Che cosa accade in Turchia?

di Fausto Sorini

Non disponiamo ancora di informazioni sufficienti per una valutazione compiuta, un po’ di cautela è d’obbligo, ma proviamo egualmente ad orientarci in questo ginepraio, evitando almeno le interpretazioni più semplicistiche, propagandistiche o manichee.

Non si tratta certo di una scontro tra il bene e il male, tra democratici e dittatori, progressisti e conservatori, ma di un crocevia in cui si mescolano – sul piano nazionale – il contrasto tra un centro di potere storicamente laico (l’esercito) ed uno islamico (Erdogan) che vuole il suo spazio anche nelle forze armate. Ma dove tale contraddizione si intreccia con contrasti di politiche estere e di collocazione geopolitica, nell’ambito di una competizione globale e regionale di natura inter-imperialistica in cui la Turchia sta cercando di emergere come potenza regionale.

L’esercito turco (500.000 uomini: il secondo per numero tra i Paesi Nato) è storicamente il garante dell’unità nazionale e della sua laicità, ma soprattutto è il più importante bastione militare Usa e atlantico in una regione strategica decisiva per gli equilibri mondiali e regionali del vicino oriente, a cavallo tra Europa e Asia, nel cuore dei conflitti mediorientali (ricordate che a scuola studiavamo “la questione d’Oriente”, uno dei capitoli di storia più ostici..).

Ma ormai da diversi anni la Turchia è cresciuta anche come polo imperialista regionale, aspirante ad una maggiore autonomia dall’imperialismo Usa. E ciò nell’ambito di un polo imperialista di matrice islamica in cui si ritrovano Paesi ricchi e potenti come l’Arabia Saudita, il Qatar e lo stesso movimento politico di cui Erdogan è espressione : ieri appendici subalterne dell’imperialismo Usa, oggi aspiranti ad un protagonismo sempre più autonomo nella competizione inter-imperialistica. Un polo islamico che si è dato anche uno strumento diretto di guerra, di conquista e di destabilizzazione politico-militare come l’ISIS.

Tutto ciò, e scusate se è poco, si intreccia oggi con la politica di interventismo politico e militare della Nato e soprattutto degli Usa (ma anche di Israele) volta a contrastare l’influenza russa e cinese nella regione; e quindi anche l’influenza di quei Paesi o movimenti che in qualche misura sono parte del sistema di alleanze di Russia e Cina nella regione. La guerra ieri contro l’Iraq e la Libia, oggi il contrasto con l’Iran, con l’Egitto del generale Al Sisi e soprattutto la guerra contro la Siria, ed anche la “copertura” data all’ISIS (per non parlare dello storico sostegno a Israele) sono espressioni di questa geo-politica dell’imperialismo americano nella regione: una delle regioni chiave del mondo che potrebbe essere uno dei classici detonatori di una Terza guerra mondiale che in verità già si combatte “a pezzetti”.

Ma questo protagonismo interventista degli Usa e della Nato nella regione va letto alla luce dello scontro trasversale tra due linee che oggi attraversa questo campo imperialista atlantico (Usa, Ue, Oceania, Giappone).
In esso si confrontano la linea dei settori più oltranzisti dell’imperialismo americano (che gode di importanti sostegni, oltre che in Israele, in Giappone, in Oceania; assai meno in Europa) e che non esclude scenari di guerra aperta e ravvicinata a grandi potenze nucleari come Russia e Cina (considerati i principali e più pericolosi nemici); ed una linea invece che punta a dividerli e disgregarli con una strategia più avvolgente.

Non si tratta certo di un confronto tra guerrafondai e pacifisti (non scherziamo!), ma tra chi ritiene che si debba procedere in fretta ad una resa dei conti militare, e chi invece (come ad es. Kissinger o Brezinsky), pur ritenendo imprescindibile la carta del rafforzamento militare e delle guerre locali, ritiene che in primo luogo si debba operare per dividere Russia e Cina, non affrontarle insieme né spingerle ad una crescente alleanza strategica; bensì cerca di indebolirle economicamente e politicamente, tentando di destabilizzarle al loro interno e nel loro sistema di alleanze. Ovvero: indebolire e dividere i Brics, e poi affrontarli uno ad uno. Senza rifiutare a priori anche momenti e ipotesi di accordi di cooperazione con essi, con adeguate contropartite, (“il patto con l’Asia” di cui parla Brezinsky) che possano anche servire a dare fiato e sbocchi all’economa americana.

