Storie di donne e uomini nella Resistenza. Ancora fischia il vento!

Chi siamo. Siamo le falci rosse per l’unità delle donne comuniste.

Noi non siamo attrici. Siamo un gruppo di donne comuniste del PdCI  che ha scelto come nome “le falci rosse” prendendo  la parte femminile del nostro simbolo e cioè la falce. Un gruppo che è nato  prima nel virtuale, nella rete di fb  e poi nella vita  reale,  per l’unità delle donne comuniste.

Con questo lavoro che presentiamo questa sera (era il 25 aprile del 2015 ndr) abbiamo voluto contribuire a tramandare la memoria della Resistenza per  ricordare prima di tutto a noi e poi a tutte e a tutti che si è antifascisti sempre,  non solo il 25 aprile. L’abbiamo chiamato “Ancora fischia vento” sono letture e musica della Resistenza, alcune musiche sono un omaggio ad Alberto Cesa del Cantovivo caro amico e compagno recentemente scomparso.

Il gruppo delle falci rosse nasce prima nel web su facebook. Nella stanchezza del dibattito maschile sulla necessità di unire i comunisti, dibattito che vedeva e vede sempre qualcuno dire No, che un partito comunista non lo si vuole per questa o quella ragione, creando  questo gruppo ho voluto dare un segnale di unità alle donne comuniste perché la falce e martello, simboli del lavoro, sono ciò che ci unisce, comuniste e comunisti. Su questo siamo tutte e tutti d’accordo.

Ma avete mai notato che la falce è femmina e il martello è maschio? Allora incominciamo noi donne che siamo  le falci, i martelli arriveranno.  Sono per l’unità di tutti i comunisti ma visto che i compagni ci mettono tanto perchè non creare un gruppo di comuniste pdci e prc o altre comuniste, che serva come pressione nei confronti dei nostri compagni perchè si sbrighino un po’? Ho pensato di chiamarci appunto “le falci rosse”.

Il gruppo ha subito raggiunto le 700 adesioni su facebook ma si sa che tra la vita virtuale e quella reale c’è di mezzo un…. mare di web. Per dare concretezza alla cosa abbiamo  pensato, come Federazione del PdCI di Torino, che  alcune di noi Falci rosse, oltre a fare le azioni che tutte le militanti comuniste normalmente fanno, avrebbero potuto intanto contribuire a tramandare la memoria della Resistenza e quindi abbiamo costruito questo copione che è stato un lavoro utile prima di tutto per noi, per conoscere e per non dimenticare, per le più giovani e per le meno giovani. Ma il nostro lavoro di ricerca è appena cominciato, continua sulla strada dell’autodeterminazione, dei diritti calpestati, delle donne nella politica.

Lettrici Marica Guazzora; Lucia Malgioglio; Alessandra Rizzo; Ornella Terracini

Regia di Marica Guazzora e Ornella Terracini

1Musica Bella ciao

Legge Marica Guazzora : Le falci rosse del PdCI – Federazione della Sinistra presentano: Ancora fischia il vento! – Letture e musica della Resistenza – Alcune canzoni  vogliono anche essere un omaggio ad Alberto Cesa del Cantovivo, un caro compagno recentemente scomparso.

2Musica Valsesia  in dissolvenza

Legge Ornella Terracini

La Resistenza in Piemonte

27095830f55243289b33569afc4e3186-1Furono 43 mila i partigiani combattenti sulle montagne piemontesi, mobilitati fin dalle prime ore dopo l’armistizio dell’8 settembre.

La guerra di liberazione inizia subito e la sua durezza è immediatamente sancita dal martirio di Boves, incendiata per rappresaglia dai nazifascisti il 19 settembre ’43, con il massacro di 32 persone inermi. In città i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale stendono una rete di contatti che stringono il nemico come in una fortezza assediata ed anche Torino paga il suo tributo: il 30 marzo 44 cade quasi al completo il Comando militare diretto dal generale Perotti e 8 esponenti vengono fucilati.

Gli operai scioperano e ostacolano la produzione per la guerra tedesca e anche qui le rappresaglie si susseguono con impiccagioni, fucilazioni, sevizie. Queste non riescono tuttavia a stroncare la battaglia dei Gap nelle città, così come gli imponenti rastrellamenti non fermano l’offensiva delle formazioni partigiane. Cadono nella lotta figure come Filippo Beltrami, Giovanni Citterio, Gaspare Pajetta, Antonio Di Dio, partigiani vengono massacrati a Baveno e sul ponte di Cusio.

Una strage efferata a Fondotoce (frazione di Verbania) avviene il 20 giugno 1944: dopo un rastrellamento, i tedeschi massacrano 43 prigionieri tra i quali ostaggi civili, compresa una donna prossima alla maternità, dopo averli fatti sfilare con un cartello per i paesi del Verbano. Tutto questo non ferma l’offensiva che sul finire dell’estate e in autunno liberano grandi aree e costringono i nazifascisti alla resa.

Tra giugno e luglio per poco più di un mese una forma di amministrazione democratica si sperimenta in Val Maira mentre il 10 settembre ’44 , dopo una serie di sanguinosi combattimenti, viene proclamata la Repubblica dell’Ossola.

