“Attenti, attenti, vegliate, che è ancora prigioniera dell’ombra la luce della libertà”

Questa gioventù – scrive Pasionaria – è la nostra speranza e sono certa che marcerà, sta già marciando, per l’unica strada che fa degli uomini semplici degli eroi,…..”.

Conservavo  gelosamente questo scritto della compagna  Gloria Malaspina del suo incontro con Dolores Ibarruri e oggi ho deciso di condividerlo sul mio blog. Spero che a Gloria non dispiaccia.

“Se sei d’accordo, dovresti seguire Dolores Ibàrruri per tutto il tempo della sua permanenza qui. Del resto, parli lo spagnolo…”. Era il 1976. Avevo 23 anni. Il Partito mi chiedeva di stare vicino alla donna che in quel momento (Francisco Franco in punto di morte, prima riunione del Comitato Centrale del Pce ancora clandestino e permanenza di tutti i suoi componenti per una settimana presso la scuola del Pci a Frattocchie) rappresentava un mito!….Si preparava così, una settimana indimenticabile nella mia vita. Ora, al netto dell’entusiasmo dell’epoca e dell’età, il ricordo è intatto. Ma, per ovvie ragioni sorvolando su una cronaca emozionante e quotidiana, restituirò solo l’impressione saliente di quella donna che, suo malgrado, è diventata una delle figure femminili più emblematiche del suo tempo – del nostro – e non solo. Alta, dritta e l’impressione netta di imponenza, nonostante l’età ne dimensionasse la statura reale, guardare il suo viso segnato dalle vicende passate e comunque bello, sereno e fiero, con gli occhi scuri e i capelli grigi raccolti in una crocchia da sempre, era già di per sé un modo di percepire e assorbire i passi della sua vita – conosciuti da dati biografici – come se si svolgessero in quel momento e in quel tempo breve e intenso dell’emergere dalla clandestinità.

Dolores Ibàrruri era sempre accompagnata dalla sua Segretaria, anch’ella componente del Comitato centrale del Pce, Irene Falcòn, aragonese. Condividevano, oltre ad anni di militanza e di storia personale, anche il gusto della battuta e l’orgoglio della regionalità – antitetica per tutti gli anni della dittatura all’idea di un’omologazione “castigliana” forzosa (Castiglia è la Regione di Madrid) voluta da Franco a partire dall’uso della lingua – essendo Dolores di nazionalità basca, “vizcàyna” in tutto e per tutto, rappresentante autentica per carattere e fisicità di una regione speciale, selvaggia e affascinante dal mare alla montagna…quando io chiedevo loro la natura e il segno dei nazionalismi spagnoli in quella fase storica, Irene diceva “La Virgen del Pilàr no quiere ser francesa, quiere ser capitana de la tropa aragonesa” (La vergine del Pilàr non vuole essere francese, vuole essere capitano della truppa aragonese), estrema sintesi del rifiuto della dominazione, fino alla battaglia per mantenere la propria identità.

Sostenne, Dolores, una settimana intensa di riunioni, discussioni del C.C. del Pce che si riuniva quotidianamente per preparare la strategia del rientro in Spagna – tutti loro ancora clandestini, tanto che la prima seduta pubblica del C.C., reale e simbolica insieme, si svolse al Teatro delle Arti in Via Sicilia, a Roma, con l’intero Comitato centrale coperto da un telo rosso, così che non si individuassero i volti, perché la Spagna era ancora franchista e Franco viveva, seppure attaccato alle macchine – ma affrontava anche il programma politico della ricomposizione di un Paese violentato, diviso, isolato, allontanato dalle vicende che avevano segnato la ricostruzione del dopoguerra negli altri Paesi europei e le decisioni sui ruoli che alcuni dei compagni avrebbero assunto nella prima fase, così impegnativa per un’identità politica e democratica. E poi, ancora, incontri con componenti della Segreteria del Pci, insieme a Santiago Carrillo, futuro, primo Segretario del Pce dopo la clandestinità.

