Pezzi di me

ovvero

Frammenti di vita nel Partito Comunista Italiano

(di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer)

dal 1966 al 1991

di Marica Guazzora

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Lo striscione venne dipinto dai compagni Maurizio Coscia, Giuseppe  Garelli e Alfredo Schiavi.  Quella biondina al centro sono io.

 

Premessa.

Questa ricostruzione è del tutto personale e non intende essere parte di alcun archivio storico del PCI torinese. Non vi è nemmeno la pretesa di chissà quale analisi teorica, è semplicemente la mia storia, riportata come l’ho vissuta in quel periodo. 
Alcune situazioni non proprio edificanti che si trovano nel mio racconto non vogliono in assoluto essere una mancanza di rispetto per quello che è stato il PCI, anzi, il Partito è stato per tanti e tante, me compresa, una grande passione, una vera, magnifica e straordinaria scuola di vita, con certamente tanti pregi, che non esistevano negli altri partiti, ma  anche con i difetti che rispecchiavano la società stessa. I nomi di tutte le compagne e i compagni che ho conosciuto in quegli anni, non vengono qui ricordati, semplicemente perché sarebbero davvero troppe/i.  
Mancheranno sicuramente degli accadimenti anche importanti, ma non tutto ciò che successe può essere ricordato da me, qui.  Sottolineo però che i  comunisti impararono, anche se  tardi,  che c’erano “comunisti e comuniste”, che si doveva iniziare così una lettera, una riunione, una assemblea, un congresso, con tre parole “compagni e compagne”. Fu un piccolissimo passo avanti ma già significava l’ inizio di una precisa volontà di coniugare insieme lotta di classe e lotta per l’emancipazione delle donne. Cammino indispensabile per un Partito comunista che voglia essere tale.

 

La Sezione.

25152383_1970665549625086_7774013724634024011_nNel 1966 mi ero iscritta al PCI. Scendevo le scale della casa  dove vivevo con i miei genitori e mia sorella Vanda in Via Luini 28, mentre le saliva il compagno  Valter Caccianotti che andava a rinnovare la tessera del PCI a mio padre. Mi disse: “Sai dove abita Alfio Guazzora?”. “Si, è mio padre.” “Vado a rinnovargli la tessera del PCI e tu sei iscritta?” “Io No.” Perché?” “Già perché? Non lo so. Non ci ho mai pensato”. “Allora pensaci”. “Fatto. Ci ho pensato. La faccio anche io”.

Alla sera incontrai i miei amici alle Case Operaie di Via Verolengo e dissi che mi ero iscritta al PCI. Sempre ci incontravamo nel cortile al 181, perché quasi tutti abitavano lì, oppure ci si trovava al giardinetto in fondo alla via, oppure al Bar Remo, di fronte al portone, dove loro passavano le domeniche giocando al biliardo. Oggi quel bar esiste ancora, non si chiama più Remo, e al posto della sala biliardo c’è la sala ristorante, dove a volte pranziamo quando facciamo le riunioni di domenica mattina, ma questa è un’altra storia, sempre comunista, ma sembra  un’altra vita.

Alcuni erano anche figli di compagni: Renzo Picolato, Aldo Saglia, Franco Alluto, Livio Pili, si, Ettore Giannella forse no. Quando decisero di iscriversi anche loro precisamente non lo ricordo, ma ricordo che entrammo tutti insieme alla Sezione del PCI di Lucento, la 7°, in Via Goitre. Ricordo perfettamente la sera che ci presentammo in Sezione ai compagni, al Segretario. I nomi purtroppo non li ricordo più, ma io non ho mai avuto memoria per i nomi nemmeno da giovane. Ricordo che il segretario era un compagno anziano, o forse mi sembrava anziano visto che io non avevo nemmeno 18 anni…. comunque ci presentammo e i compagni ci accolsero benissimo, anzi con entusiasmo, tanto che ci dissero che potevamo disporre della Sezione a nostro piacimento e subito ci mettemmo a spostare la scrivania nel centro, perché non fosse come a scuola…e prendemmo possesso della Sezione fisicamente e politicamente.

Il lavoro politico e il divertimento.download (5)

Il compagno Renzo Picolato era un grafico pubblicitario di mestiere, così pensò subito di mettere su un impianto di serigrafia in Sezione per creare i nostri manifesti, e ovviamente un ciclostile per i volantini. Facemmo dei lavori straordinari. Un giorno coprimmo le case operaie con un gigantesco manifesto che le stringeva tutte intorno, anche se non ne ricordo l’argomento. Perché i manifesti non venissero staccati troppo presto si prendeva la scala e si attaccavano in alto; anche le scritte, quando si poteva, venivano fatte in alto, con la vernice, perché non fossero cancellate troppo presto.

Le riunioni di sera finivano tardi, ma dopo si andava comunque sempre all’osteria dove si beveva vino e si cantava. La FGCI aveva fatto un canzoniere stampato con il ciclostile, c’erano tutte le canzoni antifasciste e rivoluzionarie, e le cantavamo senza problemi all’osteria. Alcuni compagni sapevano suonare la chitarra e alla domenica, poiché eravamo tutti parecchio squattrinati, ci si trovava a cantare in Sezione.8MUFATTg

Ci piaceva cantare anche le canzonette, quelle dei cantautori, anche quelle che, per il sentore comune, erano cantautori di destra, ma per cantare per divertirci andava bene tutto. Invece ricordo che avevamo addirittura tenuto uno spettacolino di canzoni comuniste e antifasciste suonate e cantate da noi , al Circolo De Angeli, dove aveva anche sede la 28° Sezione.

Mi sarebbe piaciuto molto anche andare a ballare, ma non si andava mai, chissà perché era considerato da borghesi, non era da comunisti ballare? Eppure anche le mondine ballavano nei cortili alle feste per la raccolta del riso, come mi raccontava mia nonna, che era stata una mondariso e certo non era una borghese!

Comunque, non si beveva nemmeno mai la coca cola perché “Una coca221px-Ho_Chi_Minh_1946 cola tra le dita uccide un vietnamita”. E c’era la guerra in Vietnam dal 1964 che durò fino al 1975 con la vittoria dei vietcong. E noi eravamo assolutamente, con tutto il cuore e l’anima, dalla loro parte. Quante manifestazioni, quanti cortei, per la solidarietà con quel popolo martoriato dagli Usa!

Tra le varie attività di partito ricorrenti c’era ovviamente il rinnovo della tessera. Il tesseramento si faceva ogni anno, facendo la Festa del Tesseramento e andando a casa dei compagni, quando questi non venivano in Sezione.

La sottomissione delle moglie era dimostrata dal fatto che, anche quando erano iscritti entrambi, se il compagno non era in casa, la moglie diceva: “Devo chiedere a mio marito”.

L’angelo del focolare non decideva da sola nemmeno se farsi la tessera oppure no, senza il  permesso del marito!

Francesca e Rina.

Nelle case operaie di Via Verolengo 181 abitava anche la compagna Francesca. Una donna straordinaria e meravigliosa che significò tantissimo nella mia vita privata e politica.

Francesca mi raccontava tanti episodi della guerra che aveva vissuto. I fascisti che passavano sotto le finestre e loro che nascondevano pistola e volantini nelle pentole.

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Fu lei a farmi conoscere per prima la mia essenza di comunista femminista parlandomi di Teresa Noce e del libro che mi prestò: Rivoluzionaria professionale, un libro che ebbe un grande significato nella mia formazione politica e che ce l’ha ancora  (……)”Le donne per conquistare l’emancipazione come donne e come lavoratrici dovevano imparare a dire di no: dire di no ai maestri e ai genitori, dire di no ai padroni, dire di no al marito, dire di no ai compagni quando si era convinte di avere ragione. Bisognava battersi per le proprie opinioni, difenderle contro tutti e smettere di pensare che gli uomini, compagni o dirigenti, solo perché tali o perché di un gradino più alto nella gerarchia, avessero sempre ragione”.

Fu Francesca a parlarmi del ruolo attivo e importantissimo delle comuniste durante la Resistenza, di Luigi Longo comandante partigiano, che adesso era il nostro Segretario nazionale del PCI e di Rina Picolato, che era anche sua cognata.

Rina era torinese e faceva la sarta, fu una attiva antifascista, tra le promotrici della riunione della “stufa rossa”, detta così per una enorme stufa rossa che   campeggiava in una stanza a Milano dove si riunirono le donne del PCI, del PSI e del Partito d’Azione che facevano parte del Comitato di Liberazione Nazionale, e in quella stanza definirono la costituzione di una organizzazione femminile unitaria e di massa durante la quale vennero costituiti i “Gruppi di Difesa della Donna per l’assistenza ai combattenti per la libertà”.udi_1947_rina-picolato_245-1024x1456

Ne fecero parte in 70 mila. Questi racconti risvegliarono in me definitivamente la voglia di combattere da comunista per la liberazione della donna, ma da ribelle, poiché non feci mai parte della Commissione Femminile della Federazione di Torino, per scelta. Non ero interessata a quel tipo di riunioni, ma alle lotte si, quelle le feci tutte.

La Federazione di Torino.

Il nome del Segretario della Federazione lo ricordo benissimo. Il migliore e indimenticabile Adalberto Minucci e Rina, la sua segretaria. La Federazione era in Via Chiesa della Salute, in un quartiere dove il PCI era fortissimo. Era sorvegliata per 24 ore, si erano stabiliti dei turni per cui le Sezioni dovevano mandare dei compagni a sorvegliarla anche di notte.

