Relazione al Comitato Centrale del PCI del 31/1/2021 sulla questione di genere

di Maria Carla Baroni per Assemblea donne comuniste

Cari compagni e care compagne

questa relazione è svolta a nome dell’A.Do.C. dopo che abbiamo discusso in una riunione online il 25 sera una bozza da me preparata. Ringraziamo il segretario Alboresi per aver voluto porre all’ordine del giorno della riunione di oggi le questioni di genere e le politiche di genere: per il valore politico di poter affrontare adeguatamente in un Comitato centrale questioni di tale importanza per la ricostruzione nel tempo di un forte PCI, ma anche perché l’approfondimento odierno avviene dieci giorni dopo aver festeggiato il centenario della fondazione del Partito Comunista storico; questo abbinamento possiede un alto valore simbolico, che può dare un nuovo duplice slancio di vitalità al nostro attuale PCI.

E’ quindi indispensabile far fruttare al meglio la riunione odierna: fare in modo che porti alla luce sia tutte le perplessità teoricopolitiche che possano esserci in merito alle questioni di genere, sia tutte le difficoltà operativoorganizzative che finora hanno impedito il decollo delle politiche di genere (attività, iniziative, obiettivi e modalità di lotta specifiche). Tali politiche, infatti, hanno il solo scopo di migliorare il nostro partito qualitativamente e quantitativamente, operando per aggregare quanto più possibile la metà del cielo e il 52% della popolazione della nostra italica terra.

Diamo per scontata la lettura della tesi congressuale, del documento politico/programmatico dell’A.Do.C. e della mia relazione introduttiva al convegno milanese del 3 ottobre su “donne e politica ieri oggi e domani: uniamoci per essere libere tutte” e ci limitiamo a ricordare questi testi per sommi capi.

La tesi 10 del congresso del 2018 è intitolata “non può esistere prospettiva comunista senza la liberazione delle donne”, il meglio che si potesse scrivere, ed era stata approvata praticamente all’unanimità insieme al resto delle tesi congressuali e ciò avrebbe dovuto – in teoria – implicare che il partito si sarebbe mosso come un sol corpo per cercare di applicarla. Così non è stato. Probabilmente alcuni compagni non l’avranno neanche letta e altri non si saranno resi conto che l’essere coerenti con questa tesi avrebbe comportato il cambiamento di tradizioni storiche, di mentalità, di comportamenti.

Ricordiamo l’affermazione principale di tale tesi. “Occorre che il partito si faccia carico del fatto che l’oppressione di genere, con le disuguaglianze, le discriminazioni, le oppressioni e le violenze che ne derivano, è questione specifica, presente in tutte le classi sociali, a tutti i livelli della condizione lavorativa, all’interno della stessa condizione operaia, e che quindi non è riconducibile semplicemente alla contraddizione capitale/lavoro: la contraddizione di genere va affrontata con determinazione INSIEME alla contraddizione capitale/lavoro e a quella capitale/natura, per poter cogliere, mediante tutti i molteplici intrecci fra le tre contraddizioni, la complessa e multiforme realtà attuale”.

Il primo punto da chiarire è, dunque, se siamo tutti e tutte d’accordo su tale affermazione. Esprimetevi liberamente, in quanto, se non chiariamo questo punto, serve a ben poco affrontarne altri. Non siamo inoltre in un dibattito pubblico in cui dobbiamo pronunciare belle parole e fare bella figura, ma in una occasione fondamentale di chiarimento interno, che deve essere franco e completo. Rispetto a 170 anni fa, all’epoca delle enunciazioni di Marx e di Engel, la contradizione capitale lavoro è diventata sempre più invasiva a seguito del formarsi di una miriade di nuovi lavori, le donne di varie classi sociali sono entrate massicciamente nel lavoro dipendente retribuito subendo in esso oppressioni specifiche, analoghe a quelle subite negli altri ambiti, il capitalismo si rigenera continuamente e cambia alcune forme del suo agire e tutto ciò rende meno chiara l’ esistenza della contraddizione capitale/lavoro agli occhi di molti/e, anche se il progressivo peggioramento dei diritti del lavoro (dalla fine dell’esperienza sovietica in poi) e il peggioramento delle condizioni materiali di vita dovrebbe aprire gli occhi di tutti e tutte. Così non è e questo fatto ci chiama in causa, stimolando le nostre capacità nell’affrontare una situazione multiforme e molto più complessa di quella analizzata dai padri fondatori.