Ho detto “sostenne”, perché in quel periodo la Pasionaria era afflitta da dolorosi attacchi di artrite che interessavano le ginocchia e varie volte il medico le siringò il liquido che si formava per l’infiammazione…ma che cos’era un ago nel ginocchio, rispetto a quanto aveva visto e sopportato? Niente, mostrava solo il fastidio di perdere un quarto d’ora del tempo di lavoro.

Era incantata da Roma, da Piazza Navona e dagli scorci del Palatino visto dai Fori Imperiali e dal Circo Massimo – mete delle sue poche pause dall’impegno pressante di quei giorni – e nelle occasioni di questi tragitti da Frattocchie a Roma e viceversa mi raccontava, sollecitata da me, della sua famiglia, di suo fratello, di sua nipote Dolores, dei minatori asturiani…ma tuttavia era silenziosa, schiva, non amava parlare di sé e, anche se si rendeva conto che la sua vita e la sua storia rappresentavano per una ragazza italiana una ragione di ammirazione senza confini, parlava senza caricare di pathos alcun episodio, con una voce chiara e un incedere lento…tranne che quando cantava…

Una sera a cena a Frattocchie qualcuno lanciò l’idea di intonare dei canti della Guerra di Spagna: fu una rivelazione, quella voce tonante e nitida, che emergeva dal coro di tutti (tanti!) quelli che con lei cantavano. E un’emozione.

Improvvisamente, la sua voce mi portò ad un ricordo accantonato, alla prima volta che l’avevo sentita parlare, nell’agosto del 1964, dal palco di S.Giovanni, nell’orazione funebre a Palmiro Togliatti…avevo 11 anni ed ero lì, con mia madre e con un altro milione di persone venute da tutta l’Italia, e ad un certo punto mi tuonò nell’orecchio la sua voce, fiera come il suo tono e il suo aspetto, con i capelli ancora neri: niente di dimesso, niente di commemorativo o consolatorio…come il timbro e il suono di quella sera a Frattocchie.

Ricordo anche il rispetto profondo che i compagni e le compagne del C.C. del Pce avevano per lei: la sua autorevolezza era indiscussa e percepivo la differenza tra quando ascoltavano lei e quando ascoltavano – pure con attenzione – Santiago Carrillo o Marcelino Camacho, futuro Segretario generale di Comisiones Obreras.

Perché lei rappresentava la lotta, la tenacia, il dolore della sua vita come delle loro e, in più, la madre, la donna spagnola con il suo carattere ostico, umanissimo e volitivo, il filo rosso che aveva percorso sia fisicamente che simbolicamente la Repubblica, la guerra di Spagna, il franchismo, la clandestinità. E di lì a poco, finalmente, il rientro in Spagna.

Mi regalò il suo libro, “El ùnico camino”, edizione commemorativa dei suoi ottant’anni e una matrioska con sopra la sua firma e quella di Irene (ancora protette dallo scotch di allora perché non sbiadissero) e una dedica su una litografia di Raphael Alberti, dove all’immagine era associata una frase: “Alerta, alerta, velàd, que aùn està presa en la sombra la luz de la libertad!” (Attenti, attenti, vegliate, che è ancora prigioniera dell’ombra la luce della libertà).

Dalla prefazione a “El ùnico camino” (La sola strada):

“La vita di Dolores Ibàrruri, ‘Pasionaria’, è un monumento vivente alla storia di Spagna, un esempio coerente e umanissimo di fervore rivoluzionario e patriottismo. Al servizio della democrazie e della libertà, Dolores ha vissuto gli anni più ricchi di speranza, più critici e più dolorosi della Spagna, a fianco degli operai e dei contadini, delle forze che volevano – e vogliono – costruire un futuro di pace e democrazia, nella libertà.

“El Unico Camino” è il racconto emozionato, tenero e semplice di questa vita piena e strettamente legata alla causa dei poveri e degli espropriati, la “memoria originale” di un tempo andato, miracolosamente recuperato grazie alla parola semplice e al calore del senso della comunità. Ma è anche un richiamo al futuro, alla gioventù:  “Questa gioventù – scrive Pasionaria – è la nostra speranza e sono certa che marcerà, sta già marciando, per l’unica strada che fa degli uomini semplici degli eroi,…..”.

Gloria Malaspina

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