C’era un servizio d’ordine organizzato per i cortei, e organizzato per fare da scorta e accompagnare i compagni e le compagne del nazionale che venivano a Torino per qualche motivo, era guidato dal mitico compagno Palmiro Gonzato, e altri compagni indimenticabili come Cordone.

Giuseppe Garelli invece era l’archivista, conservava documenti, manifesti e tutto il materiale di propaganda, nonché il materiale per i comizi. Se ti serviva qualcosa dovevi passare dalle sue grinfie, perché non era un personaggio facile e conservava le cose della Federazione meglio che se fossero state sue. Tra l’altro in quel tempo non c’erano mezzi di comunicazione tra compagni, se non il telefono e le lettere agli iscritti e si usava il registratore per registrare i Comitati Federali, i Congressi e quant’altro.

Quando anche il cinema fa cultura.

Indovina chi viene a cena? E’ un film del dicembre del 1967 diretto da Stanley Kramer ed interpretato da Spencer Tracy e Sidney Poitier. L’uscita e la visione di quel film fu per noi occasione di una accesa discussione in Sezione sul razzismo degli Stati Uniti. Una coppia di liberali bianchi doveva affrontare il proprio razzismo latente quando la figlia presentava loro il fidanzato di colore. Ma voleva davvero essere un film contro il razzismo? Su questo argomento si scatenarono i nostri animi, chi a favore e chi contro, perché il fidanzato di colore non era un “signor nessuno, bensì un medico ricco, stimato, di buona famiglia e anche bellissimo. Quindi? Si trattava di un fidanzato sì di colore, ma di alta classe sociale e non un nero proletario! Concludemmo a maggioranza che quel film non era antirazzista, ma anzi, alimentava una forma di razzismo per il quale sei di colore solo se sei un povero cristo!

Le dittature.

Erano anni difficili anche in Europa. Il feroce dittatore Salazar dominava ormai da anni in Portogallo e nell’aprile del 1967 un gruppo di colonnelli aveva instaurato una sanguinosa dittatura in Grecia. Nel 1968 si tenne una manifestazione antifascista in Piazza Castello a Torino. Partecipava l’attrice greca Melina Mercuri con il marito, il regista Dessi. E noi del PCI c’eravamo, con le nostre bandiere, e tutto l’antifascismo di cui eravamo capaci.89124799_10218057462441675_5707285132860194816_o

La piazza era gremita e sul palco, oltre ai protagonisti citati c’erano anche i rappresentanti delle istituzioni. Ad un certo punto da Via Roma vedemmo arrivare una banda di fascisti e la polizia invece di trattenerli, si mise a caricare la piazza. Caricava fin sul palco, travolgendo persino i rappresentati delle istituzioni, tra un fuggi fuggi generale, donne con i bambini che passeggiavano nella piazza, chiunque veniva travolto. Correvo con il cuore che batteva all’impazzata, ma riusci a scappare non so come, per via Garibaldi. La polizia cercava i compagni, persino quelli che si erano rifugiati nei portoni aperti, inseguendoli su per le scale. Ricordo che in quella occasione uno dei compagni della mia Sezione, giovanissimo, era stato raggiunto e picchiato. Credo che fu dopo scene di panico come quelle che nei cortei si cominciò a gridare alla polizia schierata “PS SS”.

Il Sessantotto.

Quelle lotte iniziarono a Torino in realtà a novembre del 1967, con l’occupazione di Palazzo Campana, sede delle Facoltà Umanistiche. Noi che non eravamo studenti universitari lo venimmo a sapere da quei compagni che frequentavano i corsi. Era tutto un fermento che prendeva anche noi giovani del PCI, meno i compagni anziani devo dire, ma per noi significava innanzitutto libertà, libertà dalla famiglia, dalla scuola, dalle istituzioni, da noi stessi.O6O4bMYw

Non tutti e tutte avevano avuto la fortuna di avere genitori comunisti come me, ma per noi ragazze erano sopratutto i primi germogli di una coscienza femminista che ci avrebbe portato a grandi conquiste, più avanti, anche attraverso percorsi di autocoscienza e intanto alla legge del divorzio nel 1970. Sul Sessantotto si è scritto di tutto e di più, autorevoli personaggi ne hanno sviluppato ogni implicazione sociologica. La mia meravigliosa esperienza è stata di poter entrare anche io all’Università, di sedermi per terra nei corridoi insieme ad altre e altri, di occupare gli spazi, di ascoltare gli interventi, di guardare e di cercare di capire qual’era e quale sarebbe stata l’importanza di quei giorni negli anni a venire. E sarebbe stata tanta, insieme alla delusione di non avere saputo o potuto davvero cambiare le cose, forse era stata solo una tremenda scossa? Per noi donne si. Ma una scossa positiva che ci avrebbe portato lontano, ad una vera e propria “rivoluzione femminista”. Intanto ci avviammo tutti e tutte verso il “maggio francese”, quel passaggio d’epoca che avrebbe segnato intere generazioni. E noi lo vivemmo sentendoci come veri combattenti insieme a loro. Ce n’est qu’un début continuons le combat.61d08d5ebf6663fe99a9111105179592

Il 1 marzo del 1968 gli studenti di Roma  risposero anche con la violenza contro la  violenza  della polizia e rimase nella loro storia e nella nostra una splendida canzone “Valle Giulia”. perché  “Non siam scappati più”.

Il Movimento del Sessantotto fu una grande contestazione, un grande movimento di massa. Non riuscì ad abbattere il sistema borghese ma riuscì in una operazione straordinaria, provò a tessere l’unità tra studenti e operai, uniti nella lotta. Per il momento la nostra rivoluzione femminista ci portò a cessare di essere “angelo del focolare” per diventare “angelo del ciclostile”. Lo slogan coniato dalle ragazze dell’Università di Trento fu un chiaro riferimento al ruolo della donna nella politica, emarginate dai colleghi maschietti che erano invece i “cervelli pensanti” del Movimento studentesco.

Il 1968 su anche l’anno in cui venne pensata la rivista il Manifesto che poi uscì nel giugno del 1969. I suoi fondatori furono accusati dal PCI di attività frazionistica. Lo ricordo bene perché alcuni compagni giravano per le sezioni per domandare se stavamo con il PCI o con il Manifesto. Che domanda! Risposta per me ovvia. Comunque un Comitato Centrale decise, a torto o ragione, l’espulsione dei fondatori Aldo Natoli, Luigi Pintor e Rossana Rossanda. 

L’Autunno caldo.

Venne chiamato così, quell’autunno del 1969. Nel luglio c’erano stati scontri tra operai e polizia in Corso Traiano a cui avevano partecipato anche studenti e gente del quartiere.

Ricordo molto bene la grande manifestazione di settembre a Torino dei metalmeccanici. Erano almeno cinquantamila, anche se a me sembravano molti di più. Non ricordavo una manifestazione sindacale così partecipata. Imponente servizio d’ordine e anche noi del PCI c’eravamo. Come al solito si aspettavano chissà quali tumulti ma non successe nulla.1971-torino-manifestazione-in-piazza-s-carlo

I giornali come sempre avevamo “strabordato”. La Stampa sopratutto, governata dagli Agnelli, si era ormai guadagnata il soprannome di “la busiarda”, perché ometteva le notizie se non addirittura le manipolava. C’erano già le “fake news”, anche se allora non si conosceva nemmeno il termine…

Erano giorni intensi di scioperi degli operai nelle fabbriche e noi comunisti/e partecipavamo attivamente, con turni alle porte della Fiat di Torino o delle altre sedi metalmeccaniche.

Ma quell’autunno caldo, che non finiva mai, in realtà era proprio freddo come temperatura. Ad uno sciopero alla Lancia di Borgo San Paolo, ricordo come ero vestita: indossavo il pellicciotto bianco sintetico cucito da mia madre, ma non lo ricordo proprio perché si gelava, aspettando, lo ricordo perché io e il mio compagno fidanzato avevamo lo stesso pellicciotto sintetico e quando arrivammo ai cancelli qualcuno ci gridò “Ma come, venite al picchetto con la pelliccia. Siete dei borghesi!”. Borghesi noi? Noi figli di operai? Che insulto. E noi a spiegare come era fatto sto pellicciotto, chi l’aveva cucito… ecc. ecc.

Comunque ci pensò la Brigata Padova, a scaldarci. Dal movimento del’68wZtSQ49A all’esplosione degli scioperi delle fabbriche, non bastava più la polizia torinese, era arrivato il battaglione Padova della Celere a dare man forte (é il caso di dirlo..). Erano lì con i loro blindati e ad un preciso segnale aprirono i portelloni e scaricarono un nugolo di agenti antisommossa, grandi e grossi, assolutamente incazzati e fortemente bardati con manganelli caschi e scudi. Finiva sempre così, dovevi saper correre, e io correvo, correvo. Chi ha scritto che “adesso la polizia picchia”? Adesso picchia, ma anche allora, se ti prendeva, erano manganellate tanto pesanti. Chiedete a chi le ha provate, per fortuna a me non è mai successo.