Sullo slancio vengono poi liberate Omegna, Fondotoce, il 10 ottobre Alba che, sia pure per soli 18 giorni ha un vero governo democratico e un suo giornale quotidiano, mentre in altre vaste aree per i nazifascisti è difficile arrivare e circolare.

Liberi l’Alto Tortonese, il Monferrato, le Langhe.

Quando il nemico alla metà di ottobre successivo tenta la riconquista con forze preponderanti il movimento partigiano riesce a ritirarsi ricco di una nuova esperienza politica e di governo.

L’offensiva di primavera, che scompagina definitivamente le file fasciste, é il miglior preludio alla Liberazione. Le città piemontesi insorgono insieme – benché a Torino ancora la mattina del 25 aprile il capo delle missioni alleate in Piemonte chiedesse di ritirare l’ordine insurrezionale già diramato – e intere colonne tedesche vengono chiuse in una morsa dalle brigate attestate sul Po che scendono in città, liberandola definitivamente il 28 aprile mentre gli alleati vi arrivano solo il 9 maggio.

 3Musica Siamo i ribelli della montagna in dissolvenza

Legge Marica Guazzora 

Le lettere dei condannati a morte per la Resistenza italiana sono l’ultima azione  con la quale  essi conclusero la loro parte di lotta nei seicento giorni della Resistenza comunicando ai familiari e ai compagni una estrema notizia di sè, un addio, un mandato, un sigillo ideale. Ed è una azione che ne apre un’altra, che si trasferisce dai morenti ai superstiti, con la sua eccezionale elevatezza morale, con il suo complesso significato politico e storico, con il peso stesso, grave e dolente, delle sue sofferenze umane.

Iniziamo con la vita e la morte di  un grande comunista  insignito della Medaglia d’Oro al valor militare alla memoria con la seguente motivazione: “Modesto operaio, animato da purissima fede, accorreva all’appello della Patria oppressa. Infaticabile organizzatore e combattente audace sapeva trasfondere ai compagni di lotta lo stesso entusiasmo che lo animava per la causa alla quale aveva dedicato tutto se stesso. Catturato dal nemico, processato e condannato a morte, affrontava impavido il plotone di esecuzione e nel cadere sotto la raffica del piombo nemico lanciava, con l’offerta della sua vita, l’estrema invocazione alla Patria. Luminosa figura di combattente della libertà.”

Eusebio Giambone – 40 anni. Nato a Cavagna Monferrato in provincia di Alessandria. Sposato e padre di due figli. Si trasferisce con la famiglia a Torino quando è ancora un bambino e qui, terminati gli studi, inizia a lavorare come tornitore. Unitosi al movimento della Gioventù socialista, partecipa attivamente all’occupazione delle fabbriche nel settembre del 1920. Entrato in contatto con Antonio Gramsci, nel gennaio del 1921 aderisce al Partito comunista d’Italia appena formatosi. Dopo l’avvento del fascismo, si oppone allo squadrismo ma viene più volte aggredito e percosso, nonché condannato a nove mesi di carcere. Costretto ad espatriare in Francia si stabilisce in seguito  a Lione, dove già si trova il fratello Vitale. Nel 1926 il III congresso del Partito comunista d’Italia si tiene proprio nel locale che egli ha aperto con la moglie Louise e, nel novembre dello stesso anno, la sua casa diventa sede dell’ufficio politico del partito, dopo la messa al bando da parte della legislazione fascista. Membro dell’Unione popolare italiana, Eusebio Giambone si occupa di assistere e supportare gli esuli antifascisti nella zona del Rodano, prima di trasferirsi a Parigi nel dicembre del 1937. Vi rimane per circa due anni, prima di essere arrestato e rinchiuso nel campo di concentramento di Vernet, nei pressi di Tolosa, nei primi mesi del 1940. Con l’occupazione tedesca e l’instaurarsi del governo di Vichy, è deciso che gli antifascisti italiani detenuti Oltralpe vengano rimpatriati. Giambone è così consegnato alle autorità fasciste che, dopo un breve periodo di carcerazione a Torino, lo inviano al confino a Castel Baronia (in provincia di Avellino). Liberato in seguito alla caduta di Mussolini, dopo l’8 settembre raggiunge Torino per unirsi al movimento di liberazione. Organizzatore dell’opposizione al nazifascismo all’interno delle fabbriche della città, è presto nominato Rappresentante del Partito comunista in seno al 1º Comando militare regionale piemontese. Il 31 marzo 1944, proprio durante una riunione clandestina nella sacrestia della chiesa di San Giovanni a Torino, Giambone e gli altri componenti del Comando militare regionale sono sorpresi ed arrestati da alcuni elementi della Federazione dei Fasci Repubblicani. Immediatamente incarcerati, sia lui che i suoi compagni vengono processati il 2 e il 3 aprile dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato, che li condanna a morte. Il 5 aprile 1944 Euesebio Giambone, è condotto, insieme ad altri partigiani,  al poligono di tiro nazionale del Martinetto, e fucilato da un plotone composto da militi della Guardia nazionale repubblicana.

