Storie di uomini nella Resistenza: I compiti del commissario politico*

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di Pietro Secchia

I comunisti e l’insurrezione (1943-1945), Edizioni di cultura sociale, Roma, 1954, pp. 255-263
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Parlare agli operai, ai contadini, ai soldati non è sempre cosa facile. Ed è particolarmente difficile quando si ha a che fare con operai, con soldati, con contadini giovani di anni e di esperienza.

Non è dato a tutti i compagni saper parlare ai più umili, ai meno preparati politicamente, a coloro che solo oggi aprono gli occhi alla vita, trascinati dalla lotta, dalla guerra contro l’invasore tedesco ed i traditori fascisti.

Eppure è necessario saper parlare alla massa degli operai, dei soldati, dei contadini partigiani, è necessario far loro comprendere lo scopo, l’importanza dell’eroica lotta che essi, mossi da sani istinti, stanno conducendo; è necessario far loro comprendere gli obiettivi di questa lotta, il significato e la giustezza della guerra di liberazione nazionale, il significato e la giustezza della politica del nostro partito, che è alla testa di questa guerra per la libertà e l’indipendenza del popolo italiano.Migliaia di giovani partigiani sono operai e contadini che si sono trovati sulle montagne dopo l’8 settembre, che hanno raggiunto le formazioni partigiane per sfuggire ai bandi fascisti, che volontariamente – mentre generali ed alti ufficiali passavano al nemico o si adagiavano nel più vergognoso attesismo – si sono offerti per liberare il suolo della patria dall’invasore e dai traditori fascisti.

Li spingeva l’odio contro il nemico tedesco e contro i fascisti, l’istinto di classe e l’amore per il loro paese e la libertà.

Per questo, volontariamente hanno sopportato e sopportano il freddo, la fame, esposti a tutte le intemperie sulle vette dei nostri monti e nel folto di boscaglie inospitali; per questo ogni giorno mettono a repentaglio la loro vita e, con azioni veramente ardite, infliggono duri colpi al nemico nazifascista.

Un sano istinto li ha portati a combattere, ma questo istinto è necessario sia sostenuto da una profonda coscienza politica, che noi dobbiamo aiutare a formare.

Molti di questi giovani, la maggioranza, non avevano mai partecipato a lotte politiche, non avevano mai letto un giornale, un libro, un opuscolo antifascista. Antifascisti perché il fascismo li opprimeva, antifascisti perché sentivano il peso di questa feroce dittatura. Molti di essi furono anche fascisti e militarono nelle organizzazioni fasciste e, solo nel corso della guerra, aprirono gli occhi alla realtà e compresero che cos’era il fascismo.

Cresciuti nel clima di venti anni di dittatura fascista, molti di questi giovani si erano imbevuti di idee, di pensieri, di impressioni, di influenze del nemico di classe, del nemico della patria, dei traditori che portarono il nostro paese alla catastrofe.

Molte di queste giovani energie, vergini e sane, non avevano, si può dire, mai letto altro che la stampa fascista ed anche questa senza alcuno spirito critico. Il loro sviluppo mentale è stato frenato, ostacolato, impedito dal fascismo. Abituati ad obbedire ciecamente, senza discutere, ad accettare solo degli ordini, magari senza comprendere e senza credere, questi giovani portano ancora oggi l’impronta di una tale educazione, essi rivelano una particolare forma mentale che è il prodotto dell’opera di corruzione del fascismo.

Questa gioventù noi la dobbiamo rieducare. Essa sarà ancora più forte, ancora più ardita, nella misura che comprenderà l’alto valore della lotta che oggi essa conduce, nella misura che comprenderà il significato della politica del nostro partito e gli obiettivi che esso persegue.

Migliaia e migliaia di giovani che combattono nelle formazioni partigiane si dicono e vogliono essere dei comunisti, senza sapere bene che cos’è il comunismo e che cosa vogliono i comunisti.

Migliaia di questi giovani hanno solo una concezione vaga di che cos’è il Comitato di Liberazione Nazionale al quale aderiscono le formazioni di cui fanno parte.

Essi sanno e sentono di essere dei patrioti e di combattere contro i nemici della patria, contro i nemici del popolo e della libertà.

Educare, aiutare questi giovani nella formazione di una sana coscienza politica, questo è il nostro compito. Compito non sempre facile perchè si tratta di saper parlare in modo semplice. Non sempre è facile, perché tra un combattimento e l’altro, nelle brevi soste tra le marce forzate, il tempo è poco ed ancora più scarse sono le possibilità materiali. Non si hanno a disposizione biblioteche, riviste, sale di studio, ecc. Quel poco che si può fare, lo si fa solo a viva voce: di qui la grande importanza di saper parlare e di farsi intendere anche dai più umili.