Che roba contessa all’industria di Aldo han fatto uno sciopero quei quattro straccioni, volevano avere salari aumentati,  gridavano, pensi, di essere sfruttati, e quando è arrivata la polizia quei quattro straccioni han gridato più forte, di sangue han sporcato i cortili e le porte, chissà quanto tempo ci vorrà per pulire…Compagni dai campi e dalle officine…”

Le stragi fasciste.

Il dicembre del 1969 fu un mese di grandi fatti. Ne successe uno tremendo che ci fece tanto discutere in Sezione. La strage di Piazza Fontana. Si legge nei documenti d’epoca che il 12 dicembre 1969 a Milano nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, alle 16,37, scoppiò una bomba che causò la morte di sedici persone e il ferimento di altre ottantotto e nelle stesse ore anche a Roma scoppiarono altre bombe. A seguito di quella strage l’anarchico Giuseppe Pinelli venne invitato a seguire i poliziotti in Questura a Milano. Tre giorni dopo Pinelli “volò”dalla finestra aperta di una stanza del quarto piano di quella Questura. Noi in Sezione eravamo già molto scossi per la strage di Piazza Fontana, che iniziava quella che sarebbe stata per anni la strategia della tensione, sia per la morte di Giuseppe Pinelli.

Ne discutemmo a lungo, ma nessuno credette alla versione che escluse l’ipotesi dell’omicidio e lo trattò invece prima come suicidio, poi come un “malore attivo”.

Una finestra aperta per il caldo, a dicembre a Milano? Una famosa canzone dedicata a Pinelli dice infatti più o meno così: “A Milano quella notte era caldo, ma che caldo che caldo faceva, commissario apri un po’ la finestra, …..”

Tra l’altro il primo che sentì il tonfo della caduta e quindi vide il corpo era proprio un cronista del nostro giornale l’Unità. Quel giornale che diffondevamo alla domenica, casa per casa, scala per scala e a volte con porte in faccia!

Devo dire che quando nel 1972 ci arrivò la notizia dell’uccisione di quello che fu il commissario di quella Questura, in quel frangente, nessuno di noi versò una lacrima per la prematura morte, attribuita, a torto  ai  militanti di Lotta Continua.7519_ca_object_representations_media_17178_mediumlarge

Ci furono poi indagini su gruppi di neofascisti che lavorarono d’accordo con i Sevizi Segreti Italiani e furono accertate le loro responsabilità nel depistaggio delle indagini.

Gli anni di piombo furono un periodo terribile per tutti. La strage del treno Italicus nel 1974 e della Stazione di Bologna nel 1980, sempre avvenute non a caso nel mese di agosto, causarono decine di morti e di feriti.

Le bombe nelle piazze, le bombe sui vagoni, le mettono i fascisti, le pagano i padroni”.

Quando il personale è politico.     220px-Operai_leggono_l'Unità_anni_cinquanta

Non parlerò di questioni strettamente private che riguardano “contaminazioni sessuali” e ce ne furono tante, tra compagni e compagne a tutti i i livelli, ma è meglio evitare di scoprire certi altarini dopo tutti questi anni; racconto questo episodio perché mi riguarda. Un dicembre mi sposai con un compagno della Sezione ma, per motivi strettamente personali, ci lasciammo subito dopo. E successe questo.

In piena solidarietà maschilista i compagni si schierarono dalla parte di mio marito al punto che ogni volta che entravo in Sezione, chissà come mai, la riunione risultava spostata ad altra data da destinarsi. Successe per un certo periodo, ma io non mi detti mai per vinta e continuai imperterrita a presentarmi alle riunioni del Direttivo. Si stancarono prima loro.

Anni dopo un’altra compagna che aveva avuto motivi sentimentali per andarsene di casa, fu addirittura chiamata in Federazione dal Presidente della Commissione Probiviri, che avrebbe dovuto occuparsi della moralità dei compagni, ma intesa in tutt’altro senso, per avere spiegazioni nel merito della sua fuga. Venne chiamato anche il suo lui. 

Nel PCI che aveva vissuto la storia d’amore tra Palmiro Togliatti e Nilde Iotti? So per certo che la compagna in questione lo mandò elegantemente a quel paese e sembra che glielo abbia addirittura suggerito Piero Fassino incontrandola in ascensore! Per una volta aveva detto la cosa giusta.

Il golpe Borghese

Nel dicembre del 1970 ci fu un tentativo di colpo di stato da parte di fascisti  forestali capeggiati da Junio Valerio Borghese, un fascistone che era stato il capo della X Mas. Non ci furono notizie certe sul perché andò tutto a monte, quello che so è che, attraverso segnali segreti, evidentemente organizzati dai dirigenti del PCI, quelle notti nessuno di  loro dormì nel proprio letto di casa, segno che avevamo anche noi i nostri informatori nei luoghi giusti.

La famiglia.

Ci fu una grande manifestazione antifascista a Torino a gennaio 1971, in Piazza San Carlo, l’ultima a cui partecipai prima di mettere al mondo mio figlio Fabio, nato ad aprile. Questa nascita avrebbe potuto significare il rallentamento della mia attività politica…Invece, come ripresi il lavoro dopo neanche due mesi, così ripresi anche l’attività politica. Perché il bimbo era affidato alle amorevoli cure dei miei genitori. Mio padre Flavio era andato in montagna a vent’anni, partigiano della Brigata Garibaldi, a combattere contro fascisti e nazisti e aveva scelto il PCI fin da allora. Io ero diventata antifascista e comunista grazie ai suoi racconti, che ora sono conservati nell’archivio del Museo della Resistenza di Aosta. 73196496_423234808368493_3035209785575211008_nLa mia mamma Odilia, che allora era la sua fidanzata, era stata mandata insieme ad una staffetta partigiana, in bicicletta, a chiedere la resa ai tedeschi sul ponte di Valenza. Che però si arresero solo agli americani. La sorella di mio nonno, la zia Angiolina, comunista doc, era quella che mi portava da piccolissima ai cortei del Primo Maggio e alle Feste dell’Unità di Asti, città dove sono nata. Lei nascondeva ancora in cantina le armi di mio padre, ma non doveva saperlo nessuno. Con una famiglia “rossa” era abbastanza scontato che non mi avrebbero rimproverato se lasciavo il bimbo a loro per continuare l’attività politica. Mio padre, con due figlie femmine, era felicissimo di avere un nipote maschio da accudire, e mi diceva sempre : “Io ho fatto la mia parte, adesso tocca a te”. Però sempre fu iscritto e sempre si tenne informato di come andavano le riunioni, di ciò che succedeva nel Partito, fino alla fine dei suoi giorni.

Portavo a volte il mio bambino in Sezione che, stanco della mia latitanza, un giorno ebbe a dire “Vengo lì e ci butto una bomba…”. Da adolescente fece la sua parte in FGCI per qualche tempo, ma poi anche in Radio Blackout e nei Centri Sociali. Che in quel periodo, forse, erano  più divertenti.gkuId_Tw

Quante volte, da ragazza, dopo aver sfilato con il PCI, aspettavo Lotta Continua per sfilare anche con loro, il mio animo di gruppettara veniva sempre fuori, ma solo in quelle occasioni, perché sovente mi sembrava di andare in processione con il Partito, mentre Lotta Continua, gridava e si agitava tanto …e io ero giovane e volevo gridare e agitarmi.

“Lotta, lotta di lunga durata, lotta di popolo armata, lotta continua sarà”. “Il potere dev’essere operaio”.

Ma imparammo anche noi del PCI a gridare nei cortei, con il megafono:

“E’ ora è ora, è ora di cambiare, il PCI deve governare” “L’Emilia è rossa, l’Italia lo sarà” “Non siamo scesi in piazza per passeggiare, governo (di ….) te ne devi andare”.

Tantissimi altri, che improvvisavamo ad ogni corteo, a seconda del bisogno. Il più famoso, e sempre attuale, fu senza dubbio : Non c’è lotta non c’è conquista senz89261798_3512580335481301_2447197748793966592_na il grande Partito Comunista”. Poi aggiungemmodi Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer”, (purtroppo ormai tutti scomparsi).

Gli slogan hanno sempre segnato la politica, seguivano i percorsi storici, a volte erano anche imbarazzanti “Il 18 aprile è nata una puttana e l’hanno chiamata Democrazia Cristiana”, a volte andavano  oltre la linea politica, ma significavano anche l’umore dei compagni, la dedizione alla causa, la volontà di contare, di dire la nostra. Quanti ne ho inventati anche io negli anni!

Il Primo maggio era una di quelle date “canoniche” a cui non si poteva mancare.images (4)

Fremevano i preparativi e anche la preparazione degli slogan, dei cartelli, dello striscione che avrebbe significato il tuo partito.

Da Torino al meridione, un solo grido, occupazione!” “Lavorare meno, lavorare tutti!” “Il lavoro non si tocca, lo difenderemo con la lotta!””Agnelli e Pirelli, ladri gemelli”

E il 25 aprile? Una data importantissima per tutti gli antifascisti! 49608026_531071844042602_4587162408002256896_n

Fascisti, carogne, tornate nelle fogne!” “Ora e sempre Resistenza!” “A piazzale Loreto c’è ancora tanto posto!”

Si portavano i fiori alle lapidi, e si facevano cortei nei quartieri e poi quello organizzato dall’Anpi provinciale con una tradizionale fiaccolata.

