“Liberare i popoli” di Fosco Giannini: un libro unico nella saggistica italiana

Si tratta di un libro assolutamente unico nella saggistica italiana. Attraverso una lunga serie di saggi si percorre, dai primi anni ’90 sino al 2019, dalla crisi della Jugoslavia sino alla caduta del Muro di Berlino, l’intera politica internazionale dell’ultimo trentennio”

di Sergio Leoni

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“Non da oggi la stampa è un potente strumento di cui si serve la classe dominante per mantenere la sua dittatura. Il grande capitale non domina solo con le banche, i monopoli, il potere finanziario, il tribunale e la polizia, ma con i mezzi quasi illimitati della sua propaganda e della corruzione ideologica. Mai, però, come oggi, il malcostume della stampa capitalista si è manifestato in forme così volgari e abiette. Vi fu un’epoca, agli inizi dell’età moderna, fino alle rivoluzioni del secolo XVIII in cui, come ebbe a scrivere Lenin, la lotta per la libertà di stampa ebbe la sua grandezza perché era la parola d’ordine della democrazia progressiva in lotta contro le monarchie assolute, il feudalesimo e la Chiesa. Ma nella fase di decadenza del capitalismo la stampa conservatrice e reazionaria ha perduto ogni senso morale e ogni pudore. Il giornalismo al servizio dei gruppi imperialisti è una forma corrente di prostituzione. Il capitalismo in putrefazione ha bisogno per reggersi di mentire continuamente. La realtà lo accusa: dunque dev’essere falsificata. La fabbrica della menzogna è diventata arte, tecnica, norma di vita”. (Pietro Secchia, I Crociati della menzogna, Rinascita, n-8-9 1950).

Con questa citazione di Pietro Secchia inizia il contributo al libro di Fosco Giannini del direttore de L’AntiDiplomatico Fabrizio Verde. Che poi chiosa: “I nuovi crociati della menzogna nel 2019 sono più attivi che mai. Come mostrato in maniera magistrale dagli articoli di Fosco Giannini che compongono questo libro, essi operano a pieno ritmo, senza il minimo contrasto a livello ideologico da parte di una certa sinistra ormai in completo disarmo, passata armi e bagagli nel campo del nemico di classe, sposandone posizioni e concezione del mondo. Dai neonazisti in Ucraina ai jihadisti in Siria, dai nipoti di Pinochet in Venezuela alla tecnocrazia europea, questi, incredibilmente, sono i punti di riferimento del neoliberismo imperialista. E “il malcostume della stampa capitalista” ha raggiunto livelli mai toccati prima.