La contraddizione capitale natura, che in Europa era iniziata con i grandi disboscamenti secoli prima della rivoluzione industriale, si è accentuata mano a mano che il capitalismo ha portato alla distruzione di territorio, ambiente, salute collettiva e ai cambiamenti climatici, fino al punto di mettere in discussione il permanere della vita sul pianeta, ma ha iniziato a essere percepita solo all’inizio degli anni ’70 del XX secolo.

La contraddizione di genere, a parte gli scritti e l’opera di alcune donne fin dal XVII secolo, ha iniziato a essere portata sulla scena pubblica alla fine del XIX secolo e a partire dagli anni ’60 e ’70 del XX il femminismo ha ribaltato la concezione dei ruoli e dei rapporti di potere tra i generi e la concezione stessa della società. Da qui la necessità di analizzare compiutamente la realtà attuale e di trovare strumenti di azione adeguati all’esistenza delle tre contraddizioni e agli intrecci tra loro nei vari ambiti di lavoro e di vita. Ciò che va attaccato è sempre il capitalismo, è chiaro, ma dobbiamo tener conto di tutte le manifestazioni del capitalismo, compreso il fatto che ha assunto come sua componente il patriarcato.

Possono esserci utili alcune definizioni. In primo luogo: il SESSO è un fatto biologico, il GENERE un fatto culturale. Ci sono persone che sentono di appartenere a un genere diverso dal proprio sesso biologico. Diversità biologica. Il corpo delle donne è diverso da quello degli uomini: non solo dal punto di vista genitale/riproduttivo/ormonale e muscoloscheletrico. La diversità parte dal livello cellulare, per cui le donne sono colpite da malattie prevalenti diverse, presentano sintomi diversi anche per patologie comuni a entrambi i sessi, rispondono diversamente ai farmaci, ai vaccini, alle iniziative di prevenzione; sono per loro dannosi farmaci utili agli uomini; richiedono dosaggi differenti anche di farmaci utili, per via della diversa massa corporea; risentono diversamente dei fattori di rischio fisico (posizioni, movimenti) e chimico nelle fabbriche, ad es. per quanto riguarda i limiti di tollerabilità delle sostanze nocive, che per le donne sono più bassi. Le donne risentono diversamente dello stress nei luoghi di lavoro in quanto – in aggiunta – sono gravate quasi totalmente del lavoro domestico e di cura. Il fatto che esiste una diversità biologica tra donne e uomini ha ripercussioni sulla ricerca medica e farmacologica, sull’organizzazione e sulla pratica sanitaria e sulle rivendicazioni sindacali per la salute nei luoghi di lavoro, ma non si contrappone e non annulla la teoria marxista secondo cui la condizione di sfruttamento, di oppressione e di subordinazione del genere femminile da parte del genere maschile ha avuto origine con la divisione sociale del lavoro e con l’esclusione delle donne dai rapporti produttivi e con la loro relegazione nell’ambito della famiglia: relegazione che incatena le donne al ruolo di perpetuare la specie e, nella borghesia, al compito di garantire la trasmissione legittima del patrimonio.

Patriarcato. E’ l’oppressione esercitata dal genere maschile sul genere femminile in ogni ambito di vita e in ogni tipo di società, ovviamente con differenze a seconda del tipo di società. Il patriarcato è antico di millenni ed è stato fatto proprio dal capitalismo per un duplice scopo: 1) garantirsi una larga fascia di manodopera femminile a cui poter imporre salari inferiori e condizioni lavorative peggiori, da poter manovrare in entrata e in uscita secondo le esigenze del profitto d’impresa; manodopera che costituisce un costante fattore di pressione verso il basso dei salari e delle condizioni di lavoro per tutti; 2) costituire un elemento di divisione – e quindi di indebolimento – all’interno delle classi lavoratrici. Nella notissima raccolta di scritti di Lenin pubblicata sotto il titolo “L’emancipazione della donna” vengono usati indifferentemente i termini: uguaglianza, emancipazione, liberazione. Engels, ne “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato “ afferma che “la liberazione della donna e la sua equiparazione all’uomo è e resterà impossibile fintanto che la donna venga tenuta fuori dal lavoro sociale produttivo e si debba limitare al lavoro domestico privato”. Occorre dunque chiarire, sia pure in estrema sintesi, termini e concetti.