Noi, come hanno fatto prima di noi i nostri genitori, abbiamo educato i nostri figli a credere negli ideali giusti e alcuni sono stati iscritti, e ci hanno votato , e hanno magari anche militato per un po’ di tempo, ma la militanza, come l’abbiamo vissuta noi, e come la viviamo ancora, nonostante tutto, era sacrificio e ancora sacrificio, certo allora ripagato dai risultati, ma tantissimo sacrificio. Non è da tutti e tutte, non è per tutte e tutti.

Situazioni imbarazzanti.

Le Feste dell’Unità erano un momento importante di socialità collL'Unità_1924ettiva, si mangiavano alla griglia le famose costine e quant’altro. Noi cucinavamo questo alla festa di Zona o a quella Provinciale, un lavoro duro, ma anche divertente, perché prima di preparava l’allestimento, per giorni, dipingendo strutture e cartelli, si stava insieme, poi c’era chi preparava il cibo, chi lo serviva ai tavoli, chi sparecchiava, e alla chiusura ci si fermava a bere in compagnia.

Ma capitava anche di partecipare ad altre feste da semplici consumatori. Quindi una sera mi recai ad una Festa di Zona, mi pare fosse Nizza, ma non ne sono sicura, con mio padre che amava bere la barbera, cantare e strimpellava anche la chitarra. In quella festa gliene capitò una tra le mani e quindi si mise a suonare e a cantare. E cantando e bevendo, si avvicinarono altri compagni per cantare con lui, che, un poco alticcio, li abbracciava cantando. Vicino a me risuonò improvvisamente una voce in dialetto torinese: “Per mi, chiel lì a lè un cupiu.”. E la mia risposta: “Per mi, chiel lì a lè me pari”.Credo che si aprì una buca nel terreno per far sprofondare la persona a cui apparteneva quella voce. Non lo raccontai mai a mio padre, che, per altro aveva sempre avuto la fama, fin da giola_rinascitavane, di tombeur de femme.

Una situazione imbarazzante invece la vissi io. Stavamo facendo la Festa dell’Unità al Parco della Pellerina, l’anno non lo ricordo ma in quel periodo il responsabile di Zona era Primo Greganti. Faceva un caldo infernale e in un intervallo dal lavoro di militanza alla Festa ero andata a tuffarmi nelle vasche di cemento del parco che una volta erano piene d’acqua. Feci l’errore di tornare alla festa in costume da bagno per cambiarmi lì, anche perché non c’era altro luogo per farlo! Ma mi presi una grandissima sgridata da una compagna anziana, Cristina, il cognome non lo ricordo, perché avevo osato arrivare fino alla Festa svestita.

Le elezioni.

Per presentare le liste del PCI al Tribunale si facevano i turni di vigilanza, il PCI doveva essere sempre il primo partito in alto a sinistra e questo comportava stare da un certo periodo in avanti giorno e notte di fronte al Tribunale. Ricordo un anno di scaramucce con il Partito Radicale, che organizzò un gran numero di persone per cercare di prendere il nostro primo posto. E tra quelle persone ricordo con precisione una ragazza immaginai lesbica, perché cercò la provocazione: “Ma che belle fighette ci sono nel PCI.”.

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Ma anche quella volta ci riuscimmo per primi noi. Il nostro lavoro di campagna elettorale consisteva nel volantinaggio buca e buca, quindi scarpinare tanto, perché ci dividevamo il territorio e in coppia facevamo via dopo via, mercato dopo mercato. Consisteva anche nel preparare la colla e andare con due o tre auto cariche di compagni e manifesti ad attacchinare negli appositi spazi elettorali. Allora si facevano ancora i comizi nelle piazze. Quindi con gli altoparlanti piazzati sul tettuccio dell’auto e il microfono si andava in giro per il quartiere ad annunciare l’evento.

Noi facevamo gli scrutatori per il PCI e versavamo i soldi al Partito, cercavamo sempre di essere nominati Vice Presidente per poter controllare meglio. La Sezione ci forniva i panini per il pranzo perché nessuno doveva abbandonare la propria postazione. Nel 1975 c’erano le amministrative, si votava a Torino e in tante altre città.

Ricordo che in quella occasione mi capitò anche il Presidente comunista, un compagno che non conoscevo perché era arrivato da poco a Torino dal meridione, quindi alla fine delle operazioni di voto andammo insieme in Federazione dove veniva sempre collocato un tabellone per i risultati. Ricordo prima lo stupore e poi la gioia quando scoprimmo che eravamo il primo partito in Torino ma anche in tante altre città. Ci abbracciammo quasi in lacrime. Non dimenticherò mai quei momenti di esaltazione e di felicità collettiva!

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L’8 marzo del 1972 ci fu una grande manifestazione femminista a Roma in occasione della Giornata internazionale della donna, la ricordo perché era la prima volta che succedeva ad una manifestazione di donne di subire una feroce quanto inspiegabile carica della polizia con una insegnante ferita tanto da essere ricoverata in ospedale.

Il 13 marzo dello stesso anno Enrico Berlinguer al termine del XIII Congresso del PCI venne eletto Segretario nazionale del PCI. Eravamo entusiasti di questo compagno, così serio, così preparato politicamente, così riservato della sua vita privata di cui non sapevamo nulla.

Si discusse molto in quegli anni in Sezione di compromesso storico, solidarietà nazionale, più sicurezza sotto l’ombrello della Nato, esaurita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre.

Questioni che nel partito misero i compagni uno contro l’altro. Però si stava comunque insieme, anche se con posizioni politiche spesso contrastanti.rinascita-31-marzo-1972-1

Ammiravo moltissimo Berlinguer, e non so nemmeno io perché mi sentii sempre berlingueriana senza essere d’accordo né con il compromesso storico, né con la solidarietà nazionale. Credo fosse perché lo ritenni sempre un comunista doc e penso si sentisse spesso isolato.“Noi siamo comunisti. Lo siamo con originalità e peculiarità, distinguendoci da tutti gli altri partiti comunisti: ma comunisti siamo, comunisti restiamo.”

La difesa della scala mobile, persino contro alcuni della sua segreteria, fu un punto davvero a suo favore, molto importante, come lo fu la questione morale. I partiti di oggi sono sopratutto macchine di potere e di clientela”

Nel 1973 in Cile venne ucciso il legittimo Presidente Salvador Allende, con l’aiuto della Cia, e il dittatore Pinochet, attraverso un golpe sanguinoso, prese il potere instaurando una dittatura fascista. La situazione politica internazionale preoccupò a tal punto Berlinguer che, nell’ambito di una politica di eurocomunismo, in quegli anni, fece la proposta prima del compromesso storico e poi della cosidetta solidarietà nazionale, ma mai il PCI partecipò ad alcun governo con la DC, ci furono appoggi esterni che comunque non piacquero a tanta parte di noi militanti. “I nostri critici pretendono che noi buttiamo a mare non solo la ricca lezione di Marx e di Lenin, ma anche le innovazioni ideali e politiche di Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti. E poi, di passo in passo, dovremmo giungere fino a proclamare che tutta la nostra storia – che ha anche le sue ombre – è stata solo una sequela di errori”. Parole profetiche!

Il responsabile delle fabbriche del PCI di allora era Piero Fassino.Negli anni ’80, un altro autunno caldo, con i famosi 35 giorni delle lotte alla Fiat, conclusi con la marcia dei 40 mila, Enrico Berlinguer c’era. Furono giorni di assemblee, blocchi dei cancelli, manifestazioni che avevano avuto la solidarietà del PCI ma anche di tutta la città, una lotta di classe durissima che aveva avuto una valenza anche nazionale, si prevedevano ben 14 mila licenziamenti. Il 26 settembre Enrico Berlinguer venne a sostenere i lavoratori in lotta e disse parole famose, cioè che “se si dovesse giungere a forme di lotta più acute, comprese forme di occupazione, sarebbe sicuro l’impegno politico, organizzativo e anche di idee e di esperienza del PCI”.

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I licenziamenti vennero ritirati ma la lotta non finì fino al 14 ottobre quando si concluse con la marcia dei 40 mila, fatta da capi e impiegati, per le vie di Torino. Un giorno di tante lacrime, il giorno dopo, quando venne firmato l’accordo che prevedeva la cassa integrazione per 23 mila. Un accordo firmato senza il consenso dei lavoratori che sancì l’inizio del declino del sindacato e dei Consigli di fabbrica.

Le brigate rosse.

All’inizio c’era quasi una sorta di ammirazione per coloro che avevano il coraggio di andare contro il sistema, di attaccare i gangli dello Stato, e avevano anche coinvolto operai delle fabbriche ma poi iniziarono a uccidere, e quando uccisero Guido Rossa, sindacalista comunista, anche la eventuale simpatia della classe operaia fu definitivamente terminata.

Subentrò anche in noi giovani comunisti del PCI una sorta di vergogna totale che questi personaggi osassero uccidere in nome del comunismo. E quando ammazzarono anche Aldo Moro, probabilmente con la complicità di Servizi deviati, partecipammo in massa alla manifestazione contro il terrorismo e alla solidarietà per Moro che aveva avuto anche il torto di pensare che, forse, un compromesso storico con il Pci, si poteva fare. 

Il periodo del processo alle BR qui a Torino significò una città militarizzata, poliziotti armati che fermavano chiunque con i mitra spianati. Poi finì anche quel periodo nero.

Divorzio e aborto.

