Il socialismo risorgerà come la fenice

Addio a Zygmunt Bauman, grande filosofo e sociologo

Intervista  da http://www.kore.it/CAFFE

zygmunt-bauman-1Ha la semplicità, l’eleganza nel contatto, dei grandi. E grande lo è, questo signore alto e snello di settantasette anni, uno dei maggiori sociologi del secondo Novecento con David Riesman e pochi altri, il cui nome non facile (è polacco di origine) Zygmunt Bauman viene immediatamente accostato al termine globalizzazione. La solitudine del cittadino globale uscito da noi nel 2000 è il titolo che forse più ha colpito e si è inciso nella memoria, con quel che di sollecitudine e di pena che sembra contenere. Non è una falsa impressione: Bauman è uno studioso della società, ma non freddo, distante, asettico. Le sofferenze degli uomini, le loro umiliazioni sono al centro della sua riflessione e della sua partecipazione. L’ha già scritto e ora lo ripete in questo incontro milanese a margine di un convegno sulla «società planetaria» promosso in ricordo del sociologo Alberto Melucci, a un anno dalla prematura scomparsa: «Non è possibile la neutralità morale in sociologia, chi lo sostiene mente a se stesso». La sua biografia lo conferma. Fuggito con la famiglia in Urss all’invasione della Polonia nel ’39 in quanto ebrei, là arruolatosi più tardi in un corpo di volontari polacchi per combattere contro i nazisti e finalmente rientrato a Varsavia, il suo sogno era di studiare fisica. Ma davanti alla distruzione della sua terra Bauman decise di occuparsi dei «buchi neri» del Paese e «del big bang della sua resurrezione». Come? «Scelsi la sociologia, convinto che potesse cambiare il mondo». Col tempo questa fede s’è forse stemperata, ma non persa. Lo ribadisce nel libro che esce domani in Italia (Società, etica, politica) e che essendo il frutto di cinque «interrogatori» condotti da un altro sociologo, Keith Tester, diviene quasi una summa del pensiero dello studioso, oggi professore emerito alle Università di Leeds e di Varsavia. E’ qui che Zygmunt Bauman elenca un suo particolare pantheon di «maestri»: Camus, Gramsci, Calvino, Borges. Partiamo da qui, con le prime domande.