Legge Ornella Terracini

Stralcio di una lettera di Eusebio Giambone  alla figlia

Cara Gisella ,
quando leggerai queste righe il tuo papà non sarà più.Il tuo papà che ti ha tanto amata malgrado
i suoi bruschi modi e la sua grossa voce che in verità non ti ha mai spaventata. Il tuo papà è stato condannato a morte per le sue idee di Giustizia e di Eguaglianza. Oggi sei troppo piccola per comprendere perfettamente queste cose, ma quando sarai più grande sarai orgogliosa di tuo padre e lo amerai ancora di più, se lo puoi, perché so già che lo ami tanto.
Non piangere, cara Gisellina, asciuga i tuoi occhi,tesoro mio, consola tua mamma da vera donnina che sei.Per me la vita è finita, per te incomincia, la vita vale di essere vissuta quando si ha un ideale quando si vive onestamente, quando si ha l’ambizione di essere non solo utili a sé stessi ma a tutta l’Umanità.

4Musica Siamo banditi  in dissolvenza

Legge  Ornella Terracini

Albino Albico 24 anni  – operaio fonditore – nato a Milano. Prima dell’8 settembre 1943 svolge propaganda e diffonde stampa antifascista, dopo tale data è uno degli organizzatori del GAP, 113a Brigata Garibaldi, di Baggio (Milano), del quale diventa comandante Viene arrestato il 28 agosto 1944 da militi della “Muti”, nella casa di un compagno, in seguito a delazione di un collaborazionista infiltratosi nel gruppo partigiano. Tradotto nella sede della “Muti” in Via Rovello a Milano,torturato, sommariamente processato e fucilato lo stesso 28 agosto 1944.

Carissimi, mamma, papà, fratello sorella e compagni tutti,

mi trovo senz’altro a breve distanza dall’esecuzione. Mi sento però calmo e muoio sereno e con l’animo tranquillo. Contento di morire per la nostra causa: il comunismo e per la nostra cara e bella Italia.                                

Il sole risplenderà su noi “domani” perché TUTTI riconosceranno che nulla di male abbiamo fatto noi.                                                                   

Voi siate forti come lo sono io e non disperate.                                     

Voglio che voi siate fieri ed orgogliosi del vostro Albino che sempre vi ha voluto bene.

5Musica Pietà l’è morta in dissolvenza 

Legge Alessandra Rizzo

Roberto Ricotti 22 anni – meccanico – nato a Milano -. Nel settembre 1943 fugge dal campo di concentramento di Bolzano e si porta a Milano dove si dedica all’organizzazione militare dei giovani del proprio rione. Nell’agosto 1944 è commissario politico della 124a Brigata Garibaldi SAP, responsabile del 5° Settore del Fronte della Gioventù . Arrestato il 20 dicembre 1944 nella propria abitazione di Milano adibita a sede del Comando del Fronte della Gioventù viene tradotto nella sede dell’OVRA in Via Fiamma, indi alle carceri San Vittore. Più volte seviziato viene.  fucilato il 14 gennaio 1945.

A te mio dolce amore caro io auguro pace e felicità. Addio amore…

Tu che mi hai dato le uniche ore di felicità della mia povera vita…! a te io dono gli ultimi miei battiti d’amore… Addio Livia, tuo in eterno…    Roberto 

Parenti cari consolatevi, muoio per una grande idea di giustizia… Il Comunismo!! Coraggio addio!

6Musica Oltre il ponte in dissolvenza

Legge Lucia Malgioglio

Paola Garelli (Mirka) 28 anni  – pettinatrice – nata a Mondoví (Cuneo) -. Dall’ottobre 1943 svolge a Savona attività clandestina. Entra a far parte della brigata SAP “Colombo”, divisione “Gramsci”. Assolve compiti di collegamento e rifornimento viveri e materiali per le formazioni operanti nei dintorni della città . Arrestata nella notte fra il 14 e il 15 ottobre 1944 nella propria abitazione di Savona, ad opera di militi delle Brigate Nere viene tradotta nella sede della Federazione Fascista di Savona. Viene fucilata il 1° novembre 1944, da un  plotone fascista,  senza processo, nel fossato della Fortezza ex Priamar di Savona, con altri compagni e compagne tra cui Franca Lanzoni e Luigina Camotto, staffette partigiane.

Mimma cara,

la tua mamma se ne va pensandoti e amandoti, mia creatura adorata, sii buona, studia ed ubbidisci sempre gli zii che t’allevano, amali come fossi io.

Io sono tranquilla. Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino il

dolore che do loro. Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo.

Abbraccio con il pensiero te e tutti, ricordandovi, la tua infelice mamma 

Legge Marica Guazzora

 Walter Fillak (Martin) 24 anni – studente – nato a Torino – Espulso dal Liceo scientifico di Genova per aver manifestato idee antifasciste, alla Facoltà di Chimica fonda una cellula comunista e tiene contatti con gli operai di Sampierdarena. Arrestato per la prima volta nel 1942, insieme a tutto il direttivo genovese del PCI, viene liberato dopo il 25 luglio ’43. A Torino si unisce ai nuclei combattenti, poi è di nuovo a Genova, come vice commissario politico della 3a Brigata Garibaldi “Liguria”, e partecipa a numerose azioni. Dopo varie vicissitudini, è commissario politico e poi comandante della VII Divisione Garibaldi operante nella Bassa Val d’Aosta e nel Biellese. In seguito a una delazione, il 29 gennaio ’45 viene catturato insieme ai membri del suo comando (che saranno tutti fucilati); lo portano all’impiccagione il 5 febbraio: la corda si spezza e l’esecuzione verrà ripetuta.