Non mi sarebbe possibile non ricordare, tra le altre, almeno due tappe fondamentali per la nostra emancipazione: il 12 maggio del 1974 dove decidemmo di non abrogare la legge sul divorzio vincendo il referendum che avrebbe voluto cancellare la legge del 1970, e tutte le lotte per la conquista della legge 194 denominata Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza.6ad3a551ca7e23c688e320f4df1e2fab

Una legge mai interamente conquistata, mai interamente applicata, che si è sempre costantemente cercato di svilire, di cancellare, tra movimenti di diritto alla vita e obiettori di coscienza.

Per me fu davvero importante che altre donne non dovessero subire quello che avevo sentito io, nella mia carne, visto che avevo dovuto abortire in modo clandestino e da sveglia. Pensare che lo studio dell’ ostetrica che mi fece l’intervento era situato proprio di fronte ad una Questura!

Ma quanti cortei facemmo per ottenere la 194! E quanti continuiamo a fare per non farcela togliere.

Ricordo che facevamo le lotte insieme ai compagni e ABORTO LEGALE 40 ANNI FA, ORA LA PRIMA VOLTA SOTTO I 60MILApoi nei cortei alcune femministe cercavano di mandarli fuori. E questo non ha contribuito a fare accettare le nostre legittime esigenze anche dai maschietti…anzi. Erano giustamente furiosi. Ricordo quanto era furioso il compagno Enzo Buda quando cercarono di allontanarlo dal corteo, visto che aveva dato i volantini insieme a noi compagne.!

Ma ad ogni 8 marzo:

“Il corpo è mio e lo gestisco io!” “Contraccezione per prevenire, aborto libero per non morire!”  “Giù le mani dalla 194”. E tanto altro.

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Da angelo del focolare ad angelo del ciclostile.

Le conquiste delle donne ci costarono tanti e tanti sacrifici ma nella politica, come nella vita e nel lavoro, le donne sono sempre state in secondo piano anche se, poco per volta, diritto su diritto, conquistammo professioni che fino ad allora erano solo maschili e norme che introdussero forme di tutela specifiche per le donne e le lavoratrici madri, dalla legge per l’istituzione dei consultori familiari del 1975 e la parità sul lavoro nel 1977.

Ieri come oggi, non ci siamo mai arrese.

Il ’78, fu l’unico anno in cui non partecipai attivamente a settembre alla Festa Provinciale del PCI, e solo grazie alla capacità di un medico ginecologo del consultorio del mio quartiere sono ancora viva oggi. Il consultorio fu un’altra grande conquista delle nostre lotte. Quel medico si accorse che qualcosa non andava e mi mandò all’Ospedale Sant’Anna per una visita più approfondita. Avevo un cancro all’utero, e preso in tempo, mi salvò la vita. Grazie Consultorio!

E volevamo la libertà!” La notte ci piace, vogliamo uscire in pace!”

Io avevo una grande predilezione per una comunista straordinaria, Dolores Ibarruri, un mito per ogni comunista. Nel 1978 era tornata a Madrid dopo trentotto anni di esilio e partecipò a Barcellona ad un comizio con Enrico Berlinguer. Seguii sempre la sua storia, un esempio che mi aveva dato tantissimo.

Gli interventi sovietici.

Le ragioni furono complesse e oggetto di grandi discussioni in tutto il Partito. Per ciò che riguarda Praga la cosiddetta “primavera” non fu per noi che un tentativo di restaurare un regime di destra, cosa che infatti successe poi in tutti i paesi dell’Est, dopo il crollo dell’Urss. Avevamo ragione noi e non quei ridicoli romantici del “comunismo dal volto umano“. C’era bisogno di aiuto per fermare l’avanzata delle destre fin da allora.

Nel 1979 i battaglioni sovietici entrarono a Kabul. Era stata una precisa richiesta fatta a Brezhnev dal governo dell’ Afghanistan per loro ragioni interne e l’Urss non era certo entusiasta di mandare le proprie truppe. Ma la richiesta si era fatta molto pressante così alla fine cedette e l’intervento durò ben 10 anni causando morti anche tra i soldati sovietici.hqdefault

Tocca alla foto delle donne in Kabul negli anni 70 e dopo dimostrare il significato dell’intervento sovietico. Qui a sinistra andavano a scuola e a destra,  con lo scempio compiuto dal governo dei talebani le donne sono diventate un oggetto. Emarginate, percosse, umiliate sia fisicamente che psicologicamente. E’ la chiara e visibile dimostrazione del perché fummo sempre d’accordo con i sovietici, sopratutto noi compagne. 

La morte del Presidente del PCI.

In ottobre del 1980 morì Luigi Longo, nome da partigiano Gallo, e si tennero i funerali in piazza San Giovanni a Roma. Si organizzarono autobus da tutta Italia e anche noi da Torino partimmo per raggiungere Roma. Ma ci fu un incidente sull’autostrada per cui restammo fermi per ore. Arrivammo a Roma in Piazza San Giovanni nel momento esatto in cui terminava la cerimonia funebre, che era stata tenuta da Enrico Berlinguer, con interventi importanti come quello di Santiago Carrillo, Segretario del PCE e la presenza del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, suoi compagni di lotta antifascista., in Italia e in Spagna.

Peccato che noi non vedemmo nulla di tutto questo….. che venne comunque ricordato nel TG notte del 18 ottobre 1980.

L’apparato.

Nel 1981 ero una impiegata amministrativa di concetto in una ditta privata, e avevo anche un buon stipendio. Erano anni quelli che ti bastava mettere un annuncio che cercavi lavoro e ti rispondevano in venti. Io sono poi andata in pensione con trentasette anni di contributi e senza mai aver fatto un giorno da disoccupata. Non stavo male in quella ditta, anzi, anche se scioperavo da sola. I miei datori di lavoro erano liberali, io non ho mai nascosto di essere comunista, così ad ogni tornata elettorale tutta la propaganda di destra che arrivava in ditta veniva gentilmente posata dai due tizi sulla mia scrivania. A parte questo evento, non mi hanno mai discriminata, nonostante nei cinque minuti di intervallo che ci davano al mattino per il caffè, io leggessi l’Unità nell’antibagno e loro lo sapevano.download (8)

Ma fu in quell’anno che, presa dal sacro furore comunista, decisi che la militanza non mi bastava più, che il lavoro amministrativo della ditta privata mi aveva stancato e che volevo lavorare a tempo pieno per il PCI.

Così mi rivolsi al compagno Primo Greganti che era il Responsabile dell’Amministrazione della Federazione. Greganti era stato il mio Responsabile di Zona in Via Orvieto. Era un compagno molto comunicativo, gran lavoratore, e durante gli scioperi era sempre con gli operai che uscivano dalle Ferriere e battevano sui bidoni per tutto il percorso del corteo facendo un baccano infernale. Si facevano sentire, eccome!

Greganti mi disse che sarei potuta andare a lavorare in Zona Centro87936256_10218048200690137_5670092945164861440_o ma che comunque, prima della Zona c’era da partecipare alla Festa Nazionale dell’Unità che era in preparazione a Italia ’61 e mi informò che, rispetto allo stipendio che prendevo nel privato, ci avrei perso parecchio. Ma non mi importava, ero decisa a diventare un vero “angelo del ciclostile” (in senso ironico).

La Festa Nazionale dell’Unità.

Dovetti occuparmi di fare da segretaria tecnica all’Ufficio Esteri.download (7) Con il compagno funzionario Responsabile dell’Ufficio Germano Calligaro mi trovai sempre a mio agio.

La Festa era gigantesca, un ponte collegava i due corsi e c’era anche un laghetto per lo stand cinese. Anche nel PCI vivevano, a volte, stupide superstizioni. C’era un bravo compagno, molto preparato, a cui ho sempre voluto bene per cui non faccio il nome, che aveva la fama di portare sfiga, il perché non l’ho mai saputo, probabili casualità, certo è che il giorno che venne in visita alla Festa Nazionale, immagino per pura combinazione, saltò tutto l’impianto luce e restammo al buio… convalidando per tutti, ancora una volta, la stupida diceria.

Qualcuno raccontò che entrando aveva esclamato “St’impianto per mi a ten nen”!

Le delegazioni straniere erano davvero tante, ricordo con affetto i latino americani e sopratutto Cuba e i compagni del Vietnam, meravigliosi e comunicativi.  La DDR schierava i compagni più attrezzati al mondo, si portarono dalla Germania est fino all’ultimo chiodo. L’Urss, mi spiace dirlo, schierava invece compagni boriosi e pieni di sé, burocrati che consideravano il PCI come un fratello inferiore. Abbiamo visto poi, purtroppo, la fine che fecero.unnamed (3)

Ricordo che un concerto straordinario fu quello con Fabrizio De Andrè, anche se, ovviamente io non vidi nulla, eravamo sempre di servizio.

Ci fu anche una festa ufficiale per gli ospiti stranieri a cui partecipò Enrico Berlinguer. Lo vidi anche io, seppur da lontano, ma che grande emozione! Il momento più alto fu sicuramente il comizio finale dove decine di migliaia di persone vennero ad ascoltarlo.

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Era sempre così quando Berlinguer concludeva una Festa dell’Unità, ma questa fu veramente per Torino, una grandissima Festa, come non se ne videro più. La Festa Provinciale si tenne in seguito anche in altri luoghi e poi al Parco Ruffini.