L’uguaglianza è la parità giuridica tra uomini e donne, l’eguale godimento dei diritti civili e politici e l’uguaglianza di trattamento davanti alla legge. Nell’attuale società divisa in classi, patriarcale e razzista la parità è SOLO FORMALE, non certo sostanziale. L’emancipazione delle donne consiste nell’ottenere l’uguaglianza, l’equiparazione tra uomini e donne, i diritti civili, politici e sociali garantiti da Costituzioni e da leggi, che solo in parte sono stati conquistati nei fatti, nonostante le apparenze. Rimangono da conquistare ad es. – per le donne di tutte le classi sociali in entrambi i casi – l’equiparazione retributiva a parità di qualifica e di mansione e lo stesso numero di giorni di permesso obbligatorio e retribuito tra madri e padri per l’accudimento della prole.

La liberazione delle donne consiste nell’affermazione di una identità di genere non subordinata a quella maschile, non subordinata alla logica, alla cultura, al linguaggio maschili fatti passare per “naturali” e “universali”, nella liberazione dal confinamento nel ruolo obbligato di continuatrici della specie. Comporta una modificazione profonda della società e comporta vantaggi per le donne di tutte le classi sociali, anche se le proletarie sono attualmente molto meno libere delle donne abbienti. Il primo passo è la completa riappropriazione – nei fatti e per tutti gli aspetti – da parte delle donne del proprio corpo, della propria sessualità e della scelta se essere o non essere madri. Il secondo è la liberazione dal lavoro domestico e di cura e la possibilità di partecipare compiutamente e concretamente alla vita lavorativa e alla vita pubblica e politica. Tale aspetto della liberazione potrà compiutamente aversi in una società socialista mediante la socializzazione del lavoro domestico e di cura: nella società attuale occorre puntare all’equa distribuzione di tale lavoro tra donne e uomini. Resta inteso che nella nostra prospettiva rientra la liberazione dallo sfruttamento capitalistico del lavoro, che accomuna donne e uomini. La tesi congressuale afferma poi: “ le donne vogliono un mondo basato: 1) sulla cura del territorio, dell’ambiente, della salute, delle città e degli esseri umani; 2) su un lavoro qualificato che non solo non faccia né ammalare né morire, ma che tenga insieme realizzazione personale e ben essere collettivo qualunque mansione si svolga; 3) sulla partecipazione paritaria al governo del mondo a tutti i livelli, per opporsi alla guerra e per eliminare le disuguaglianze”.

Sui primi due punti ci dovrebbe essere condivisione totale, ma il terzo punto – la partecipazione paritaria di uomini e donne al governo del mondo a tutti i livelli – ai compagni – o almeno a una parte – probabilmente non piacerà. D’altronde il capitalismo è un sistema di dominio maschile, pensato e attuato da menti, corpi e ormoni maschili e, se davvero il nostro partito si prefigge il superamento del capitalismo, non può che essere d’accordo sul fatto che un po’ per volta le donne devono poter entrare alla pari nel governo del mondo.

Ci sono uomini che si interrogano su che cosa significhi essere uomini oggi e altri che guardano a un governo della politica e del mondo condiviso tra i generi e ne scrivono in libri di successo; è molto interessante che ci siano intelligenze maschili che si interrogano e che si esprimono a favore di questa prospettiva. E voi, cari compagni comunisti, che cosa ne pensate, VERAMENTE? Non veniteci a dire che regine del passato hanno fatto ammazzare un po’ di persone e che ci sono donne di destra o autoritarie o incapaci o disoneste o stupide: non è così anche tra gli uomini? Sarebbe una obiezione troppo banale, becera, che pure ci siamo sentite fare più volte anche da compagni comunisti.