Riportiamo qui alcune parti di una lettera scritta dal commissario politico ** della I° divisione Garibaldi «Valsesia» ad un commissario di brigata.

Riportiamo questi brani di lettera perché i consigli che il commissario dà sul modo di conversare e farsi ascoltare, oltre a rivelare acuta capacità di osservazione ed ottima conoscenza psicologica, possono servire anche ai nostri compagni, tanto ai responsabili dei nuclei di partito, nelle formazioni partigiane, quanto ai compagni che lavorano nelle fabbriche e che devono ogni giorno parlare agli operai, anche ai più arretrati. Eccone il testo:

«… In comando riceviamo regolarmente i rapportini della tua formazione; ciò che io non vedo sono i tuoi rapporti come commissario politico. Forse anche tu ti lasci un po’ trasportare (difetto pure mio, che però ora voglio correggere) dal lavoro militare in genere, e per questo forse la tua attività si confonde con l’attività militare della brigata.

Le dislocazioni in pianura, delle nostre formazioni impongono ai commissari politici non solo un lavoro più intenso causa l’inevitabile spezzettamento della formazione, ma impongono altresì compiti del tutto nuovi che prima erano solo embrionali o completamente sconosciuti.

Tu sai che questo è il problema più grave delle nostre formazioni. Ora il fatto di trovarsi in pianura, a contatto con le grandi masse, presso centri industriali, reti ferroviarie e strade di primaria importanza rende ancora più seria la lacuna lamentata. Il necessario spezzettamento onde sfuggire ai continui attacchi nemici impone una coscienza molto sviluppata non solo alla formazione nel suo insieme, ma soprattutto ai singoli partigiani, che spesse volte devono affrontare situazioni di natura tale che solo con una coscienza politica affinata possono essere superate.

Nella nostra zona di operazioni vi sono dei centri eminentemente industriali, ed anche delle zone agricole dove accanto al numeroso bracciantato vivono molte famiglie di piccoli e medi proprietari terrieri. Noi dobbiamo anzitutto portare tutto il nostro appoggio morale e materiale agli operai nella loro lotta contro il regime di sfruttamento nazifascista, e dobbiamo essere presenti soprattutto quando la loro lotta assume aspetti violenti contro le deportazioni, le rappresaglie ed il terrore.

È qui che il partigiano deve dimostrare tutta la sua maturità non commettendo l’errore di sostituirsi agli operai nella lotta o, peggio, imponendo con la facile garanzia della nostra presenza uno sciopero che essi da soli non avrebbero iniziato; bisogna invece lavorare in modo tale che un’agitazione, uno sciopero e comunque tutte le manifestazioni di lotta della classe operaia siano il prodotto di una maturazione rivoluzionaria della classe, il prodotto di una maturazione rivoluzionaria della coscienza degli stessi operai, lo sviluppo naturale di una data situazione di malcontento, che sfocia sul terreno dell’azione aperta, violenta contro i nemici di classe, contro i nemici del nostro paese.

Questo, invero, è più il lavoro di G.A.P, e di S.A.P. che nostro; ma, siccome sappiamo che nella tua zona dette formazioni sono inesistenti o quasi, di qui la necessità di sostituirsi momentaneamente a loro e far sì che nel contempo siano gli stessi operai nella fabbrica a sentire la necessità di creare tali organismi di difesa e di azione, con i quali noi dovremo poi tenere utili collegamenti.

La possibilità di svolgere un buon lavoro dipende quindi da uno stretto legame tra la lotta degli operai nelle città e le vostre azioni partigiane. Il sabotaggio alla S.I.A.I., alle Candele Motori ed alla Cardini è certamente un ottimo lavoro di indiscutibile importanza, ma il legame con gli operai si è rivelato ancora insufficiente. È bensì vero che le azioni suddette sono state effettuate di notte, e quindi le masse erano fuori degli stabilimenti, ma è altrettanto vero che se ci fossero state anche le squadre G.A.P. e S.A.P., ed in genere se ci fosse stato un lavoro politico preparatorio, la cosa avrebbe assunto un’importanza maggiore, in quanto le masse stesse, sotto la guida dei loro organismi, avrebbero compiuto il sabotaggio in unione con le forze partigiane.

Quanto sopra non è per rivolgerti un rimprovero che sarebbe non solo ingiusto ma anche fuori luogo; semplicemente per dare un esempio del come noi dobbiamo impostare la nostra lotta in zone industriali, dove mancano quegli organismi che possiamo definire “i partigiani della città e delle fabbriche”.

