La via al socialismo nella prospettiva del Vietnam

16832207_10154169081471817_8530443755797487452_ndi Francesco Maringiò*
da francescomaringio.tumblr.com

Introduzione

È molto utile discutere del Vietnam oggi, perché questo contributo aiuta a sprovincializzare ed innovare il dibattito politico, anche in merito alla stessa concezione sulla natura di un processo socialista.

Durante la guerra, quando le pagine dei dei giornali ed i notiziari si riempivano di cronache epiche e vittoriose, era facile individuare nello slancio eroico di quel popolo la natura antimperialista della sua battaglia ed era evidente a tutti l’anelito ad edificare una società nuova, una società socialista. Oggi il Vietnam è un paese globalizzato e moderno e sono in molti a chiedersi se sia ancora un paese socialista.

A chi pone, legittimamente, questa domanda, l’invito che rivolgiamo è quello di approfondire la conoscenza del Vietnam, delle sue conquiste e delle acquisizioni teoriche del Partito Comunista.

Ma una piccola digressione teorica si rende necessaria.

Uno sguardo ai classici

Marx pensava che il socialismo si sarebbe affermato nei Paesi a capitalismo avanzato, lì dove massimo sarebbe stato lo sviluppo delle forze produttive e la contraddizione tra queste ed i rapporti di produzione. Soltanto portando il capitalismo al suo stadio più avanzato di sviluppo, pensava il teorico del Capitale, si poteva passare ad una società superiore che faceva proprie le conquiste del sistema precedente (dall’efficienza di produzione all’aumento di produttività) risolvendo le contraddizioni connaturate con questo sistema. Affermandosi in questi paesi, nei punti alti dello sviluppo, il socialismo avrebbe poi trainato il resto del mondo.

Una prima innovazione del pensiero dei classici marxisti arriva con Lenin, il quale analizza come le singole economie nazionali abbiano cessato di essere delle unità autosufficienti, per diventare anelli della catena unica dell’economia mondiale. La rivoluzione nel sistema imperialistico può quindi avvenire non in Occidente, dove la società è più sviluppata, ma in Oriente, dove la rottura rivoluzionaria e la presa del potere da parte del proletariato è favorita dal fatto che qui la struttura statale (che in mancanza di una società civile e corpi intermedi è solo coercizione) è più debole. Pertanto la rottura può avvenire in queste condizioni, perché l’anello della catena imperialista risulta più debole. Non a caso la gloriosa rivoluzione d’Ottobre, di cui quest’anno celebriamo il centenario, avviene in un paese arretrato e rappresenta per Gramsci, la “rivoluzione contro Il Capitale”.

Di fronte al fallimento del “comunismo di guerra” (1918-1921, da Gramsci definito come il “collettivismo della miseria”) e quando era oramai chiaro che la rivoluzione non avrebbe vinto in Occidente, la riflessione di Lenin spinge in direzione di una nuova innovazione e di una riflessione che tuttavia, la morte prematura, non permise di sviluppare a fondo. È a partire da questa riflessione che nasce la NEP (1921-1929), dapprima concepita come una misura di emergenza alla difficile situazione della Russia sovietica, ma poi caricata di un significato strategico che fa i conti con la durata dei processi storici. È in questo cimento che Lenin intuisce la costruzione del socialismo in un paese arretrato passa inevitabilmente attraverso una fase di transizione, ossia di un lungo periodo che vede la compresenza nell’economia di piano e mercato. In questa nuova fase allo Stato socialista spetta il compito di controllare gli elementi chiave dell’economia (le “alture strategiche” di questa lunga battaglia politica) mentre il mercato ha il compito della dinamizzazione dell’economia e di stimolo allo sviluppo delle forze produttive.

Chi oggi guardando al Vietnam del passato vede nitidamente un simbolo della lotta eroica contro l’imperialismo ma, guardando il paese contemporaneo e globalizzato, fatica a considerarlo ancora un paese socialista, ha evidentemente dimenticato il lascito teorico di Lenin. In particolare, la sua lezione sul fatto che i tempi storici necessari per portare a compimento grandi rivoluzioni sociali ed il passaggio tra capitalismo e comunismo, vedono una transizione che “abbraccia una intera, lunghissima e complessa epoca storica”, tanto più lunga quando meno sviluppata è la società. In questa fase in cui piano e mercato, socialismo e comunismo, pubblico e privato convivono, inevitabilmente si sviluppano conflitti sociali e di classe, ineguaglianze e contraddizioni.