Ora è il momento di riprendere per punti il documento politico/programmatico dell’A.Do.C., nella versione dell’8 marzo 2019 come integrata dopo la riunione delle compagne durante l’assemblea di Organizzazione di Bolsena del luglio. E’ elaborato con la stessa impostazione politica della tesi congressuale; tratta dell’oppressione delle donne (nella storia e nell’epoca attuale) come questione specifica; descrive l’arretratezza italiana rispetto agli altri Paesi europei; ne individua le cause storiche (ritardo nell’industrializzazione, e conseguente ritardo dell’ingresso delle donne nel lavoro dipendente retribuito, gli oltre 20 anni di oppressione fascista, l’incombenza del Vaticano nella politica italiana, soprattutto per quanto riguarda l’autodeterminazione delle persone e delle donne in particolare). Individua poi le cause dell’arretratezza italiana, che sono insieme strutturali e culturali (arretratezza prevalente del capitalismo nostrano, culto di una virilità autoritaria e familismo). Il documento A.Do.C. fa notare che questa arretratezza persiste: nonostante ci sia stato in Italia il più forte partito comunista d’Occidente; nonostante l’esistenza di un forte movimento operaio e sindacale con storiche lotte di molte categorie di lavoratrici; nonostante l’importante partecipazione di molte donne alle istituzioni, alle scienze e alle arti, e nonostante l’esistenza di un movimento femminista plurale e assai attivo.

Nella relazione introduttiva al convegno su donne e politica avanzo una mia risposta, ma non è questa la sede per intraprendere un dibattito storico/politico di questa importanza. Ora basta prendere atto che le condizioni della società nel suo complesso e il modo di rapportarsi alle questioni di genere da parte dei vari soggetti politici sono attualmente cambiate rispetto agli anni ’70 e ’80 e che la prospettiva di una alleanza tra donne delle varie forme della politica per far avanzare la condizione femminile è proponibile . Nella riunione di oggi dobbiamo ottenere risultati operativi per far avanzare la costruzione concreta del partito anche in termini quantitativi PROPRIO mediante le politiche di genere. Verso la fine della tesi congressuale è scritto infatti che “per poter agire con efficacia… il PCI deve porre – in ogni realtà – alla condizione femminile, alla capacità di interessare e aggregare le donne e alla partecipazione delle compagne alla vita del partito un’attenzione molto maggiore di quella mostrata fin qui, mettendo in atto in modo concreto e diffuso comportamenti e strumenti specifici, dimostrando nei fatti che la liberazione delle donne è una questione fondamentale, una prospettiva comunista”.

Nel documento A.Do.C. sono elencate molte proposte concrete di azione e molti adeguamenti politicoorganizzativi per dare corpo al compito cui comuniste e comunisti non possono sottrarsi, se davvero vogliono trasformare la società alla radice verso il superamento del capitalismo e del patriarcato; ma soprattutto vengono presentate le cause anche storiche della scarsa partecipazione delle donne ai partiti politici in generale e al nostro in particolare. Le donne sono assai propense all’impegno sociale e collettivo, tanto è vero che sono numerosissime, spesso prevalenti, nelle associazioni, nei movimenti misti e nel volontariato, laico e cattolico, ma non sono attratte, non si sentono a loro agio in organizzazioni gerarchiche e selettive, pensate da uomini per gli uomini in un’epoca in cui le donne erano relegate nella dimensione privata, cioè privata della dimensione pubblica.

Per questi motivi avevamo dato vita all’A.Do.C. come luogo delle donne DEL partito, NEL partito e PER il partito, come forma politica accogliente, non selettiva e non gerarchica, tale da aggregare le donne, tale da valorizzare non solo i loro bisogni, ma soprattutto il loro punto di vista su ogni questione della politica.

Il problema vero da affrontare è che l’esistenza delle donne e della differenza di genere è ancora spesso vissuta dai compagni come questione marginale o come questione di categoria (invece che di genere!), o di soggetto debole da tutelare o come argomento trito e noioso o come argomento di moda, o come questione da rimuovere sostenendo che può essere affrontata e risolta solo in una prospettiva di classe, mentre è una questione specifica anche DENTRO la prospettiva di classe. Nel 2018 scrivevamo che esiste ancor oggi, nel PCI come nell’intera società italiana, una “questione maschile” più che una questione femminile.