Un episodio che riguarda Enrico Berlinguer me lo ha raccontato la compagna Mechi Milanesio, carissima amica, e quante ne abbiamo vissute insieme! Eravamo talmente sempre insieme che addirittura i compagni ci confondevano, nel senso che mi chiamavano spesso Mechi e viceversa chiamavano lei Marica, ma non solo una volta, successe per anni!

Quando c’erano i congressi o manifestazioni politiche importantissime, Berlinguer veniva a concludere a Torino e sempre dal palco si lanciava una sottoscrizione per le spese e quant’altro, ed era Berlinguer che raccoglieva questi soldi delle sottoscrizioni che i compagni e le Sezioni facevano al PCI in quei momenti perché così i compagni avevano anche l’occasione di salutarlo.images (2)

La compagna Milanesio, che lavorava per la Federazione del PCI, era stata incaricata di andare a prendere quei soldi. Andò da Berlinguer e invece di salutarlo come si conviene ad un Segretario Nazionale gli disse semplicemente “Dammi gli assegni”. Cosa che lui fece immediatamente. Quando andò via con i soldi, solo allora, Mechi si rese conto della enorme gaffe che aveva commesso, probabilmente per l’emozione, e proprio con Enrico Berlinguer, non con un qualunque compagno!

La Zona Centro.

Dopo la Festa, andai in Zona Centro, prima in Via Passalacqua e poi in Via Garibaldi, con il Funzionario di Zona Mario Brusamonti, un compagno che ricordo con stima e affetto. Mi trattò sempre benissimo, occupandosi innanzitutto della maturazione del mio cervello più che della mia bella faccetta.. Alla Zona Centro appartenevano molte Sezione del Partito, la 1° con Segretaria Gisella Giambone, compagna straordinaria, figlia di Eusebio Giambone, partigiano medaglia d’oro, fucilato al Poligono del Martinetto, e le lettere che scrisse alla moglie e alla figlia furono pubblicate nel volume delle Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana.

Segnalo solo lei, e ovviamente Francesco Stillitano, segretario della 2°, mi scuseranno gli altri compagni, perché le sezioni erano davvero tante, il Comune, la Regione, l’Aem e ben quattro sezioni dei tranvieri, e quella della Crocetta, sempre se non ne ho dimenticata qualcuna. La 2° aveva sede in Via Garibaldi, e anche la Fgci che mi dava un sacco da fare perché ad ogni riunione, puntualmente, lasciavano cartacce e cicche ovunque. Li sgridavo molto, ma non ottenevo niente, ho sentito dire che mi chiamavano il generale. Il lavoro mi piaceva davvero, stampavo volantini a valanga, raccoglievo i dati del tesseramento e tanto altro, ma mi piaceva sopratutto il rapporto con le compagne e i compagni delle sezioni che passavano spesso in Zona dopo il lavoro.

Sullo stesso piano c’era un ufficio nostro per i Cassaintegrati e se ne occupava una compagna metalmeccanica, Julia Vermena.220px-Berlinguer_Ingrao

Ricordo anche un compleanno di Giancarlo Pajetta, non ricordo quanti anni compiva, ma dalla Federazione ci chiesero di telefonargli per fargli gli auguri, così lo avremmo reso felice.

Con piacere telefonammo tutte e tutti. Giancarlo Pajetta era un mito!

Dopo qualche tempo il compagno Mario Brusamonti venne chiamato ad altro incarico e fui molto dispiaciuta perché mi dissero che prendeva il suo posto un altro funzionario, uno che avevo avuto il dispiacere di conoscere in 7° Sezione da me una sera. C’era una riunione tenuta da questo compagno e io ero in ritardo. Entrai e mi scusai. Risposta gelida, come era gelido lui: “Se non ti interessava potevi anche stare a casa tua.”

Comunque ci si adatta, e mi adattai a questo nuovo responsabile; dopo i primi giorni gelidi da parte di entrambi, trovammo il modo di lavorare insieme abbastanza piacevolmente. A volte andavamo insieme in libreria per vedere gli ultimi libri di politica usciti.  

Sorella di fumo.

Lavoravo nel PCI ma continuavo la militanza. Una domenica mattina, dopo una riunione, mi ero attardata a leggere l’Unità seduta sul gradino della 7° Sezione perché era una giornata di sole. Mi si presentò un ragazzo che mi chiese “Vuoi essere la mia sorella di fumo?”. Io lo guardai in modo interrogativo perché davvero non avevo capito il senso di quella proposta, così risposi: “Non capisco il significato“. Lui precisò “Significa che ci facciamo una canna insieme, perché voglio farla con una compagna del PCI, una comunista come me“. Io gli dissi “Guarda che ti sbagli, perché io non ho mai fumato questa roba e non credo che il PCI sia d’accordo con le canne“. “Allora è arrivato per te il momento di provare, non sarai mica sempre così obbediente?” Tanto obbediente non lo sono mai stata… così decisi di provare.

Ma quante  risate!

Così decisi che, vista la mia passione per le piante, avrei coltivato qualche piantina sul balcone, così, per fumare con gli amici ogni tanto, perché fumare mi dava tanta allegria. Poi le mettevo nel forno e quando erano seccate, le tenevo in un barattolo nel frigo. Un giorno lessi un articolo che erano stati fermati dalla polizia dei ragazzi che fumavano in un giardino e presa dai sensi di colpa, decisi di andare a fare un giro in macchina per pensare.

Fu lì, in Corso Vittorio che mi sembrò che la statua del re mi venisse incontro. Arrivata a casa buttai via tutto, lavoravo nel PCI, decisi che non avrei fumato mai più!

Il  15 dicembre 1981.

Quel giorno Enrico Berlinguer fece una dichiarazione che lasciò tutti di stucco.download (1) Devo dire che non ne fui particolarmente delusa perché avevo avuto occasione durante la Festa Nazionale di incontrare la burocrazia di alcuni compagni sovietici. Ciò nonostante dichiarare che era esaurita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre fu un azzardo. I compagni e le compagne ne furono sgomenti e questa dichiarazione fatta anche in URSS non fece che alimentare la rivalità tra Enrico Berlinguer ed Armando Cossutta, acceso filo sovietico, anche se mai il compagno Cossutta mancò di riguardo nei confronti del Segretario nazionale, non era suo costume. Certo, a noi apparato di Federazione insegnavano a non leggere nemmeno gli emendamenti che Cossutta presentava nei Congressi, forse per non cadere in tentazione?

Quella dichiarazione portò nel PCI uno sconquasso ben peggiore di altre dichiarazioni di Berlinguer. E preparò la strada a coloro che già sapevano come  sarebbe andato a finire il PCI di Gramsci e Togliatti.

Il Segretario di Federazione.

Nel 1983 venne eletto Segretario della Federazione Piero Fassino che rimase in carica fino al 1987. Si tenne il Congresso al Palazzetto dello Sport e a concludere venne Enrico Berlinguer. Con un servizio d’ordine inappuntabile, lui era sorvegliatissimo, la gente si accalcava all’inverosimile nell’ingresso per poterlo vedere almeno da lontano. Ricordo che una donna riusci ad attraversare lo spazio di corsa e a fiondarsi quasi in ginocchio davanti a un Berlinguer imbarazzatissimo.

Comunque, all’inizio dell’assemblea Piero Fassino, come nuovo segretario doveva salire sul palco con Berlinguer ma ad un suo preciso invito, ma evidentemente Fassino era impaziente di salire, (come sempre fu impaziente di salire verso il potere) e quindi cominciò a salire i gradini che portavano sul palco prima di essere formalmente chiamato, così Berlinguer lo gelò con queste parole: “Dove vai, non ti ho ancora nominato”.

Così iniziò la sua vita da segretario della Federazione Piero Fassino! Era comunque un gran lavoratore, sempre presente in via Chiesa, ma era anche molto irascibile, così insopportabile, così impaziente da aver dato alle compagne dell’apparato tecnico l’appellativo di “foche”.

Queste compagne erano chiamate solo per nome, mentre quelle dell’apparato politico avevano nome e cognome, come i compagni di sesso maschile. Magari era considerato un gesto pratico che tu avessi solo un nome? Non lo so. Io lo trovai semplicemente un gesto maschilista. Comunque sono costretta a parlare delle compagne mettendo solo il nome, quando il cognome non l’ho mai conosciuto! Per esempio Susanna, la sua segreteria, penso la più martirizzata, il suo cognome?

Fassino era talmente irascibile che, come mi raccontò la compagna Mechi Milanesio, mentre stava facendo una montagna di fotocopie per lui, si inceppò la macchina e Mechi fu costretta a far passare i fogli uno per uno rallentando ovviamente il lavoro. Lui era talmente furioso che sbattendo un piede contro un armadio di ferro, se lo ruppe…. Chi è causa del suo mal…

Quel terribile giorno di giugno.

La vita di partito andava avanti nel solito modo, con tutte le incombenze quotidiane della vita di una Zona e con la solita militanza in Sezione, dovute sopratutto alla campagna elettorale per le elezioni europee che si dovevano tenere in quell’anno. Nessuno di noi dimenticherà mai il 7 giugno del 1984. Enrico Berlinguer teneva un comizio a Padova e mentre parlava si sentì male, cercarono di farlo smettere ma lui continuava, voleva concludere il discorso:

Lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini, con la fiducia che le battaglie che abbiamo fatto, per le proposte che presentiamo, per quello che siamo stati e siamo….” e molto faticosamente lo concluse.