E proprio la linea di fortissima controtendenza rispetto alla cultura dominante, al mainstream generale, ci induce a “raccomandare” il libro di Fosco Giannini “Liberare i Popoli – Usa, NATO, Ue: appunti per la lotta”, Editrice La Città del Sole di Napoli, prefazione di Manlio Dinucci, postfazione di Luca Cangemi e, appunto, un contributo di Fabrizio Verde. Il libro, 438 pagine, 20 euro, è in seconda ristampa. Si tratta di un libro assolutamente unico nella saggistica italiana. Attraverso una lunga serie di saggi si percorre, dai primi anni ’90 sino al 2019, dalla crisi della Jugoslavia sino alla caduta del Muro di Berlino, l’intera politica internazionale dell’ultimo trentennio. Jugoslavia, Cecenia, guerre americane in Iraq, Libia, Siria, rivoluzione venezuelana, il Brasile di Lula e della controrivoluzione, Israele e la lotta di liberazione palestinese, la sviluppo titanico della Cina, la Russia di Putin, la formazione dei BRICS, la Nuova Via della Seta e la risposta imperialista contro questo fronte che smentiva categoricamente, irridendola, la “ratifica” della “fine della Storia” proclamata da Fukuyama. Ma, anche, una serie di riflessioni alte sulla formazione dell’Ue (“Un processo di integrazione di Stati e popoli violento, artificioso, freddo, privo di spinta storica, economica, culturale, politica e sostenuto solo dall’esigenza del grande capitale europeo di affidare ad un potere sovranazionale dittatoriale – il Consiglio indiscutibile dell’Ue – una politica continentale volta a colpire salari, pensioni, diritti e stato sociale nell’obiettivo di abbattere il costo del lavoro e il costo delle merci per portare più agevolmente il neo imperialismo dell’Ue ad essere competitivo per la conquista dei mercati internazionali”). La NATO come gendarme imperialista planetario e la necessità assoluta di rilanciare la parola d’ordine (cancellata da Berlinguer) “fuori l’Italia dalla NATO, fuori la NATO dall’Italia”. La “nuova lettura” di fatti storici demonizzati, come il Muro di Berlino (“Dal fiume infinito di articoli, saggi, trasmissioni sul trentesimo anniversario della caduta del Muro non emerge una frase, un rigo appena, un modesto accenno ai perché storici di quella edificazione e un giovane lettore può pensare che lì, nella Germania Est, semplicemente, come in un graphic novel americano, s’estendeva il Regno del Male. Al contrario, un’intera letteratura sociologica si riversa dai media per imporre l’idea che al di là del Muro vi era un intero popolo reso schiavo dalla dittatura comunista, vi era una parte della Germania ridotta ad un’unica ed opprimente caserma, uomini e donne dall’anima incatenata e dai corpi che conoscevano solo la miseria e la fame. Questo quadro è dipinto dall’esercito di giornalisti e intellettuali d’osservanza capitalistica che il mainstream occidentale ha sguinzagliato per raccontare il Muro di Berlino. Il compito che la classe dominante ha dato a questo esercito è stato quello di costruire una falsa coscienza di massa, in tutta Europa, in tutto l’occidente, volta aidentificare il socialismo con la repressione e il terrore, elevando il Muro a paradigma di questo nefasto socialismo. Compito portato a termine, riuscito, poiché, ora, pochi altri eventi storici, secondo la narrazione odierna sul Muro, hanno in sé tanta densità del Male. Con tutto il Male che ora il Muro ha accumulato in sé, diviene di second’ordine il male dell’atomica americana su Hiroshima e Nagasaki, il napalm americano sul Vietnam, il sangue versato dall’imperialismo francese in Africa, la tenebrosa “linea Pinochet”, ripetuta dagli USA in tutta L’America Latina, il “golpe” fascista dei colonnelli in Grecia, nel 1967 (solo sei anni dopo l’edificazione del Muro) sostenuto dagli USA e dalla NATO, la distruzione della Jugoslavia e l’uranio impoverito sparato dall’occidente buono per seminare leucemia sulle presenti e future generazioni, la distruzione dell’Iraq, della Libia, della Siria e i milioni di morti e di profughi prodotti dalle bombe buone dell’imperialismo, i nazifascisti organizzati dagli USA, dalla NATO e dall’Ue per sostenere il golpe in Ucraina: tutto questo male viene raccolto e spostato sul Muro di Berlino che in sé tutto lo raccoglie”.

Lo studio profondo delle esperienze dell’Izquierda Unida in Spagna e del Synaspismos in Grecia, nel rapporto tra esigenza dell’unità a sinistra e perdita dell’autonomia comunista nei fronti di sinistra più moderata. La comprensione della rivoluzione iraniana nel nuovo scacchiere antimperialista : un lavoro di grande impegno, questo di Giannini, che da Senatore e CapoGruppo in Commissione Difesa, da responsabile Esteri del PRC e del PCI, da collaboratore di gran parte dei giornali e delle riviste comuniste e di sinistra di tutta Europa ha maturato un’esperienza internazionale che, segnata da una solida cultura antimperialista e internazionalista, si trasforma in questo libro in una sorta di “scuola quadri” per le nuove generazioni.