La linea più oltranzista si avvale anche di coperture e sostegni diretti o indiretti all’ISIS e ad una strategia della tensione internazionale che è all’origine dell’ondata terroristica che da alcuni anni sta colpendo con sistematica continuità tutti i maggiori paesi della Nato (o i loro cittadini all’estero, come è stato a Dacca, in Bangladesh); e che è volta a creare nell’opinione pubblica dei nostri Paesi un clima di guerra e di predisposizione ad una “guerra di civiltà” che ci “protegga” dai nuovi “barbari”.

Ebbene, tornando alla Turchia: non credo si possa escludere (ma lo dico con tutte le cautele del caso) che Erdogan si sia spinto troppo avanti nel suo sostegno all’Isis e nella sua aggressività anche militare anti-russa nella guerra in Siria (l’abbattimento dell’areo russo sul confine della Turchia), fino al punto da scontentare e preoccupare quei settori dell’amministrazione Obama-Kerry che non vogliono una escalation anti russa oltre un certo limite, e che con Putin stanno trattando una soluzione politica della questione Siria (e anche Ucraina), in sintonia con la diplomazia Ue (soprattutto franco-tedesca). Il tentativo di golpe anti-Erdogan – a mio modesto parere – potrebbe anche essere anche un avvertimento (per ora solo un avvertimento, non una soluzione finale) venuto da oltre oceano al leader turco a non esagerare nella sua strategia di destabilizzazione regionale, per riportarlo a strategie più concordate. Ma anche l’espressione di una scontro di linee nell’ambito della Nato e degli Usa, tra ambienti che assegnano ruoli diversi (più o meno destabilizzanti) alla Turchia nell’attuale competizione globale.

Il repentino e inatteso riavvicinamento a Mosca di Erdogan e le scuse clamorose e contrite rivolte dal premier turco alla Russia di Putin per l’abbattimento del suo aereo (scuse negate sdegnosamente fino al giorno prima) – riavvicinamento avvenuto pochi giorni prima del tentato golpe – potrebbe essere il segno della percezione da parte di Erdogan di un pericolo imminente per la sua leadership, proveniente dall’interno del campo atlantico di cui la Turchia fa parte, e al tempo stesso un gesto di spregiudicatezza tattica in politica estera (cui paesi come la Turchia, ma anche Israele, non sono nuovi rispetto alle direttive Usa) che avrebbe irritato e preoccupato Washington. La quale, tramite i suoi agganci influenti con l’esercito turco (o con alcuni suoi settori) avrebbe deciso di dare un avvertimento, non per defenestrarlo, ma per riportarlo a più miti consigli e ad una strategia più concordata e meno destabilizzante.

Mi pare evidente – provo a dirlo così – che la geopolitica non oltranzista di un segretario di Stato Usa come John Kerry non gradisca un Erdogan troppo destabilizzante, che il lunedì sfiora la guerra con la Russia (trascinandovi la Nato) e il martedì corre a Mosca a inginocchiarsi e chiedere scusa.
Più che un golpe fallito, quello dei giorni scorsi sembra un avvertimento ad Erdogan per riportarlo nei ranghi e anche per dirgli: piantala di fare troppo casino perché la prossima volta ti facciamo fuori.

Ma chi ci dice che il prossimo presidente Usa (la guerrafondaia Hilary?) seguirebbe la stessa linea? Lo capiremo meglio, presto. Ma non mi sorprenderei se emergessero dei retroscena del tutto inattesi del fallito golpe contro Erdogan, ed uno scenario di scontro politico all’interno del potere Usa sulla gestione della vicenda: anche perché, se Erdogan rientra nei ranghi, la tesi per cui il fallito golpe lo ha rafforzato e oggi Erdogan è più forte di prima, è vera solo a metà. Forse il golpe doveva servire semplicemente a disciplinarlo. Almeno per ora.

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