Mio caro papà, 

per disgraziate circostanze sono caduto prigioniero dei tedeschi. Quasi sicuramente sarò fucilato.
Sono tranquillo e sereno perché pienamente consapevole d’aver fatto tutto il mio dovere di italiano e di comunista.
Ho amato sopra tutto i miei ideali, pienamente cosciente che avrei dovuto tutto dare, anche la vita; e questa mia decisa volontà fa sì che io affronti la morte con la calma dei forti.
Non so che altro dire.
Il mio ultimo abbraccio e il mio ultimo saluto a tutti quelli che mi vollero bene Walter

 7Musica Andrea in dissolvenza

Legge Alessandra Rizzo

Mario Modotti (Tribuno) 32 anni. Nato a Udine. Sposato e padre di un figlio. Di professione operaio, con qualifica di attrezzista navale.  Membro dei gruppi antifascisti dello stabilimento dei Cantieri riuniti dell’Adriatico di Monfalcone, aderisce al Partito comunista e collabora attivamente con “Soccorso rosso”. Richiamato alle armi il 19 giugno del 1940 un anno dopo ottiene il congedo, su richiesta degli stessi Cantieri Riuniti. Nel 1942 viene incaricato dal partito di collegarsi alla Resistenza slovena, perciò si trasferisce con tutta la famiglia a Vipulzano, nei pressi di Cormons (GO). Entrato a far parte del Comitato sindacale clandestino di fabbrica, dopo l’armistizio diventa anche il rappresentante del Partito Comunista d’Italia in seno al Comitato d’azione di Monfalcone e costituisce, assieme a Mario Fantini e Bruno Giorgi, il primo Battaglione Garibaldi, di cui è nominato comandante. Particolarmente attiva in tutto il Friuli orientale, la formazione è costretta a sciogliersi il 1º dicembre 1943, a causa della massiccia ondata di rastrellamenti effettuata dai nazifascisti. Spostatosi a Bicinicco (UD), nell’inverno successivo Modotti si occupa principalmente di allacciare rapporti tra le diverse bande di montagna e di reclutare nuovi partigiani, soprattutto nelle province di Udine e Pordenone. Il 15 marzo 1944 costituisce il Battaglione Nino Bixio, che guida fino al 7 agosto, quando riesce ad unificare le forze osovane e garibaldine della Valcellina nella Brigata mista Ippolito Nievo , di cui egli stesso si pone a capo, assieme a Pietro Maset e Giulio Contin. Tornato in pianura nel dicembre del ’44, in seguito alla controffensiva tedesca e la rioccupazione della zona libera della Carnia, Modotti si rifugia nella propria abitazione di Bicinicco, ma la sera del 6 febbraio 1945 è sorpreso e arrestato da elementi del Centro repressione antipartigiana di Palmanova, informati da un delatore. Imprigionato nella Caserma “Piave”, subisce ripetute torture, finché, pochi giorni dopo, è tradotto alle carceri di Udine. Processato dal Tribunale speciale tedesco del Litorale Adriatico il 14 marzo, è condannato a morte con altri 36 compagni d’armi e di prigionia. Tutti i tentativi di liberarlo tramite uno scambio di prigionieri falliscono. Alle ore 5 del 9 aprile 1945 Modotti è prelevato dall’infermeria del penitenziario (dov’era costretto a causa di una malattia contratta prima ancora della cattura) e condotto nel cortile, dove viene fucilato da un plotone di SS comandato da due ufficiali della polizia segreta tedesca.  Dopo la liberazione, alla memoria di Mario Modotti è stata conferita la medaglia d’argento al valor militare.

Legge Ornella Terracini

Caro Marietto.
Avevo fatta una lettera per te e una per mamma tua il giorno della condanna del 14-3-45, la quale, con il terribile pensiero di lasciarvi, era scritta molto triste e con molto rimpianto. Ora sono passati 19 giorni dal giorno fatale e la speranza  di veder la fine dell’odiato tedesco e lo sterminio del fascismo si fa sempre più viva in me.
Però oggi il parroco delle carceri nella sua visita ci disse che saranno un po’ di graziati e io,  con mente serena, so di non essere tra quelli.
Mi considerano un lottatore, ossia pericoloso per loro, perciò da eliminare. Conscio della mia  fine, dopo un’agonia di 20 giorni ti voglio esprimere le mie ultime volontà.
La spia che mi mandò alla morte è a Bicinicco perciò rintracciala e vendicami. 
Ricorda che a Palmanova mi hanno fatto molto soffrire tra impiccagione e maltrattamenti.
Sono molto orgoglioso che dai 10 interrogatori non abbia tradito nessuno. Di più non posso scrivere. Sono orgoglioso di essere appartenuto alle gloriose Brigate Garibaldi e di essere un Comunista. Voglio che cresca sano e forte affinché possa entrare nella ultra-gloriosa Armata Rossa e servire la Causa del proletariato, come io feci.

Sasso, tuo zio, avrà cura di te; seguilo, che  riconosco in lui un bravo compagno.
Per Mamma tua sii il suo braccio destro; amala, stimala, che ne ha il merito.
Io l’ho amata tanto, l’ho amata  quanto ho amato la mamma mia.
L’ultimo mio grido sarà “A Morte il fascismo e l’invasore! Libertà ai Popoli!” Fa esattamente quelle che furono le mie ultime volontà; io ne sarò felice. Addio Mario
tuo padre Mario Modotti Tribuno

8Musica Fischia il vento in dissolvenza

Legge Marica Guazzora

Bertolt Brecht, tratta da “A coloro che verranno” 

Le forze erano misere. La meta

era molto remota.

