Storie di donne nella Resistenza: Pierina Vincenzi

di Delfina Tromboni

Cominciamo ad entrare nel merito dei diversi episodi di squadrismo nel mese di febbraio 1921. La “serrata” del 5 febbraio era stata decisa nella sede del fascio di Ferrara, dove ormai imperversava Italo Balbo che di lì a poco ne sarebbe divenuto Segretario, come protesta contro il decreto sul disarmo emanato dal Primo Ministro Giovanni Giolitti in seguito alle sparatorie di cui già abbiamo parlato, avvenute a Ferrara la domenica 23 gennaio, ed ai roghi appiccati dagli squadristi alle Camere del lavoro di Modena e di Bologna il 24 gennaio. Nelle tre provincie furono revocate le licenze di porto d’armi ed i fascisti ferraresi furono costretti a nascondere le loro armi nel Polesine veneto, dove le inviarono utilizzando camions messi a disposizione dagli agrari, come si può leggere sugli Atti parlamentari della Camera dei Deputati, (volume IX, Discussioni tenute nel periodo 18 febbraio-11 marzo 1921). Trovato con una rivoltella, ormai illegale, era stato arrestato un fascista ed un altro era stato ferito leggermente a Quacchio dai socialisti. La “serrata” era stata decisa dai rappresentanti delle Associazioni dei combattenti e dei mutilati, dei farmacisti e degli agricoltori, oltre che dall’Unione esercenti e dai capi ufficio del Comune, ma riuscì solo in parte: i negozi del centro restarono chiusi, ma non si astennero dal lavoro i tramvieri e gli operai addetti all’illuminazione elettrica. La tregua imposta dal governo durò meno di due settimane e già tra l’8 e il 12 febbraio la violenza squadrista si scatenò in maniera cruenta, prendendo di mira Case del popolo, cooperative di consumo e singoli militanti. E mentre ex “sindacalisti rivoluzionari” (la corrente apparentemente più “rivoluzionaria”del PSI) come Pilo Ruggeri e Umberto Pasella con una impressionante giravolta passavano al fascismo, piccole frazioni come Porotto (di cui pubblichiamo a seguire la bandiera della Lega di Miglioramento), Burana, Denore furono trasformati in obiettivi di guerra e videro date alle fiamme le loro sedi e le loro bandiere.Tra quanti cercarono di reggere l’onda d’urto dello squadrismo c’è una intera famiglia del Bondenese. Poco sappiamo del capostipite, Celio Vincenzi, se non la sua data di nascita (1869) ed il suo essere padre di tre giovani presto individuati come comunisti per cause diverse: Carlo, Secondo e Pierina. Celio fu bastonato dai fascisti l’8 febbraio 1921 perché trovato in possesso di un “arnese da norcino” che serviva per macellare i maiali. Questa la versione della “Scintilla”, organo dei socialisti ferraresi. La “Gazzetta Ferrarese”, organo degli agrari, qualche giorno dopo i fatti ne riporta invece l’arresto “per porto di coltello”, con ciò aggravando evidentemente la sua posizione. Qualche anno dopo, nel febbraio del 1925, la sua abitazione – secondo un dettagliato rapporto prefettizio –fu sottoposta ad una “accurata” perquisizione, essendo egli sospettato di nascondere armi. Nulla fu rinvenuto, ma il Questore scrive che “tale operazione di polizia […] ha fatto ottima impressione nel pubblico”, ormai assuefatto al regime che il discorso di Mussolini del 3 gennaio aveva annunciato. I figli di Celio, Secondo e Carlo, furono tra gli imputati nel cosiddetto “processo dei fienili” che si tenne presso il Tribunale di Ferrara nel dicembre del 1921 e che condannò a varie pene un gruppo consistente di bondenesi accusati di aver dato fuoco ad alcuni fienili per costringere gli agrari locali a trattare. I due giovani scontarono diversi mesi di carcere preventivo, come si desume alla sentenza. Arrestati in momenti diversi, Carlo era stato sequestrato dai fascisti nei locali del fascio di Bondeno e qui bastonato duramente, riportando lesioni guaribili in dieci giorni: l’intento degli squadristi era fargli confessare di essere stato uno degli autori dell’incendio dei fienili e di altri scontri, anche a colpi di armi da fuoco, tra leghisti e proprietari. Secondo comparve invece come vittima in un altro processo, intentato sempre nel dicembre 1921 contro nove fascisti accusati di averlo – recita la sentenza – “ per puro impulso di brutale malvagità percosso a colpi di bastone”. Le brutalità furono dal Tribunale di Ferrara ricondotte al particolare clima politico in cui viveva l’intera provincia. Una volta scarcerati, i due fratelli furono poi costretti ad emigrare in Francia per sottrarsi alle persecuzioni dei fascistiLa figlia di Celio, Pierina, nata nel 1901, era maestra elementare nella scuola di Pilastri di Bondeno ed era in contatto con Alda Costa, maestra e dirigente socialista, per via della comune professione. Pierina viene schedata come “sovversiva” e poi come comunista a partire dal 1925, perché sospettata di essere stata l’autrice di un lancio di manifestini antifascisti nel centro e lungo le strade di Burana. Sua è la fotografia che pubblichiamo a seguire. E poiché, come ho più volte precisato, l’elenco non è ovviamente esaustivo, essendo tanti ricordi conservati dalle persone, voglio ringraziare l’amico Gian Paolo Bertelli, ricercatore, per avermi segnalato quello che pubblico qui, in chiusura: “C’è anche l’incendio di un locale di Mizzana, il titolare era reo di mescita di vino ai socialisti. Il fatto curioso è che il titolare era commilitone di Mussolini, citato fra l’altro nel suo libro di memorie. Aristide Sandri, questo è il nome del gestore della mescita di vino fu costretto ad emigrare, moglie e figli a Bologna, lui a Milano. Qualche anno dopo Sandri aprì un’osteria in viale Volano, Mussolini inviò degli emissari per invitarlo a Roma insieme ad altri commilitoni, la risposta di Sandri fu lapidaria: “Al diga al professor cla’ bella fat a sa’”, dica al professore, così si faceva chiamare mussolini in trincea, ha già fatto abbastanza. Il nipote di Sandri era l’Avvocato. Renzo Santini, futuro senatore della Repubblica per il PSI”.

Le notizie sono tratte da: Delfina Tromboni, Vite schedate. Comunisti a Ferrara durante il fascismo, vol. 1° e 2°, Casa Editrice Tresogni, Ferrara, 2012 e 2013 e da: Alessandro Roveri, Le origini del fascismo a Ferrara, 1918/1921, Feltrinelli Editore, Milano, 1974

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