Era stato colpito da un ictus cerebrale. Pensando oggi a quel momento, a quel viso disfatto dal dolore, quella voce che si spezzava, ma che comunque andava avanti, che struggimento!

Io fui avvisata di notte da un compagno e al mattino presto tutti e tutte ci precipitammo nelle sedi del Partito per essere aggiornati, per sapere, ma anche per vigilare, in un momento così tremendo! Rimanemmo nelle sedi giorno e notte, io sopratutto a piangere, nell’attesa di una notizia buona che ci confortasse, ma giorno dopo giorno le speranze erano sempre più scarse fino a quel giorno, quell’11 di giugno quando arrivò la notizia della sua morte. Si organizzarono immediatamente le Sezioni e le Zone per il funerale che sarebbe stato a Roma in Piazza San Giovanni, io andai con la mia Sezione e mi ritrovai con il mio compagno, nel senso di fidanzato. Avevo bisogno di andare con lui perché volevo piangere tutte le mie lacrime con una persona che amavo e che mi capiva. Massimo Ciusani era un fedele cossuttiano ma si commosse e pianse come me. Roma era impraticabile. Ricordai le parole di Enrico Berlinguer, le sue frasi storiche: “Vogliamo una società che rispetti tutte le libertà meno una: quella di sfruttare il lavoro di altri esseri umani, perché questa libertà tutte le altre distrugge e rende vane”

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Migliaia e migliaia di compagne e compagni arrivati da tutta Italia ed eravamo tutti lì per sfilare, piangendo con tanta disperazione davanti alla sua bara, nell’ultimo saluto, sapendo che non era solo il dolore immenso a farci disperare, ma anche che il Partito, dopo la sua scomparsa, non sarebbe stato più lo stesso. E infatti fu così.

Ritornata in Zona fui aspramente rimproverata dal solito funzionario perché non ero andata al funerale con la Zona Centro. Sinceramente non mi sembrò il momento opportuno per una tale critica e non me ne preoccupai affatto. Alle Elezioni Europee il PCI vinse con il 33,33% per 11.714.428 voti superando per la prima e unica volta nella sua storia, a livello nazionale, la Democrazia Cristiana.

Il 1985.

Fu l’anno in cui mi trasformai da foca a Responsabile di Zona del PCI.

Venni chiamata in Federazione dal Segretario Piero Fassino che mi fece una proposta originale nei termini e nella sostanza, più o meno così: “Tu che hai le palle, potresti occuparti da Responsabile della Zona Lucento Vallette, la conosci, militi da sempre in quel territorio. Ci saranno le elezioni amministrative e dovrai accompagnare Diego Novelli nei cortili di quei palazzi, al mercato e così via. Che ne pensi?”.

Non so se le parole esatte furono quelle ma posso giurare su “Tu che hai le palle”. Non l’ho mai  dimenticato. Fu un momento di totale cambiamento non solo per me, ma anche per le compagne Julia Vermena che divenne Responsabile di Zona Borgo Vittoria e Pia Gelleni di Zona Nizza, forse era arrivato il momento di dare più spazio alle compagne? Mah!

Comunque mi ero trasformata da foca a componente dell’apparato politico della Federazione del PCI di Torino. Era un onere e un onore. Accettai, e mi trasferii nella Sezione di Corso Cincinnato, delle Vallette, acquistando di colpo persino il mio cognome. Il mio quartier generale non era dei più funzionali, era un negozio con la vetrina e la cassetta della posta che davano sul corso.

Dovevo stare chiusa a chiave dentro perché non girava sempre bella gente, infatti orinavano dentro alla cassetta delle lettere. Così decisi di trasferirmi alla 64° di Lucento e lì finalmente cominciai il mio nuovo lavoro con più tranquillità. Incontrai i segretari delle Sezioni della Zona e incontrai anche Diego Novelli. Novelli era stato sindaco dal 1975 al 1985, negli anni di piombo, quelli più difficili per Torino, e nel 1984 fu eletto al Parlamento Europeo.

Iniziata la campagna elettorale, si votava per le amministrative di Comune e Regione, lo accompagnai per giorni nei mercati e nei cortili, era conosciutissimo e molto applaudito, ma alla fine del percorso con lui, avrei potuto tranquillamente ripetere il suo discorso parola per parola…..

A Torino il PCI quell’anno prese il 35,36%, era il primo partito.

Mosca.

L’Urss organizzava quell’anno il Festival Mondiale della Gioventù e degli studenti, l’aveva già organizzata nel 1957, vi partecipavano le organizzazioni comuniste, antimperialiste e dei movimenti di lotta. Massimo Ciusani ed io decidemmo di partecipare.87891086_10218046226720789_3995185601010728960_o

Guidava la nostra delegazione la FGCI. In quel periodo il Segretario nazionale della FGCI era Marco Fumagalli ma mi pare la guidasse un altro compagno, decisamente di destra.

Naturalmente ci preparammo alla partenza con bandiere, bandierine,  e simboli del PCI di ogni tipo. Fu una esperienza indimenticabile sotto ogni aspetto. Fu un momento alto di confronto tra la gioventù antimperialista di tutti i paesi, il simbolo dell’evento era мир pace.

Ogni delegazione aveva una sua struttura dove poteva organizzare incontri politici ma anche feste con le delegazioni degli altri partiti comunisti e partecipammo persino ai balli. Ricordo un episodio simbolico. Massimo Ciusani odiava ballare e quindi nonostante i miei inviti non c’era nulla da fare, se ne stava seduto a guardare. Si alzò solo quando venne invitato a ballare da una splendida compagna svedese, ma declinò l’invito e tornò subito seduto perché lo fulminai con lo sguardo! L’ultimo giorno della Festa ci doveva essere la grande sfilata di tutte le delegazioni nello Stadio Lenin e uno spettacolo fatto dai sovietici. Il capo delegazione della FGCI ci disse che non avremmo dovuto portare simboli del PCI perché così avevano convenuto con la delegazione dei giovani repubblicani!

Naturalmente noi del PCI decidemmo di non dare retta ad una simile scemenza. Eravamo in Unione Sovietica mica negli Usa! Così tirammo fuori tutti i simboli comunisti possibili: bandiere, fazzoletti rossi di ogni tipo e ci imbardammo per bene. I giovani repubblicani erano furiosi. Si inventarono la bandiera italiana legando maglie bianche, rosse e verdi, e sfilarono con questo improvvisato striscione. Vedemmo passare tutte le delegazioni dei giovani comunisti del mondo con le loro bandiere rosse. E noi avremmo dovuto sfilare senza simboli????

Dopo la sfilata (o prima non ricordo) ci fu uno spettacolo incredibile perché tutti i sovietici seduti nello Stadio Lenin avevano delle bandiere di colore uguale, ma diverso per ogni settore dello Stadio, e con quelle componevano immensi disegni che cambiavano in continuazione in perfetta sintonia. Fantastico. Ma quanti erano!images

Pare avessero perfino sparato cannonate alle nuvole perché il cielo fosse sereno.

Andando in giro per Mosca era impossibile non visitare le metropolitane, con le stazioni decorate ognuna con un suo proprio argomento con statue e dipinti, bellissime e pulitissime. Oggi ci sono video dedicati che rendono abbastanza bene quelle immagini.

Ma prima di ogni cosa visitammo Lenin Ленин nel mausoleo sulla Piazza Rossa. Una piazza incredibile dove non avresti potuto trovare nemmeno un capello per terra. Una fila immensa e tanta commozione, indimenticabile passare davanti a quella teca. Mi vengono ancora i brividi nel ricordo e lo stesso fu quando visitammo le tombe dei grandi dell’URSS. A quella di Stalin avevano deposto enormi mazzi di fiori freschi rossi.

La formazione.

Ero molto interessata alla Commissione stampa e propaganda, la comunicazione era sempre stata una dei miei interessi prioritari, vi partecipavo in Federazione con compagni bravissimi nelle idee e nella pratica come Maurizio Coscia.t1

Mi proposero di partecipare alle Frattocchie ad un corso sulle Feste dell’Unità perché nel frattempo ero diventata componente della Commissione nazionale Feste. L’”Istituto di studi comunisti Palmiro Togliatti”, era la Scuola di Partito con la S maiuscola, era quel luogo sacro dove ci si recava per conoscere, imparare la nostra storia e quant’altro. La nostra scuola quadri, insomma, dove si tenevano riunioni, assemblee e seminari. I corsi erano stati anche di sei mesi, ma nella passata generazione, per preparare i quadri dirigenti. L’Istituto era una grande villa ottocentesca nei pressi del Comune di Marino, verso Albano, vicino a Roma, con una grande mensa comune, tante camerate e camerette per dormire, bagni e docce, e aule per tenere le lezioni. Nell’aula magna campeggiava un dipinto di Guttuso.

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Arrivavano compagne e compagni a ogni parte d’Italia e i corsi erano sempre tenuti da compagni molto preparati che oserei persino definire intellettuali o comunque esperti del settore.

Il corso sulle Feste durò qualche giorno, era molto interessante, ma più interessante di tutto era trovarsi proprio lì, in quel luogo dove si respirava aria di cultura comunista e dove aveva dimorato persino Palmiro Togliatti, in convalescenza dopo l’attentato del 1948. Si racconta che venne intitolato a Togliatti nel 1973, solo dopo la sua morte, perché da vivo si era sempre opposto, anche per ragioni scaramantiche!