Allo stretto collegamento con le masse operaie nelle città, ed in genere col movimento antinazista ed antifascista, deve corrispondere uno stretto collegamento con il bracciantato agricolo, con i contadini poveri e medi. Tustesso avrai notato con quanto entusiasmo i contadini ed i rurali in genere accolgono i partigiani, li aiutano nel vettovagliamento ed a nasconderli in caso di pericolo, avrai notato le utili informazioni che ci danno, e sopratutto la loro volontà di lottare (vedi caso di Andrea e C.). Tutto questo “ambiente” morale e materiale non è però organizzato; si muove solo perché i partigiani sono presenti, manca insomma quella organizzazione che sola, può trasformare il malcontento, la volontà di lotta delle masse agricole in un movimento di lotte ben definite, con obiettivi non più occasionali, ma collegati allo scopo massimo dell’insurrezione popolare. Aiutare i contadini a crearsi gli strumenti di difesa e di lotta, gli organi del loro potere; ecco uno dei nostri compiti tra essi. Ecco perché la lacuna della coscienza politica dei partigiani deve essere superata, soprattutto là dove ad essi si pongono problemi quasi nuovi e che in ogni caso richiedono un buon orientamento politico ed una coscienza politica molto sviluppata.

Intensificare dunque il lavoro per formare questa coscienza, non facendo dei discorsi dotti, ma prendendo semplicemente lo spunto dalle infinite lacune che la quotidiana attività della tua brigata presenta, per far toccare con mano ai partigiani e far loro vedere praticamente, sulla scorta di esempi concreti, quale dev’essere la nostra linea di condotta. Mettere di fronte ai partigiani la responsabilità che su loro incombe e farne sentire il peso. Evitare di cadere nell’accademia, stare sempre nel pratico, nello spicciolo. Quando si imposta un’azione, non bisogna vederla solo nei suoi aspetti strettamente militari. Il commissario politico deve prevedere determinate situazioni che possono derivare da un’azione militare e mettere .già preventivamente i partigiani in grado di sapersi orientare.

Vedi il caso di Andrea, ad esempio; le masse di contadini chiedevano armi, ne hanno avute in minima parte, e tuttavia nei limiti del possibile hanno combattuto a fianco dei partigiani. Non mi risulta però che Andrea abbia tirato le logiche conseguenze da questo spontaneo allineamento dei contadini a fianco dei partigiani. Invece era questa un’ottima occasione per individuare subito tra i contadini quelli che si erano dimostrati più coraggiosi, più combattivi, più spinti nel loro furore antitedesco ed antifascista. Fare .magari il sacrificio di dar loro qualche fucile, ma organizzarli subito in piccole squadrette locali, che possiamo chiamare territoriali, dar vita cioè a quegli organismi di lotta sui quali noi dobbiamo insistere molto.

Bisogna insomma fare in modo che l’educazione politica dei partigiani venga impostata in modo tale da renderla interessante, utile, necessaria. Farla sentire necessaria come il pane. Tante volte, anziché riunire più compagni, è più efficace infiltrarsi nelle ore di siesta o di riposo nei crocchi dei compagni, fingere di interessarsi ad una conversazione magari stupida e poi, adagino adagino, far scivolare il discorso su argomenti per noi più interessanti. Avviata così la discussione, talvolta è meglio fingere di uscirne fuori e lasciare che i compagni mastichino fra loro l’argomento: altrimenti, data la grande differenza di preparazione fra te e i compagni che ascoltano, molte volte la discussione finirebbe semplicemente in un monologo.

Se senti cose storte non interrompere subito, lascia che il tuo interlocutore si abitui ad esporre un concetto anche sballato, e poi, con parole e ragionamenti molto semplici, correggilo. Parlare con la massima semplicità, in modo che il compagno non resti in soggezione davanti a un ragionamento troppo difficile per lui; fare insomma in modo che i compagni, quando parlano con te o partecipano ad una discussione, non sentano subito il “la” del commissario, bensì il ragionamento accessibile di un compagno che dice anche lui “la sua”.

In ogni caso, gli esempi valgono più di ogni altra cosa. Ricordi quando gli uomini di Pesgo non volevano restare nella “Volante”? Li ho prima apostrofati alla “borghese”, e quando li ho visti ammutoliti ho parlato loro in modo diverso, cioè ho fatto loro capire, con il mio esempio, la differenza tra la disciplina nell’esercito borghese e la nostra. Cioè prima mi sono fatto ubbidire, perché “qui comando io”, poi mi sono messo a ridere e li ho sgridati perché mi avevano ubbidito solo per la voce grossa che avevo e non per intimo convincimento di una necessità, di una disciplina. Sicché io ho ottenuto due scopi; primo farmi ubbidire, secondo ho dato un esempio di disciplina partigiana dimostrando perché in quel momento avevo ragione io e loro torto.»

*) Da La Nostra Lotta, settembre 1944, n. 16
**) Cino Moscatelli.

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