Poichè proprio da “scuola quadri” – da cultura d’avanguardia – sono i saggi contenuti nel libro di Giannini. In quello dal titolo “Sul movimento comunista dell’Ue: analisi del passato, stato delle cose e compiti per ora e per il domani” si affronta ad esempio, con coraggio, un tema che ancora è spesso tabù nel dibattito tra gli stessi comunisti italiani: l’eurocomunismo, E si scrive: “L’eurocomunismo si presenta, nella sua superficie, nel suo aspetto fenomenologico, come critica e autonomia dal socialismo sovietico. In verità è molto di più e la critica all’esperienza sovietica si fa funzione politica per l’abbandono di tanta parte del sistema di pensiero comunista. L’elezione della classe operaia europea a classe rivoluzionaria mondiale è funzionale alla rottura con la classe operaia e contadina, con il proletariato antimperialista, comunista e rivoluzionario del resto del pianeta e la scelta dell’Europa come terreno privilegiato della costruzione del socialismo è propedeutica alla rottura, da parte dei partiti dell’eurocomunismo, sia con il movimento comunista mondiale che con i partiti comunisti leninisti europei (PC Portoghese, Akel, e Partito Comunista di Grecia innanzitutto), scelta che sfocia, infine, nel privilegiare, anche sul piano strategico, il rapporto con le socialdemocrazie europee (Willy Brandt, Olof Palme). La scelta eurocomunista dell’Europa come terreno privilegiato della lotta per il socialismo è propedeutica alla rottura con la concezione leninista della “rottura dell’anello debole” e della costruzione di un vasto fronte mondiale antimperialista che costituendosi nelle “periferie del mondo” cambi i rapporti di forza mondiali a sfavore dei centri imperialisti occidentali. L’eurocomunismo contiene oggettivamente in sé sia la rimozione dell’antimperialismo che dell’internazionalismo proletario. La scelta dell’eurocomunismo di individuare l’Europa come il terreno internazionale privilegiato per la lotta per il socialismo e il movimento operaio europeo come il movimento d’avanguardia sul piano mondiale, cancellando anche la concezione leninista dell’“aristocrazia operaia” (in riferimento alla classe operaia dei Paesi imperialisti e capitalisti) riporta in auge la raffigurazione di un quadro europeo e mondiale simile a quello già delineato dalla Seconda Internazionale, che in modo positivista considerava – appunto, prima di Lenin e della Terza Internazionale – che il socialismo non poteva che nascere nei Paesi ad alto sviluppo capitalistico. Mai fuori di esso. Considerazione dalle nefaste conseguenze, la prima delle quali non poteva che essere quella della presa di distanza (e poi della condanna) del cosiddetto “marxismo asiatico”, presa di distanza e condanna che anticiperanno il distacco dal leninismo, dall’Ottobre e dalle esperienze del “socialismo realizzato” (liquidate e non criticate, come invece si sarebbe dovuto), anticipando anche la famosa formulazione, coniata dal gruppo dirigente di maggioranza del PCI, dell’“esaurimento della forza propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre”. L’abbandono processuale dell’internazionalismo, dell’antimperialismo e la scelta strategica della NATO (soprattutto da parte del PCI) sono conseguenze dello stesso apparato ideologico eurocomunista. Il PCI, (che nella seconda metà degli anni ottanta aprirà un nebbioso dibattito sul senso politico e teorico di “riforme” e “rivoluzione”, sulla “terza via”, sul centralismo democratico e sulla relazione tra comunismo e socialdemocrazia, dibattito che troverà una sua confusa conclusione al XVII Congresso dell’aprile 1986, dove il PCI si definisce “parte della sinistra europea”, concezione attraverso la quale persino la linea della “terza via” viene superata da destra e viene cancellato persino il centralismo democratico), pagherà il prezzo dell’eurocomunismo con il proprio dissolvimento e poi con la continua degenerazione di sé, sino a farsi PD”.

Abbiamo fatto questa lunga citazione poichè crediamo che questo passaggio sia emblematico del “tritolo” teorico e politico contenuto nel libro di Giannini.

Una decodificazione dei passaggi storici, supportata da una posizione materialista, “di classe”, che permette a Giannini di rovesciare tutti i “pregiudizi”, le “superstizioni” con le quali la cultura liberal borghese dominante ha letto ogni crocevia storico degli ultimi 30/40 anni. E che spinge Giannini, ad esempio, a rivalutare la grande rivoluzione comunista in Afghanistan e l’intervento sovietico volto a difenderla dalle criminali pressioni di un intero fronte imperialista disposto ad appoggiare (economicamente, militarmente, iodeologicamente) le più brutali, reazionarie, antipopolari, antifemminili spinte talebane pur di spegnere la rivoluzione comunista a Kabul.

E’ un libro contro, questo di Giannini. Volto, essenzialmente, a ricostruire una coscienza antimperialista e internazionalista. E i suoi saggi non sono ricami letterari, ma, come dice il sottotitolo, “Appunti per la lotta”.

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