Comitato federale irraggiungibile.

Quell’anno si tenne il Congresso di Federazione, e venne ovviamente rieletto il Comitato Federale. Io sapevo che il compagno responsabile della Stampa e Propaganda, Gianfranco Brusasco, riteneva che avessi le capacità necessarie a far parte del Federale e quindi propose ad altri compagni di votarmi. Era una prassi che tra compagni veniva effettuata piuttosto sovente, senza creare alcuno scandalo. Comunque non ottenni i voti necessari. Poco male.

Quello che invece fu per me inqualificabile e incredibile successe dopo. Alla prima riunione successiva dell’apparato politico, un componente dell’apparato che stento a definire compagno, prese la parola per dire che ero stata proposta nel Comitato Federale da quel compagno della Segreteria solo perché ci andavo a letto. Mai che la stessa cosa fosse stata pensata e detta per due uomini che si sostenevano politicamente tra loro! Nessuno dei miei colleghi ritenne opportuno intervenire né io mi abbassai a sottolineare la stupidità, la cattiveria e la menzogna di un tizio che, per altro, sapevamo  essere l’amante di una compagna sposata. Fassino si dimostrò infastidito dell’accaduto e prese parola, ma solo per cambiare subito discorso.

L’Amministrazione.

88220546_10218048206530283_2555226638828699648_oVenni chiamata a lavorare in amministrazione della Federazione e quindi lasciai la Zona con dispiacere. Il responsabile era Willy Beck, un compagno bancario, gentile e buon dirigente (anche se di destra). La mia compagna preferita era senz’altro Elisabetta con cui stabilii subito un rapporto di vera amicizia, cosa che non successe mai con Maddalena, donna boriosa e antipatica. A parte alcune riunioni che andai a tenere per l’Amministrazione con alcune Sezioni, il lavoro era di una noia mortale. Ero andata via dal privato per tornare a fare lo stesso lavoro! Ma un paio di aspetti positivi c’erano. Un enorme computer, uno dei primi della storia, che imparai ad usare con l’aiuto di un tecnico e le Feste Provinciali dell’Unità dove Elisabetta ed io facevamo i turni in Cassa Centrale Questo momento era davvero bello, a parte la fatica di dover aspettare che tutti i responsabili degli stand versassero l’incasso, e l’emozione della quadratura dei conti, dopo andavo in giro e chiacchierare con i compagni e compagne della mia Zona di militanza, si andava a bere qualcosa e ci si raccontava di tutti gli avvenimenti divertenti e non della serata. Insomma, stanchi ma felici. Se non pioveva, perché se pioveva era un disastro, veniva poca gente alla Festa e c’era in giro una grande tristezza. Ma si aspettava con fiducia che tornasse il bel tempo per riprendere il lavoro.

Il dibattito sul nome PCI.

Così passarono gli anni, tra campagne elettorali e Feste dell’Unità. Dopo la morte di Berlinguer anche la sconfitta del referendum sulla scala mobile del 1985, ci aveva molto provati. Quando cominciò nel PCI il dibattito sul nome e tutta la discussione che poi portò il Partito ad auto suicidarsi?

Alessandro Natta era diventato il Segretario nazionale dopo la morte di Berlinguer ma il Partito subiva forti scosse al proprio interno, nonostante la resistenza di compagni come Natta e come Adalberto Minucci, c’era già chi voleva cambiare il nome, che poi significava cambiare anche la sostanza. C’era una certa fibrillazione ma sembrava, a parole, a quel tempo, che nessuno volesse cambiare.

Però, purtroppo, nel 1988 Achille Occhetto divenne Segretario al posto di Alessandro Natta, colpito da lieve malore, ma era proprio una scusa, perché questo personaggio aveva in mente già, insieme all’ala destra del PCI capeggiata da Giorgio Napolitano, di combinare il disastro che stava maturando nella testa di questi uomini, che non mi sogno proprio di chiamare ancora compagni.88335975_10218055073381950_9034478524773171200_o

Questo dibattito sul nome del Partito era lì, già pronto, e insieme al nome ovviamente anche cancellare il simbolo del lavoro, la falce e martello. Seguivamo dalle Sezioni e dalla Federazione di Torino questi avvenimenti con grande preoccupazione e dolore che qualcuno potesse volerci fare un simile sgarbo. Il PCI era nostro, degli iscritti, dei militanti.

E questi parlavano con il PSI di voler superare Livorno! Quel Livorno che era il Pcd’I di Antonio Gramsci!

Nel 1989 fu anche l’anno in cui morì una grande, indimenticabile Dolores Ibarruri, seguita dal cordoglio di tutti i militanti  del PCE, da Rafael Alberti e Julio Anguit, nuovo segretario del PCE. Anni spesi combattendo fino all’ultimo per la causa della libertà, della democrazia, del progresso, della classe operaia, delle lavoratrici e dei lavoratori della Spagna e del mondo intero. Oggi la nostra Sezione PCI, in Via Verolengo 180, porta il suo nome.

Una fine annunciata.

Il 9 novembre 1989 ci fu quell’evento chiamato la caduta del muro di Berlino. E segnò anche l’inizio della caduta del comunismo in Europa.

Perché il 12 novembre dello stesso anno Achille Occhetto andò alla Bolognina a parlare agli ex partigiani e disse che “occorreva andare avanti con lo stesso coraggio avuto dai partigiani durante la Resistenza …..” “non continuare su vecchie strade, ma inventarne di nuove per unificare le forze di progresso ….”1200px-Partito_Comunista_Italiano.svg

Dalle Sezioni capimmo immediatamente che la svolta era quella, che si era permesso di annunciarla senza consultare noi, gli iscritti, i militanti. Un dolore, una rabbia, da volergli torcere il collo!Ma ancora non ci credevo, mentre i compagni cosiddetti cossuttiani (perché nei Congressi votavano gli emendamenti presentati da Cossutta) sapevano da tempo quello che stava succedendo ed erano già preparati.

Nonostante Achille Occhetto avesse sempre sostenuto che il nome non era il problema! Anche Giancarlo Pajetta fu molto duro con questa ipotesi.

Il 20 novembre si tenne il Comitato Centrale con all’esterno i militanti del PCI molto alterati, per usare un gentile eufemismo.

Anche noi da Torino cercavamo di seguire gli accadimenti perché non c’erano mezzi di comunicazione, a parte l’Unità e la Rinascita, le notizie ci potevano arrivare solo via telefono da qualche compagno presente sul posto. Occhetto continuò sulla sua strada nefasta e parlò chiaramente di “potere”! Ecco cosa voleva questo gruppo dirigente! Il potere! Il Comitato Centrale si espresse a maggioranza per la proposta di Occhetto. Il nostro PCI divenne la cosa che doveva ancora nascere.

Ci sentimmo traditi, defraudati, sconvolti nella nostra impotenza. Al XIX Congresso di marzo del 1990 vennero presentate le tre mozioni che si erano formate: la prima, quella di Occhetto e tutta la destra, la seconda firmata da Alessandro Natta e Pietro Ingrao e la terza di Armando Cossutta. Naturalmente prima c’erano stati i congressi di Sezione e di Federazione. Io aderii con grande convinzione alla seconda mozione. In quegli anni la Federazione si era trasferita in Piazza Castello e l’attuale segretario della Federazione di Torino che in quel momento era Giorgio Ardito, prima mozione, mi disse con incredibile faccia tosta, che poiché avevo votato la seconda non ero più affidabile per stare nell’Amministrazione della Federazione!

Trovai presto un altro lavoro fuori da quell’ambiente che non era più il mio e fu una vera liberazione.

Comunque vinse a maggioranza la prima mozione, quella di Achille Occhetto.

Si tenne il XX Congresso della Federazione di Torino. Venne a presentare la prima mozione Massimo D’Alema che fu molto ironico e duro con i compagni e le compagne sopratutto della terza mozione, quella di Armando Cossutta, che era presente. Il compagno Maurizio Coscia, terza mozione, gridò qualcosa a D’Alema e non ricevendo risposta urlò “Allora ti mando un fax”.images (1)

 

Mi rimase per sempre quel ricordo, l’unico ricordo simpatico di una giornata nerissima.

Il 31 gennaio 1991 a Rimini si tenne il XX Congresso nazionale. La fine, il suicidio del PCI, venne firmato il 3 febbraio 1991. Provai un tale, immenso dolore per quel PCI a cui avevo dedicato tanti anni della mia vita, esattamente dal 1966 al 1991, che per un anno mi vennero pesanti attacchi di panico.

I compagni e le compagne che avevano aderito alla seconda e alla terza mozione non aderirono al suicidio del PCI e capeggiati dai firmatari delle due mozioni, diedero vita il 15 dicembre del 1991 ad una rifondazione comunista che mantenne nome e simbolo e alla quale partecipai attivamente anche io.

Il 26 novembre 1991 il Soviet Supremo sciolse formalmente l’Unione Sovietica e il 25 dicembre venne ammainata la bandiera rossa dell’Urss dal Cremlino.

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E piansero i comunisti e le comuniste in ogni parte del mondo e piangono ancora. 

Non ho preso il Palazzo d’inverno. Non ho assaltato il Reichstag. Non sono un “kommunjak”. Ma guardo la bandiera e piango. Evtušenko.

 

 

Riproduzione vietata. Consentita solo previa mia autorizzazione. Marica Guazzora

 

 

 

 

 

 

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