di Soumaila Diawara
Avete contato le nostre case
come numeri in un rapporto.
Avete contato i nostri morti
senza imparare i loro nomi.
Ma noi non siamo statistiche.
Siamo il grido che vi attraversa il sonno.
Avete alzato muri
pensando di fermare il cielo.
Avete chiuso confini
come se la dignità avesse bisogno di un visto.
Ma la dignità non si occupa.
Non si bombarda.
Non si sfratta.
Ogni volta che credete
di averci piegati,
una madre ricuce la bandiera
con le dita tremanti
e insegna a suo figlio
che la libertà non è uno slogan,
è respiro.
E nella tasca tiene una chiave.
Fredda. Pesante. Ostinata.
Non apre più una porta visibile,
ma apre la memoria.
È la chiave di una casa
che vive ancora nei racconti,
di un cortile dove il sole cadeva storto
e l’odore del pane attraversava il mattino.
Ci avete voluti invisibili.
Eppure siamo ovunque:
nei cortei,
nei libri proibiti,
nelle università che discutono il nostro nome,
nei cuori che rifiutano di restare neutrali davanti all’ingiustizia.
Non ci avete cancellati.
Ci avete resi memoria viva.
E finché quella chiave passerà
di mano in mano
come si passa una promessa,
finché la parola “ritorno”
non sarà un ricordo ma un passo,
la Palestina non sarà una questione diplomatica.
Sarà la porta che un giorno si riapre.
Sarà il passo che torna a casa.
Sarà futuro che insiste
contro ogni tentativo di farlo tacere.
Maya Issa