Della necessità di uno sviluppo del processo rivoluzionario in tempi lunghi è consapevole il gruppo dirigente vietnamita. Così ne parla il compagno Nguyen Phú Trong, Segretario generale del Partito Comunista del Vietnam, in un discorso che ha tenuto alla Nico Lopez, la scuola di Partito del Pc cubano:

“Quanto più ci addentriamo nella realtà, diveniamo consapevoli del fatto che il periodo di transizione al socialismo è un processo lungo, molto difficile e complicato perché è necessario dare vita a un profondo cambiamento in tutti i settori della vita sociale. Il Vietnam sta saltando la fase del capitalismo per passare direttamente al socialismo partendo da una società agricola arretrata, con una bassa produttività e ulteriormente indebolita da decenni di guerre. I costanti tentativi di sabotaggio da parte di forze ostili hanno ostacolato il percorso del Vietnam verso il socialismo, che comporta inevitabilmente un lungo periodo di transizione attraverso varie fasi e forme di organizzazione economico-sociale accompagnate da inevitabili conflitti tra il vecchio e il nuovo. Per “saltare” lo stadio del capitalismo, intendo dire lo scavalcare un regime di oppressione, disuguaglianza e di sfruttamento capitalistico, evitando i mali e i dispositivi politici inappropriati ad un regime socialista. Questo non significa che si debbano ignorare le realizzazioni e i valori civili raggiunti dal genere umano durante il processo di sviluppo capitalistico. In effetti, l’eredità di questi risultati dovrebbe essere basata su un atteggiamento di sviluppo selettivo (1).”

Le sfide della dirigenza vietnamita

È figlia di questa storia e di questa tormentata ricerca e sperimentazione l’innovazione teorica e lo sviluppo di una nuova politica che si afferma in Vietnam con le riforme del Doi Moi (rinnovamento) e dell’economia di mercato ad orientamento socialista. Il gruppo dirigente comunista ha scelto di sviluppare le forze produttive per far uscire il paese dalla stagnazione e dalla carestia, anziché auto-isolarsi in un austero socialismo egualitario. Tutto questo era necessario tanto più che al termine della micidiale guerra di aggressione il gruppo dirigente vietnamita ha dovuto fronteggiare gigantesche difficoltà. Infatti l’aggressione straniera è cessata solo quando, ben 18 anni dopo, è stato tolto il pesantissimo embargo economico da parte degli Stati Uniti. Senza questo obbiettivo sarebbe stato impossibile porre le basi per lo sviluppo di una struttura economica moderna, capace di avviare la transizione al socialismo.

Soprattutto, il gruppo dirigente del partito ha dovuto fronteggiare dilemmi immensi: come riunificare un paese spezzato e contrapposto per decenni dalla guerra? Come uniformare economicamente, politicamente e socialmente un paese che per anni era diviso tra un Nord comunista, regolato da una rigida economia pianificata, ed un Sud americanizzato, in cui vigeva il mercato nero e la corruzione? Ed ancora: come guidare un paese fuori dal caos della guerra, ricostruirlo economicamente e moralmente in un quadro internazionale che mutava fortemente e che imponeva al Vietnam di compiere scelte strategiche innovative?

Non dimentichiamo mai che le prime riforme del Doi Moi avvengono dopo il 6º Congresso del 1986 e che una parte verrà implementata nel 1989 e nei primi anni Novanta, quando cioè è forte in tutto il mondo il vento della normalizzazione e della cancellazione delle esperienze socialiste del Novecento. Oggi, a trent’anni di distanza, possiamo tirare un primo bilancio sugli esiti della perestrojka gorbacioviana e paragonarla con i risultati del Vietnam. Da un lato vediamo la sconfitta di un’esperienza storica (che rimane imprescindibile), dall’altro lo sviluppo di un’inedita e graduale Nep che porta non solo al rafforzamento dell’esperienza socialista e ad una maggiore presa del partito nella società, ma ad un sostanziale abbattimento della povertà. Nel 1993 la soglia di povertà nella popolazione raggiungeva la quota del 59%, nel 2000 era scesa al 35%, per poi toccare il 18% nel 2007. Lo stesso sviluppo economico, che per quasi due decenni si è attestato tra il 7% e l’8% del Pil su base annua, ha permesso il balzo del Pil pro-capite da 97 $ nel 1989 a 1.596 $ nel 2011. Il prezzo di questa enorme crescita non è stata la massiccia privatizzazione dell’economia nazionale o la svendita di interi settori, ma il mantenimento del controllo pubblico delle imprese strategiche e la cessione graduale ai privati dei settori meno cruciali. Ciò che ha reso possibile questo rischioso processo è stata la forte e viva relazione tra il popolo vietnamita ed il Partito Comunista, che ha saputo mettersi in discussione, rivoluzionare vecchie concezioni e rapporti economici ed assecondare le aspirazioni dei suoi cittadini, sviluppando l’economia nazionale. Questa è una grande scommessa vinta dal Vietnam post-riunificazione.

