere, ma anche di evitare soverchi pericoli.
La notte del 28 aprile 1945 arrivò l’ordine tanto atteso: “Marcia forzata verso Trieste”. Il battaglione camminò lungo sentieri nascosti della landa carsica passando per Monrupino. Ad Opicina erano asserragliati i tedeschi. La “battaglia per Trieste” si è consumata qui dove i nazisti cercarono di fermare l’avanzata dei partigiani jugoslavi mentre nella città era in corso l’insurrezione armata delle unità del Comando cittadino di Trieste e di Unità operaia.
Il battaglione d’assalto ebbe una scaramuccia sulla strada per Opicina, ma proseguì speditamente verso Gropada dove si accampò nel boschetto. Dopo una notte di marcia avevano qualche ora per riposare.
Verso l’alba da Longera e Cattinara due uomini si diressero verso quel boschetto. Erano Lado Ferluga – Cvek e Maks Spetič. Avevano il compito di accompagnare il battaglione attraverso sentieri sicuri fino alle caserme di Rozzol dove era acquartierato un reparto della Guardia civica.
L’attraversamento del crinale del Carso era pericoloso. Da Cattinara, dove ora sorge l’ospedale, operava una batteria della „flack“ con mitragliatrici pesanti ed artiglieria antiaerea. I tedeschi continuavano a sparare verso qualunque cosa si muovesse verso Basovizza e sopra Longera. Bisognava neutralizzarli.
Nella cortile della casa di Maks, in cima alla collina di Cattinara, accanto al cimitero, si accampò una dozzina di partigiani bosniaci. Si accucciarono nel cortile e gli abitanti della casa sentirono per ore solo lo strofinare delle pietre per aguzzare i loro lunghi coltelli. All’alba sparirono e dopo un po’ la Flack tacque per sempre.
Cvek e Maks nel frattempo erano giunti nel boschetto di Gropada. Un partigiano di guardia li fermò chiedendo la parola d’ordine. Cvek se l’era scordata ed all’insistenza della guardia si mise a bestemmiare come un turco convinto che sarebbe finita male. A quel punto si udì il commissario del battaglione dire: “Riconosco le tue bestemmie, va bene così. Passate avanti.”
Silenziosamente il battaglione scese verso la valle di Longera. Dovevano stare attenti perché in cima alla valle, alla Chiusa (Ključ), si erano raggruppati soldati tedeschi pronti alla ritirata. L’ordine era di ignorarli e proseguire. Continuarono in silenzio con un episodio divertente. Un giovane soldato si era accovacciato in un cespuglio per i propri bisogni quando vide sfilare tutto il battaglione davanti ai suoi occhi. Sapendo che se avesse dato l’allarme sarebbe stato sicuramente ucciso dai partigiani tacque e loro passarono facendogli cenni con le mani.
Attraversata Longera salirono oltre il torrente verso il Cacciatore e giù a Rozzol, dove raggiunsero le caserme. Ci fu una breve scaramuccia. Poi radunarono i membri della Guardia civica ed un ufficiale partigiano triestino si rivolse loro invitandoli a partecipare alla liberazione di Trieste, arruolandosi volontariamente nel battaglione. Disse che avevano mezz’ora di tempo per decidere. Chi non voleva combattere doveva consegnare le armi e poteva tornare a casa.
Passata mezz’ora il cortile rimase vuoto. Se ne andarono tutti. I partigiani del battaglione d’assalto proseguirono per il centro cittadino dove parteciparono ai combattimenti strada per strada. Pioveva, ma tutti avevano il cuore gonfio di gioia.

 

Sotto: la targa commemorativa della partenza per Trieste del Battaglione di assalto della XXX Divisione del IX Korpus partigiano, su una casa all’ingresso del paese di Volčji grad.

 

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