A nostro parere sarebbe quindi utile un corso di formazione politica sulle differenze, sui generi e sulla condizione delle donne: in primo luogo per i compagni ma ovviamente aperta alle compagne. Prima di concentrarci sulle azioni e sugli aspetti operativi e organizzativi è utile tratteggiare i due elementi portanti della relazione al convegno su donne e politica.

In primo luogo la lunga carrellata storica a partire dall’antichità, evidenziando il fatto che le donne di oggi hanno alle spalle una GRANDE storia, nascosta da una cultura fino a qualche decennio fa esclusivamente in mani maschili. Storia di donne singole, di lotte collettive, di movimenti e associazioni, anche di donne combattenti, dei miliardi di donne cosiddette “comuni” che, nel corso dei millenni, hanno perpetuato la vita in varie forme e nutrito il mondo. Altro che “soggetto debole”! Come secondo tema portante la relazione al convegno donne e politica analizza le caratteristiche delle varie forme della politica in cui le donne operano (in molte delle quali operano anche uomini), i pregi, i limiti e comunque sempre l’importanza di ogni forma della politica che sia – in modo più o meno cosciente – anticapitalista; la relazione tratta successivamente come sia indispensabile costruire un fronte anticapitalista composto da donne, assegnando alle donne – alle donne del nostro PCI in primis – un ruolo trainante in tale costruzione, per ottenere la liberazione di tutte e per salvare la vita sul pianeta. Il compito di costruire un forte fronte anticapitalista spetta ovviamente anche ai compagni, ma ora stiamo parlando come A.Do.C. in una prospettiva di genere, per far avanzare in particolare la condizione delle donne nei suoi aspetti specifici.

Le considerazioni svolte in questo secondo filone, che sviluppano a fondo un tema già contenuto nel documento A.Do.C., sono infatti utili anche per i compagni. Non basta – anche se è importante – costruire l’unità d’azione tra piccoli partiti comunisti; occorre operare anche nei confronti dei sindacati e dei movimenti, così come del resto il PCI ha già iniziato a fare, per costruire un consistente ed efficace fronte anticapitalista, affrontando con determinazione e pazienza tutte le difficoltà che ciò comporta e sapendo che occorreranno tempi non brevi. Ma occorre cominciare. Occorre arrivare a integrare – da parte di un fronte anticapitalista – le tre contraddizioni; integrare le lotte per il lavoro, per l’ambiente e per la liberazione delle donne. Prospettiva sicuramente difficile da praticare, ma che potrebbe anche essere entusiasmante.

C’è un altro aspetto da considerare. Gli esseri umani, uomini e donne, hanno bisogno di simboli e di riti perché rafforzano il senso di appartenenza e mobilitano energie psicologiche. I nostri simboli sono, oltre alla falce e martello, i volti dei grandi uomini della nostra storia: perché non aggiungervi il volto di una grande donna della nostra storia, il volto di Camilla Ravera, che fu anch’ella segretaria del partito e che sull’ “Ordine nuovo” scrisse, proprio nel 1921: “la donna libera dall’uomo, tutti e due liberi dal capitale”? I nostri riti sono i Comitati centrali, i congressi, i convegni, le manifestazioni nelle vie e nelle piazze: perché non celebrare questi nostri riti con un più equilibrato rapporto tra compagni e compagne?

Passiamo ora al tema delle politiche di genere (attività, iniziative, modificazioni statutarie, ecc.)

All’assemblea di Organizzazione di Bolsena avevo relazionato sulle attività dell’A.Do.C., numerose e portate avanti da pochissime compagne. E gli uomini del partito? Pochi di loro hanno sostenute le proposte e le iniziative delle compagne. Un esempio. La liberazione delle donne, che la nostra tesi congressuale considera prospettiva comunista, passa in primo luogo attraverso la completa riappropriazione del proprio corpo da parte delle donne stesse; il servizio che agevola tale riappropriazione è costituito dai consultori pubblici, gratuiti e diffusi uno ogni 20.000 abitanti nelle aree urbane e uno ogni 10.000 nelle zone rurali; eppure ho dovuto insistere perché i consultori fossero inseriti nella nostra piattaforma nazionale sulla salute e sulla sanità.