La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me quasi inattingibile.

Così il tempo passò

che sulla terra m’era stato dato.

Voi che sarete emersi dai gorghi

dove fummo travolti

pensate

quando parlate delle nostre debolezze

anche ai tempi bui

cui voi siete scampati.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe, attraverso le guerre di classe, disperati quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:

anche l’odio contro la bassezza

stravolge il viso.

Anche l’ira per l’ingiustizia

fa roca la voce. Oh, noi

che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza, noi non si potè essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora

che all’uomo un aiuto sia l’uomo,

pensate a noi

con indulgenza.

 

9Musica La Gap in dissolvenza

Legge  Alessandra Rizzo

art-st-di-nanniDante Di Nanni – 18 anni – Il ragazzo era figlio d’immigrati pugliesi. A 15 anni era entrato in fabbrica, ma aveva continuato a studiare in una scuola serale. A 17 si era arruolato in Aeronautica e nell’agosto del 1943 era motorista al I Nucleo addestramento caccia di Udine. L’8 settembre del 1943 non segnò il ritorno a casa ma, con l’amico Francesco Valentino che venne  poi impiccato dai fascisti in corso Vinzaglio a Torino,  segnò l’inizio della lotta contro i nazifascisti in una piccola banda nelle vicinanze di Boves.
Dispersa la formazione, Di Nanni, sempre con Valentino, alla fine di dicembre riuscì a riparare nella sua abitazione torinese. L’inattività durò poco. Alla fine di gennaio, i due ragazzi erano già entrati nei G.A.P. comandati da Giovanni Pesce. La notte del 17 maggio Pesce, Di Nanni, Bravin e Valentino attaccano una stazione radio sulla Stura; prima di farla saltare in aria disarmano i nove militi che la presidiavano e, sulla promessa che non avrebbero dato l’allarme, salvano loro la vita. I gappisti, invece, vengono traditi e sono sorpresi da un intero reparto nemico.
Nello scontro, i quattro rimangono tutti feriti, ma riescono a sganciarsi. Il più grave è Di Nanni, raggiunto da sette proiettili al ventre, alla testa e alle gambe. Pesce, ferito ad una gamba, riesce a trascinare Dante in una cascina e, all’alba, a farlo trasportare nella base di borgo San Paolo. Qui un medico antifascista vede il ferito, ne ordina l’immediato ricovero in ospedale e Pesce lascia Di Nanni per organizzarne il trasporto. Quando ritorna, i fascisti, avvertiti da una spia, stanno già sparando contro la casa di via San Bernardino.

10Musica Dante di Nanni in dissolvenza

Legge Marica Guazzora

visoneTratto dal libro “Senza tregua, la guerra dei GAP” di Giovanni Pesce

Adesso ogni rumore è cessato. Un attimo di tregua, di pace prima della fine ormai vicina. L’esplosivo è terminato assieme alle ” sipe. ” Nel caricatore del mitra restano si e no venti colpi. Di Nanni toglie un proiettile e se lo mette in tasca, poi striscia di nuovo al balcone, pone il dito sul secondo grilletto del mitra, quello del colpo singolo e spia la strada. Da sinistra camminando curvi, rasenti il muro, avanzano tre tedeschi. Non portano fucili ma stringono in mano grappoli di bombe. Intendono usare la sua tattica: lanciare le bombe dal basso, dietro la porta-finestra del balcone. Prende la mira tra le sbarre e spara sul primo nazista che cade in avanti; il secondo colpo manca quello che lo segue, ma il terzo lo raggiunge subito dopo. Spara tre colpi all’ultimo che fugge. Il nazista cade, si rialza e riprende a correre zoppicando. Si salva buttandosi dietro l’angolo delta via,. In quel momento, dal tetto di fronte parte una raffica rapida e violenta. Un tedesco spara col ginocchio sinistro appoggiato alle tegole della sommità del tetto; non si nasconde. La sua raffica dovrebbe essere decisiva, ma passa alta sulla testa di Di Nanni che lo abbatte sparando a raffica i suoi ultimi colpi.

Ora tirano dalla strada, dal campanile e dalle case più lontane. Gli sono addosso, non gli lasciano scampo. Di Nanni toglie di tasca l’ultima cartuccia, la innesta nel caricatore e arma il carrello. Il modo migliore di finirla sarebbe di appoggiare la canna del mitra sotto il mento, tirando il grilletto poi con il pollice. Forse a Di Nanni sembra una cosa ridicola; da ufficiale di carriera. E mentre attorno continuano a sparare, si rovescia di nuovo sul ventre, punta il mitra al campanile e attende, al riparo dei colpi. Quando viene il momento mira con cura, come fosse a una gara di tiro. L’ultimo fascista cade fulminato col colpo.

Adesso non c’è più niente da fare: allora Di Nanni afferra le sbarre della ringhiera e con uno sforzo disperato si leva in piedi aspettando la raffica. Gli spari invece cessano sul tetto, nella strada, dalle finestre delle case, si vedono apparire uno alla volta fascisti e tedeschi. Guardano il gappista che li aveva decimati e messi in fuga. Incerti e sconcertati, guardano il ragazzo coperto di sangue che li ha battuti. E non sparano.

