La lezione dell’elezione di Trump e l’incapacità di comprenderla della sinistra

di Simone Seu 
da gramscicagliari.it

La vittoria di Trump, come accadde per la Brexit all’indomani della vittoria del Leave, ha scatenato un putiferio di reazioni politiche irrazionali all’interno della sinistra italiana: da chi, sgomento, invoca scenari catastrofici, a chi vorrebbe abolire il suffragio universale, a chi sottolinea l’incapacità della Clinton di raccogliere il voto degli afroamericani. Seppur apparentemente diverse, tutte queste “riflessioni” sono accomunate da un fattore comune: la totale mancanza di un’analisi economico sociale o (meglio) di classe del fenomeno.

Le contraddizioni della politica, infatti, vengono lette come mera conseguenza della politica stessa: nel Regno Unito il leave avrebbe vinto a causa del poco impegno di Corbyn nel fare propaganda per il Remain; negli Usa Trump avrebbe vinto a causa della personalità impresentabile della Clinton. Questo metodo di ragionamento, lungi dal fornire risposte esaustive e razionali, è la conseguenza di una profonda subalternità culturale verso gli strumenti di analisi liberali da parte della sinistra occidentale.

Piuttosto che concentrarsi su aspetti politologici o di contorno delle vicende del nostro tempo, le forze progressiste dovrebbero infatti riscoprire i propri strumenti analitici e andare al nocciolo vero delle questioni. Così facendo, si renderebbero conto che l’esplodere dei populismi e il ritorno dei nazionalismi in tutto il mondo non è imputabile semplicemente all’emergere di personaggi senza scrupoli che sfruttano le difficoltà economiche e i problemi sociali, ma alle difficoltà economiche e ai problemi sociali stessi. Non è ad esempio un caso se, la retorica isolazionista (anti accordi commerciali con la Cina) e anti immigrati di Trump abbia vinto in molti stati industriali o ex industriali (ad esempio la zona dei grandi laghi) colpiti da una profonda crisi occupazionale; così come non è un caso se in Inghilterra il Remain sia stato sponsorizzato dai banchieri di spicco della City mentre il Leave abbia trovato sostenitori in una fetta consistente della classe operaia.

In questa prospettiva, sia la Brexit che la vittoria di Trump non sono altro che la risposta populista e nazionalista ad una generale crisi dei sistemi keynesiani. Con modalità e peculiarità differenti, infatti, entrambe le proposte sono riuscite a dare rappresentanza politica al malessere di quel ceto medio (lavoratori dipendenti e piccola borghesia) che per anni, all’indomani del dopoguerra, aveva garantito una sostanziale stabilità dei sistemi occidentali. Il suo impoverimento a causa delle politiche liberiste e liberoscambiste poste in atto dal capitalismo mondiale a partire dagli anni ’80, ha portato progressivamente questo blocco sociale a riposizionarsi politicamente. Non deve dunque sorprendere se la sinistra, spesso fiera promotrice dei processi di liberalizzazione economica (basti pensare al new labour di Blair o all’introduzione dei contratti a termine in Italia), non costituisca più il referente politico di questa categoria ma, piuttosto (usando un’espressione di Eric Hobsbawm), della «middle class istruita».

Se dunque la sinistra intende realmente tornare ad essere un’alternativa credibile nel panorama europeo e mondiale, dovrebbe innanzitutto riappropriarsi dei propri strumenti analitici e rompere con l’ideologia liberale che finora ne ha guidato le scelte. Solo costruendo una risposta che da un lato superi l’attuale vuota retorica cosmopolita, e dall’altro riesca a contrastare efficacemente il populismo isolazionista e nazionalista, le forze progressiste saranno nuovamente in grado di rappresentare le istanze delle classi popolari e influenzare la politica, l’economia e la cultura mondiale.

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