Nel settembre 2018 avevamo messo a punto come A.Do.C. un breve e incisivo appello da inviare a tutte le iscritte per cercare di coinvolgerle nell’attività dell’A.Do.C. e – QUINDI – del partito; avevo scritto innumerevoli volte ai segretari regionali per avere da loro l’elenco delle compagne con rispettivi indirizzi email e Comune di residenza, suddivise per federazioni. All’inizio ritenevo di poter ricevere questi dati in uno, due mesi; ci ho messo un anno – dodici mesi – e comunque due strutture si sono rifiutate di darli. A quel punto non ho inviato l’appello perché ormai subissata da altri impegni e da altre attività. Ritenevo che ogni segretario regionale avesse l’elenco degli iscritti suddiviso per federazione, da cui estrapolare celermente gli elenchi delle iscritte. Allora non era così. E adesso? Adesso come gruppo di rilancio dell’ A.Do.C. vogliamo nuovamente inviare un nostro appello, per coinvolgere tutte le iscritte in ambito nazionale in primo luogo nelle elezioni amministrative, che riguardano le principali città italiane e moltissimi altri Comuni. Vi riproponiamo di darci celermente, nel giro di un mese, gli elenchi delle iscritte 2020 suddivise per federazioni e ambiti regionali; lo ripetiamo, per coinvolgere le iscritte – quelle esistenti, possibilmente qualche nuova e magari anche qualche ex iscritta – in compiti per il nostro partito assai gravosi, che in molti territori riguardano perfino la raccolta delle firme.

C’è poi la proposta dell’A.Do.C. di elaborare e diffondere un volantino dedicato specificatamente alle donne in ogni consultazione elettorale in cui ci presentiamo da soli o in liste in cui compaia il nostro simbolo, in modo che sia chiaro e ben visibile che questo strumento innovativo è nostro e solo nostro. Nessun partito e nessuna lista prende in considerazione le donne e, se lo fa di striscio solo in programmi elettorali di 20 pagine o più, concretamente non serve a niente. Occorre andare oltre la ristretta cerchia di chi si occupa sempre di politica. Occorre volantinare.

Come compagne dell’A.Do.C. avevamo elaborato, in una riunione romana del gennaio 2018, un bellissimo volantino per le elezioni politiche, poi approvato ufficialmente dalla direzione nazionale (di cui faccio parte) come materiale elettorale NAZIONALE del partito: volantino intitolato “La politica ha bisogno delle donne/ giovani e anziane/ per migliorare scuola, lavoro, pensioni, salute, ambiente/ il mondo intero!”. Il volantino ovviamente conteneva anche il logo di “Potere al Popolo” , dato che ci presentavamo in tale lista, ma conteneva anche, bello grande e a colori, il nostro simbolo e la dicitura “Le donne del Partito Comunista Italiano invitano a votare Potere al Popolo”.

In sostanza, anche quando ci presentiamo in coalizioni, nulla vieta che facciamo – rispettando la coalizione – VOLANTINI DI PARTITO, con le nostre proposte, i nostri slogan, il nostro simbolo. A Milano, con il pieno appoggio dell’allora segretario Vladimiro Merlin, il volantino era stato stampato in 10.000 copie e distribuito quasi completamente, da me e da alcuni compagni. Era stata una esperienza molto gratificante. Spesso le donne tendevano a rifiutare il volantino, ma quando dicevo: “ma è proprio e solo per le donne” , sorridevano e lo accettavano volentieri. Un’esperienza analoga era stata fatta per le elezioni comunali a Sesto San Giovanni.

Ho più volte chiesto di sapere se altre realtà avevano utilizzato tale volantino nazionale. Nessuna risposta. Ho proposto volantini regionali, tarati sulle singole realtà, per le elezioni in Umbria, Emilia Romagna, Toscana, Veneto, Puglia. Un volantino regionale è stato realizzato solo in Umbria e in Toscana: avevo chiesto di sapere in quante copie, come e quando distribuite, con che costi, anche in questo caso senza ottenere alcuna risposta. Per Emilia Romagna, Puglia e per le comunali di Brescia mi era stato detto che non c’erano soldi per farlo. Per il Veneto il volantino era stato distribuito da noi solo via email in quanto Rifondazione, in coalizione con noi, non era d’accordo. A mio parere sarebbe stato utile distribuirlo anche in forma cartacea, mettendo in evidenza il nostro simbolo, insieme – ben inteso – a quello della lista. Per quanto riguarda i soldi, far stampare 10.000 volantini a colori da una copisteria tramite computer a Milano costa circa 180 euro: possibile che in altre realtà ci siano costi per noi proibitivi? Se chiedo ai compagni umbri e toscani di indicare quanti volantini hanno fatto stampare e con che costi, lo faccio SOLO perché possiamo cercare di capire e di affrontare COLLETTIVAMENTE le difficoltà. Io cerco di portare avanti l’incarico affidatomi nel modo migliore che mi riesce ritenendo di agire in un soggetto collettivo, in cui vi sia rispetto e fiducia tra compagni e compagne. La continuativa mancanza di risposta è MANCANZA DI RISPETTO, oltre che mancanza di fiducia.