E’ in quell’attimo che Di Nanni si appoggia in avanti, premendo il ventre alla ringhiera e saluta col pugno alzato. Poi si getta di schianto con le braccia aperte nella strada stretta, piena di silenzio.

“Gli anni e i decenni passeranno: i giorni duri e sublimi che noi viviamo oggi appariranno lontani, ma generazioni intere di giovani figli d’Italia si educheranno all’amore per il loro paese, all’amore per la libertà, allo spirito di devozione illimitata per la causa della redenzione umana sull’esempio dei mirabili garibaldini che scrivono oggi, col loro sangue rosso, le più belle pagine della storia italiana.”

11Musica 7 fratelli Cervi  in dissolvenza

Legge Lucia Malgioglio

Si chiamavano Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio e Ettore, i 7 fratelli Cervi  tutti Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria.

I Cervi sono profondamente antifascisti e prendono da subito le distanze dal regime. Alla fine degli anni ’20 Aldo viene imprigionato nel carcere di Gaeta per tre anni. Sono anni formativi, poiché legge di politica: Gramsci e Marx soprattutto. Rientrato, estende questa esperienza a tutti gli altri fratelli e presto allestisce una biblioteca circolante con i libri che erano proibiti dal regime fascista. Quando le restrizioni alla libertà di azione e di parola si fanno più violente i Cervi iniziano l’azione di opposizione con atti di sabotaggio agli ammassi imposti dal regime, alle linee dell’alta tensione che alimentavano le fabbriche Reggiane dove si producevano le armi belliche. Fanno volantinaggio, distribuiscono clandestinamente l’Unità, vanno di casa in casa a commentarla. La loro diventa una casa di latitanza, dove si fanno riunioni clandestine e si organizza l’opposizione al regime. Organizzano attentati contro presidi fascisti della zona da cui ricavano cibo e armi, utili per ospitare nella loro casa i numerosi renitenti alla leva che rifiutano di prendere le armi dopo l’8 settembre 1943 e la proclamazione della Repubblica di Salò, e per sostenere i numerosi alleati che si erano dispersi. Moltissimi antifascisti passeranno e sosteranno nella loro casa. Casa Cervi viene messa a ferro e fuoco dai fascisti la notte fra il 24 e il 25 novembre 1943. I sette fratelli, il padre, Quarto Camurri, catturati, verranno portati al carcere dei Servi di Reggio Emilia. Tutti gli stranieri, che in quella notte ospitavano in casa, verranno invece trasferiti alle carceri di Parma. I sette fratelli Cervi verranno fucilati senza processo all’alba del 28 dicembre 1943, al Poligono di tiro di Reggio Emilia, insieme a Quarto Camurri. Il più vecchio Gelindo ha 42 anni, il più giovane Ettore 22 anni. L’azione dei fascisti è un’azione di rappresaglia: i Cervi vengono infatti accusati di aver complottato per l’uccisione del segretario fascista di Bagnolo in Piano (Reggio Emilia). Il padre viene risparmiato, e tramandando la memoria rende possibile il recupero delle testimonianze.

12Musica  Auschwitz    in dissolvenza

Legge Ornella Terracini

Dal diario di Anna Frank

Quest’anno, il 1944, ci porterà la vittoria? Non lo sappiamo ancora, ma la speranza ci fa rivivere, ci ridona coraggio, ci fa tornare forti. Perché con coraggio dobbiamo sopportare le molte paure, le privazioni e le sofferenze.”

“Erano circa le dieci e mezzo. Ero di sopra dai Van Pels, nella stanza di Peter e lo aiutavo con i compiti. Gli ho mostrato l’errore nel dettato quando improvvisamente qualcuno salì di corsa le scale. I gradini scricchiolavano, io mi alzai di scatto perché era ancora mattina e tutti dovevano essere silenziosi. In quel momento la porta si aprì e ci trovammo di fronte un uomo con la pistola in pugno, puntata contro di noi.”

Nel nascondiglio avevano trovato rifugio 8 persone: Otto e Edith Frank (i genitori di Anna) la sorella maggiore Margot, Fritz Pferrer,  Hermann e Petronella Van Pels con il loro figlio Peter.

Anna Margot e Edith Frank non sopravvissero  ai campi di concentramento  tedeschi. Peter Van Pels morì per le marce della morte tra un campo e l’altro, tre giorni prima della liberazione nel campo di Mauthausen. Margot e Anna passarono un mese a Auschwitz-Birkenanu e vennero poi spedite a Bergen Belsen dove morirono di tifo esantematico nel marzo del 1945, un mese prima della liberazione del campo. Solo il padre di Anna sopravvisse ai campi di concentramento quando il 27 gennaio del 1945 fu liberato il campo di Auschwitz dai russi il 3 giugno 1945 tornò ad Amsterdam dove ritrovò i fogli scritti dalla figlia e li fece pubblicare.

 Se questo è un uomo  di Primo Levi

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case;
Voi che trovate tornando la sera
Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce la pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì e per un no

Considerate se questa è una donna
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno:

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole:
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,

Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli:
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri cari torcano il viso da voi.