Albert Camus? « Mi ha insegnato la ribellione. E la sensibilità alla giustizia, che è il prevenire che la gente soffra. Senta questa frase di Camus: “C’è la bellezza e ci sono gli umiliati. Qualunque difficoltà presenti l’impresa, non vorrei mai essere infedele né ai secondi né alla prima”».
E’ il suo credo? «Spero lo sia. Non so se ho evitato tutte le trappole».
Antonio Gramsci? «Gli sono molto grato. Mi ha permesso di congedarmi onorevolmente dall’ortodossia marxista. Senza vergogna per averla condivisa e senza l’odio di tanti ex».
In che modo Gramsci è stato illuminante? «Rifiuta il determinismo per cui, nel marxismo ufficiale, gli uomini sono solo biglie, pedine della storia. Porta una visione flessibile degli uomini: noi siamo creati dalla storia e, insieme, artefici della storia. Qui si può incontrare anche Borges: la storia è un libro che stiamo scrivendo e al tempo stesso veniamo scritti».
Italo Calvino? Ba uman passa all’entusiasmo: «E’ il più grande filosofo tra i narratori e il maggior narratore tra i filosofi. Il suo Le città invisibili è il miglior testo di sociologia mai scritto. Ho imparato più da questo libriccino che da tanti volumoni. Ogni “città” riguarda un argomento sociologico e in due paginette c’è l’analisi più acuta possibile. Per esempio, a Leonia fortuna e felicità sono misurate in base alla quantità di rifiuti che si gettano via senza rimpianto. E’ il modello di oggi: una vita è felice se è una perpetuità di nuovi inizi. La durata è sempre stata un valore da che mondo è mondo, mentre oggi per la prima volta sono valori la transitorietà, lo scarto veloce, il non conservare perché quel che si conserva può rubare il posto a cose sempre “nuove e migliori”. Dove finiremo? Non lo sa Calvino né io. Di qui, nella storia, non siamo mai passati».
Rifiuti: nella «modernità liquida», come Bauman ha battezzato il tempo attuale in cui nulla è fisso, niente garantito, tutto mutevole, dove «la storia è priva di direzioni e la biografia priva di progetti», sempre più sono i rifiuti umani. «Certi mestieri, certe specializzazioni, certe capacità sono svalutate sempre più. Già la prima modernità aveva creato un ordine artificiale dentro cui molti non erano inseribili. Non “adatti”. Un secolo e più fa per questi problemi locali c’erano soluzioni globali: i “rifiuti” emigravano in America, in Canada, in Australia. Poi, oltre all’emigrazione, ecco la colonizzazione, l’imperialismo… Oggi, al contrario, cerchiamo disperatamente soluzioni locali a problemi globali. Le migrazioni sono oggi la più grande posta in gioco, ma non sono più unidirezionali, vanno in tutte le direzioni. E’ un problema globale, ma noi cerchiamo soluzioni locali, tipo “chiudiamo le frontiere”. Ma non funziona».
Che fare? Zygmunt Bauman ti guarda con perplessità ironica. «Non lo so, le soluzioni dovranno trovarle quelli che oggi hanno 20-30 anni. S’è prodotto un divorzio tra potere e politica. Prima coincidevano nel territorio dello stato-nazione. Ma oggi il potere è extraterritoriale e non c’è una politica di quell’ampiezza. La grande questione aperta è un nuovo matrimonio. E attenti a non confondere politica internazionale con politica globale. La prima è una somma di nazionalità, una poi dice sì al tal accordo, un’altra dice no e si blocca tutto. Nasceranno nuove forme».
Intanto, come non bastasse, è divenuto globale pure il problema morale, avverte Bauman. «Si dice che l’Olocausto concerne tre categorie di persone: le vittime, i carnefici, gli astanti, o spettatori. Ebbene, oggi, tramite la tv, siano tutti spettatori, tutti consapevoli, delle sofferenze altrui anche in lontanissime parti del mondo. Prima, sapere di una carestia terribile in Africa attraverso i giornali era diverso. La tv cambia tutto. Ora vedi, sai. Dunque ti riguarda. E’ la globalizzazione della responsabilità. Oltretutto nell’economia globale siamo tutti interdipendenti (quel che fa uno a Singapore ha un impatto anche su di me e viceversa, anche se io non conosco le connessioni intermedie) e a ciò fa riscontro la vulnerabilità reciproca assicurata». Una buona notizia secondo Bauman è che «per la prima volta nella storia l’imperativo morale e l’istinto di sopravvivenza vanno nella stessa direzione. Per millenni per seguire la morale dovevi sacrificare qualche tuo interesse. Oggi gli obiettivi coincidono: o ci prendiamo cura della dignità di ognuno, nel pianeta, o moriremo insieme. E attenzione, non basta assicurare a tutti cibo e acqua: molte iniquità ieri tollerabili oggi non lo sono più, la modernità è arrivata, si è fatta conoscere in tre quarti del mondo, dunque tante ingiustizie prima ritenute “inevitabili” vengono avvertite come “inaccettabili”. Parecchi conflitti attuali non sono nati per il cibo, ma per la dignità offesa».

Se la modernità è “liquida”, inafferrabile, e se la storia ci ha condotti in situazioni del tutto inedite, c’è però qualcosa di «solido» e «vecchio» che Zygmunt Bauman ritiene bussola e strumento quanto mai attuale: il socialismo. «C’è più bisogno di socialisti da che è caduto il Muro di Berlino», dice. «Prima il comunismo è stato col fiato sul collo del capitalismo producendo un meccanismo di “controllo ed equilibrio” che ha salvato il capitalismo stesso dall’abisso. Ora è indispensabile il socialismo: non lo ritengo un modello alternativo di società, ma un coltello affilato premuto contro le eclatanti ingiustizie della società, una voce della coscienza finalizzata a indebolire la presunzione e l’autoadorazione dei dominanti».
Insieme, nel suo libro Bauman si dichiara anche liberale («la sicurezza dei mezzi di sussistenza e la libertà sono complementari»), ma è per il socialismo che sfiora la poesia: «Come la fenice, rinasce dal mucchio di ceneri lasciate dai sogni bruciati e dalle speranze carbonizzate degli uomini. E sempre risorgerà». Concludendo: «Se è così, spero di morire socialista».

 Zygmunt Bauman, tra i più importanti intellettuali contemporanei, autore di numerosi saggi e teorico della società “Modernità liquida”, è morto a 91 anni.

 

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