Ma sviluppo delle forze produttive e l’avanzamento nella strada della costruzione del socialismo sono le due gambe che devono marciare parallelamente. È ancora la parola del Segretario comunista a chiarire che:

“Questo significa che non dobbiamo né attendere che l’economia raggiunga un alto livello di sviluppo prima di attuare il progresso e l’equità sociale, né “sacrificare” l’equità e il progresso sociale al perseguimento di una semplice crescita economica.”

Come pure delineare le sfide nevralgiche che il partito dovrà affrontare. Tra queste:

“Costruire una democrazia socialista, assicurando che il potere reale appartenga al popolo, è il compito ultimo e di lungo termine della rivoluzione del Vietnam. Abbiamo intenzione di sostenere fermamente la democrazia, costruire uno stato di diritto socialista veramente del popolo, governato dal popolo e per il popolo, sulla base di un’alleanza tra operai, contadini e intellettuali, guidati dal Partito Comunista del Vietnam. Lo Stato rappresenta il diritto dell’autorità del popolo e al tempo stesso organizza l’attuazione delle linee guida del Partito.”

Ma, soprattutto, risolvere le contraddizioni connesse con il poderoso sviluppo che, sebbene abbia portato il paese fuori dalla povertà, ha fatto emergere problemi e contraddizioni serie.

“Socialmente, il divario tra ricchi e poveri si sta allargando, la qualità dell’istruzione, della sanità e di molti altri servizi pubblici è bassa, la cultura e l’etica sociale stanno peggiorando mentre i crimini e i vizi sociali si fanno più complessi. In particolare, la corruzione, i rifiuti e il deterioramento dell’ideologia politica e della moralità personale tendono a diffondersi tra i quadri e i membri del Partito”.

Temi, questi, affrontati con successo nel XII Congresso del PCV che si è tenuto l’anno scorso (20-28 gennaio 2016).

Il ruolo del Partito Comunista

Essenziale in tutta la storia del Vietnam (sia nella fase di resistenza alle invasioni straniere, che in quella di costruzione di una società in transizione verso il socialismo) è stata la creazione negli anni Trenta di un forte partito comunista indocinese. Il suo gruppo dirigente, guidato da un uomo di una straordinaria levatura intellettuale e politica come Ho Chi Minh, cresciuto alla scuola politica ed ideale della Terza Internazionale, ha saputo fondere assieme il bisogno di indipendenza del popolo vietnamita dall’aggressione coloniale ed imperialista, con l’esigenza di una trasformazione rivoluzionaria che costruisse in Vietnam una società socialista. E tutto questo, partendo dalla necessità di coniugare il superamento della condizione di arretratezza del paese con l’inserimento di una economia prevalentemente agricola in un sistema di relazioni internazionali che ne impedissero l’isolamento. Il capolavoro politico di Ho Chi Minh fu quello di ancorare fortemente il Partito al movimento comunista internazionale, mantenendo però una equidistanza dal gigante sovietico e cinese (in lotta tra di loro), che ne permettesse il conseguimento dei propri obiettivi nazionali, anche quando questi cozzavano con gli equilibri geopolitici che si erano determinati.

Questa politica è stata in grado di parlare al mondo intero: dai ghetti neri delle periferie americane, dove cominciano a svilupparsi le rivolte antirazziste o le diserzioni dalle chiamate alle armi, fino alle sinistre dell’Europa, dove la solidarietà al popolo vietnamita in lotta è diventata una palestra che ha formato la coscienza critica di intere generazioni.

Nota:

(1)       In: “Il socialismo e il percorso verso il socialismo nella prospettiva del Vietnam”, vedi: http://www.marx21.it/index.php/comunisti-oggi/nel-mondo/7965-il-socialismo-e-il-percorso-verso-il-socialismo-nella-prospettiva-del-vietnam.

Tutte le citazioni di Nguyen Phú Trong contenute in questo articolo, sono tratte dallo stesso discorso.

* Intervento al convegno nazionale: “Vietnam: le rivoluzioni”, Venezia, 18/02/2017, promosso dal PCI e che ha visto, tra gli altri, la partecipazione di S.E. Cao Chinh Thien, Ambasciatore della Repubblica Socialista del Vietnam in Italia.

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