 

13Musica L’internazionale in dissolvenza

Legge Alessandra Rizzo

  • Il 27 gennaio del 1945 l’Armata Rossa entrò nel campo di sterminio nazista di Auschwitz. Sul portone di ingresso del campo c’era scritto “Il lavoro nobilita l’uomo”.
  • Intorno alle 15 i soldati sovietici della Prima Armata del Fronte Ucraino, comandata dal maresciallo Koniev entrarono nel campo di sterminio. Fu così che gli Alleati scoprirono la “vergogna” di Auschwitz. In base alle indagini svolte immediatamente dopo la “scoperta” del lager, esperti inglesi, americani e russi, che lavorarono di comune accordo, stimarono in circa quattro milioni le persone che trovarono la morte nei forni crematori di Auschwitz-Birkenau.L’avanzata delle truppe sovietiche in Polonia, in direzione della Germania, obbligò i gerarchi hitleriani a evacuare i prigionieri da decine di lager e a distruggere gli impianti di sterminio, che secondo le stime più attendibili servirono complessivamente per il genocidio di circa sei milioni di ebrei europei. Nei campi di concentramento oltre agli ebrei furono reclusi: zingari, slavi, comunisti, e chi era considerato indesiderabile come gli omosessuali.
    L’ultimo trasporto dei prigionieri di ambo i sessi verso Auschwitz avvenne a piedi. Era il 18 gennaio. Nei giorni che precedettero la liberazione c’era nei prigionieri – secondo quanto riferirono i pochi sopravvissuti – una tensione drammatica. Nel campo si trovavano soprattutto coloro che non potevano camminare.
    Quasi subito dopo l’ultimo trasporto, gli ufficiali delle SS cominciarono a bruciare i magazzini appiccando il fuoco con i vestiti imbevuti di benzina, strappati agli uomini uccisi nelle camere a gas. Il 20 gennaio le SS fecero esplodere i forni crematori numero 2 e 3, e la notte tra il 25 e il 26 anche il crematorio 5.

Su di un muro di Auschwitz c’è scritto “Chi non conosce la storia, sarà costretto a riviverla”.

 14Musica Stalingrado     in dissolvenza

Legge Ornella Terracini

Lo avrai camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani

di Pietro Calamandrei

Lo avrai camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
Più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

15Musica  O Palestina  in dissolvenza

Legge  Lucia Malgioglio

images (1)Maĥmud Darwish nacque in un villaggio presso la città di Ăkka, in Galilea, Palestina, nel 1941. All’età di sette anni, nel 1948, visse la tragedia del suo popolo, quando il suo villaggio fu attaccato dai sionisti e la  popolazione si disperse in altri luoghi. La famiglia Darwish lasciò la Galilea e si trasferì in Libano, sfuggendo alla  situazione che si era  venuta a creare dopo l’occupazione militare israeliana. Il padre di Darwish, però, rifiutò di diventare profugo e preferì ritornare nella sua patria. Al rientro in Palestina, un anno dopo, la famiglia  trovò il suo villaggio completamente distrutto, ed al suo posto un insediamento ebraico. Così,   si stabilirono in un  villaggio di nome Deir el-Asad: il senso dello smarrimento entra nella vita del poeta in tenera età, e da quel momento in poi, Darwish si sentirà sempre  “un profugo nella sua patria”.

Darwish è considerato fra i maggiori “leaders”  della poesia araba contemporanea e il “leader” assoluto della poesia della resistenza araba.

Legge Ornella Terracini

Carta d’identità

Scrivi :  sono un arabo;

la mia carta porta il numero cinquantamila.

Ho otto bambini,

e il nono nascerà dopo l’estate.

Ti dispiace forse ?

 Scrivi : sono un arabo;

impiegato con i compagni della miseria in una cava,

ho otto bambini

per i quali dalla roccia

ricavo il pane,

i vestiti ed il quaderno.

Non chiedo la carità alle vostre porte

né mi umilio davanti alle piastrelle dei gradini.

Ti dispiace forse ? 

Scrivi :  sono un arabo; un nome senza titolo

e resto paziente in una terra

dove tutto vive con impulso di furia.

Le mie radici si sono ancorate qua,

prima del nascere del tempo

prima dell’apertura delle ere

anteriormente ai cipressi, agli uliveti

ed al crescere dell’erba. 

Mio padre …viene dalla stirpe  dell’aratro,

non è un figlio di signori privilegiati,

mio nonno pure era un contadino

né ben cresciuto, né ben nato !

Mi insegnava l’orgoglio del sole

prima di insegnarmi la lettura dei libri.

La mia casa è la guardiola di un custode

fatta di rame e di canna.

Sei soddisfatto della mia posizione ?

Ho un nome senza titolo ! 

Scrivi :  sono un arabo;

dai capelli color carbone

e dagli occhi bruni.

La mia descrizione:

un akal[1][3]  sulla kufiyya copre il mio capo;

e il palmo della mano duro come la roccia,

graffia chi lo oserebbe toccare. 

Il mio indirizzo è :

un villaggio disarmato … dimenticato

dalle vie senza nomi. 

Scrivi :  sono un arabo;

avete rubato la vigna dei miei nonni

e la terra che coltivavo

insieme ai miei figli.

Senza lasciare a noi nulla

né ai nostri nipoti …

se non queste rocce.

E’ forse vero che il vostro stato 

prenderà anche queste …

come si mormorava ? 