Ultimo esempio: ho scritto più volte ai segretari regionali, mettendo in copia le compagne dell’A.Do.C., perché indicassero quante copie vogliono del libro degli atti del convegno NAZIONALE su donne e politica. Il materiale è pronto per la stampa ed è molto interessante: saggi su Rosa Luxemburg, Aleksandra Kollontaj e Camilla Ravera, una comunicazione della segretaria generale della FLC-CGIL metropolitana milanese più varie voci dal variegato movimento delle donne. Per rafforzare i nostri contatti tra donne abbiamo chiesto due cartelle di presentazione alla presidente della Casa Internazionale delle Donne di Roma. Il libro è dunque un utile strumento su cui costruire iniziative politiche di donne e uomini; un utile strumento di comunicazione e di propaganda, che costa indicativamente 3 euro a copia e che può essere rivenduto anche a 10 euro, che è il prezzo di copertina. Ho ricevuto l’indicazione del numero di copie richieste solo dalla Puglia, dalla Toscana e dalle Marche perché si sono attivate le compagne, e, sempre per merito di compagne, dalle Federazioni di Catania e di Padova e da una sezione di Torino. Perché, anche in questo caso, risuona l’assordante silenzio dei compagni? Richiedo nuovamente di indicare, in una quindicina di giorni, PER FAVORE, quante copie volete, per poter passare alla fase della stampa. E’ bene comunque chiarire alcuni aspetti.

Non avevamo coinvolto i compagni nel convegno su donne e politica per una scelta precisa: per non creare una barriera, più o meno cosciente, alla partecipazione di compagne dei luoghi delle donne e del movimento delle donne. Vi coinvolgiamo adesso nell’acquisto e nell’utilizzo degli atti perché il libro del convegno, pur essendo frutto del lavoro SOLO delle compagne, comunque delle compagne del nostro partito e NON di altre, è uno strumento di TUTTO il partito. Poiché il PCI non ha una sua casa editrice, per la stampa abbiamo scelto, nella rosa di quelle di sinistra che conosciamo, quella che ci dà maggiore affidamento. Abbiamo ritenuto che gli atti avrebbero ottenuto maggiori possibilità di utilizzo se raccolti in un vero e proprio libro autonomo, piuttosto che se pubblicati a scaglioni su Ragioni e Conflitti come inserti della rivista. Ragioni e Conflitti comunque promuoverà il libro, secondo modalità su cui stiamo riflettendo insieme al compagno Steri.

C’è poi la questione delle modifiche da introdurre nello Statuto per incentivare la partecipazione delle compagne agli organismi dirigenti: ne discuteremo come A.Do.C. più avanti. Per prima cosa è indispensabile operare da subito affinchè le compagne aumentino. Qui basta ricordare che nell’art. 1 del nostro Statuto si legge: “…il PCI considera particolarmente importante la partecipazione delle donne e delle ragazze alla vita del partito. Tutte le sue strutture sono impegnate perché si affermi la parità di genere nel partito, nelle istituzioni, nella vita pubblica…”.

Perché come A.Do.C. vogliamo più donne nel nostro PCI? Per il motivo affermato a conclusione della tesi congressuale: “posare un doppio sguardo di genere sul mondo per poterlo interpretare correttamente e integralmente, per poi agire con efficacia, è per noi la scommessa del XXI secolo, se vogliamo essere comunisti e comuniste”. Ci fermiano qui, tralasciando le altre proposte operative contenute nel documento dell’A.do.C.: a voi la parola, cari compagni e care compagne.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...