Allora !

scrivilo in cima alla prima pagina :

“non odio la gente

né aggredisco  alcuno,

ma se divento affamato

la carne dell’ usurpatore sarà il mio cibo.

Attenzione !

Guardatevi

dalla mia collera

e dalla mia fame !

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16Musica Comandante Che Guevara in dissolvenza

Legge Alessandra Rizzo

“Il guerrigliero è un riformatore sociale, che prende la armi rispondendo alla protesta carica d’ira del popolo contro i suoi oppressori, e lotta per mutare il regime sociale che mantiene nell’umiliazione e nella miseria tutti i suoi fratelli disarmati ”

“Non sono un liberatore, i liberatori non esistono. Sono solo i popoli che si liberano da sé”

Ernesto Che guevara

Poesia del Che

Quando saprai che sono morto non pronunciare il mio nome

perché si fermerebbe la morte e il riposo

Quando saprai che sono morto di sillabe strane

Pronuncia fiore, ape, lacrima, pane, tempesta

Non lasciare che le tue labbra trovino le mie undici lettere

Ho sonno, ho amato, ho raggiunto il silenzio.

 

17Musica La Brigata Garibaldi in dissolvenza

Legge Marica Guazzora

(Poesia) Il Partito di Vladimir Majakovskij  

Il Partito  è un uragano denso

di voci flebili e sottili

e alle sue raffiche  crollano i fortilizi del nemico.

La sciagura è sull’ uomo solitario,

la sciagura è nell’ uomo quando è solo.

L’ uomo solo  non è un invincibile guerriero.

Di lui ha ragione il più forte anche da solo,

hanno ragione i deboli se si mettono in due.

Ma quando dentro il Partito si uniscono i deboli

di tutta la terra

arrenditi, nemico, muori e giaci.

Il Partito è una mano che ha milioni di dita

strette in un unico pugno.

L’ uomo ch’ è solo è una facile preda,

anche se vale non alzerà una semplice trave,

ne tanto meno una casa a cinque piani.

Ma il Partito è milioni di spalle,

spalle vicine le une alle altre

e queste portano al cielo le costruzioni del socialismo.

lì Partito è la spina dorsale della classe operaia.

Il Partito è l’ immortalità del nostro lavoro.

Il Partito è l’ unica cosa che non tradisce.

18Musica Avanti popolo   in dissolvenza

Legge Ornella Terracini

Sono 19 le partigiane italiane decorate con la medaglia d’oro al valor militare tra cui 15 alla memoria: Non vi abbiamo letto le loro storie perché sono state tali e tante le sevizie e l’orrore  subito da queste compagne che non ce l’avremmo mai fatta a leggervele senza singhiozzare. I loro nomi: Irma Bandiera, Ines Bedeschi, Livia Bianchi, Gabriella degli Esposti in Riverberi, Cecilia Deganutti, Anna Maria Enriquez, Tina Lorenzoni, Ancilla Marighetto, la più giovane 18 anni, Clorinda Menguzzato, Irma Marchiani, Norma Pratelli Parenti, Rita Rosani, Modesta Rossi Palletti, Virginia Tonelli, Iris Versari.

Le partigiane decorate in vita con medaglia d’oro sono. Gina Borellini, Carla Capponi, Paola Del Din, Vera Vassalle.

25

 

Il nostro omaggio termina qui con un’ultima lettura:

Le donne del Ponte di Ferro di Roma

Legge Lucia Malgioglio

Il 7 aprile del 1944 morivano, fucilate dai nazisti, dieci donne. Clorinda Falsetti, Italia Ferracci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistolesi, Silvia Loggreolo furono assassinate al Ponte di Ferro perchè insieme ad altri ed altre abitanti dei quartieri limitrofi avevano assaltato un forno. Volevano riprendere per la famiglia quella farina e quel pane che i fascisti negavano alla popolazione straziata dalla guerra, riservandolo ai tedeschi.

I loro corpi lasciati esposti sul luogo dell’eccidio dovevano scoraggiare chi intendeva ribellarsi, Ma il ricordo del loro coraggio è ancora oggi la forza di chi cerca giustizia. Sullo stesso ponte un monumento, per lo più sconosciuto mantiene il ricordo di quelle donne. Attraverso la costruzione di un percorso storico, attraverso un continua e rinnovata lettura dei suoi contenuti, e la loro discussione in un racconto collettivo la memoria diviene elemento costitutivo del ragionare il presente e del costruire il futuro Vogliamo ricordare il nome di ogni donna che ha resistito e resiste ai tanti soprusi quotidiani di cui sono vittime le donne nel nostro paese e nel mondo. Quella storia di resistenza ci appartiene ancora, non è finita. La resistenza delle donne è diventata pane quotidiano.

Legge Marica Guazzora

Ricordare e Resistere sarà parlare delle donne che ogni giorno resistono con i propri corpi, alla violenza fuori e dentro la famiglia, alle guerre, alle privazioni, alla negazione di libertà e delle diverse forme di esistenze, al razzismo e ad ogni intolleranza. Ricordarle sarà lasciare, su quel monumento e su quel ponte, insieme a quelli delle dieci donne scolpite sulla pietra, il nome di ogni donna resistente.

 

19-20 Musica Bella ciao e bandiera rossa per chiudere

festa-della-liberazione_004

 

 

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