Storie di donne nella Resistenza: Ines Bedeschi

da Facebook

Ines Bedeschi non ha neanche trent’anni quando entra nella Resistenza.

Una delle staffette migliori nel comando unificato militare dell’Emilia Romagna. La sua casa è un punto di riferimento per i partigiani. Per tutti loro è Bruna. A lei vengono affidate missioni importanti ed è proprio durante una di queste che viene catturata dai nazifascisti. È il 23 febbraio 1945, la tengono prigioniera e la torturano per settimane. Lei, però, non parla. Lo ripete ogni sera ai suoi aguzzini. E sera dopo sera per un mese il suo corpo viene fiaccato e seviziato. “Non ho parlato e non parlerò” continua a dire. Come scriverà Renata Viganò: “La tortura non strappò dalla sua bocca rotta neppure un nome di compagno. Infuriati i tedeschi la portarono sulla riva del Po ma anche in un giorno di primavera che era fatica morire, Ines Bedeschi non sentì la voglia di salvarsi col tradimento”. Ines viene fucilata il 28 marzo 1945, il suo corpo gettato nelle acque del Po.

Da Storia e Memoria Bassa Romagna:

Figura molto nota nella Resistenza. Nata a Conselice il 31 agosto 1911 da una famiglia contadina, essa stessa colona. Sin dall’8 settembre 1943 aveva preso parte alla Guerra di liberazione nelle file della Resistenza emiliana. Nell’aprile del 1944, quando a Bologna si costituì il Comando unificato militare Emilia Romagna (CUMER), Ines Bedeschi, con il nome di “Bruna”, ne divenne una delle più valorose staffette. Imponendosi per intelligenza e audacia, Bruna portò a termine, sin quasi alla Liberazione, numerosi e delicati incarichi di fiducia. Dalla sua casa, uno dei tanti centri di ritrovo dei partigiani e dei loro comandi, usciva ogni giorno per adempiere al suo compito di staffetta, pedalando sulla sua bicicletta da Conselice a Ravenna, Rimini, Forlì, Bologna, portando alla tipografia clandestina il materiale da stampare, le notizie e le circolari nelle varie zone. Dopo aver corso tutto il giorno in mezzo a mille pericoli, lei volle imparare a scrivere a macchina e dedicò da allora lunghe ore della sera a battere a macchina relazioni e circolari.

Quando poi, fortemente sospettata e controllata, dovette allentare il suo lavoro di staffetta, ne soffrì enormemente e, per ragioni cospirative, fu deciso di trasferirla nel parmense. Qui continuò la sua lotta fino a quando, il 23 febbraio 1945, nella sua ultima missione, ad un solo mese dalla Liberazione, in quella che fu chiamata la giornata dell’Apocalisse, fu arrestata insieme a Gavino Cherchi e Alceste Benoldi dai nazifascisti inferociti per l’imminente disfatta. Per più di un mese fu sottoposta alla più indicibili torture. Ripeteva ai compagni quando la riportavano in cella stremata e disfatta dopo ogni interrogatorio: “Non ho parlato e non parlerò”. Così sino all’alba del 28 marzo 1945, quando i suoi aguzzini la fucilarono insieme ai suoi due compagni sulle rive del Po, in località Mezzano Rondani. I loro corpi furono gettati nel fiume e non furono mai ritrovati. Del loro eroico sacrificio resta un cippo commemorativo eretto dal Comune di Colorno presso il ponte sul fiume Po in località Mezzano Rondani.

Gianni Giadresco, nel suo libro “Guerra in Romagna 1943-1945”, espone i dati dell’impegno delle donne nella guerra di liberazione: 75.200 partigiane combattenti e collaboratrici della Resistenza, 623 cadute o fucilate, 2.750 deportate nei lager di sterminio, quasi 5.000 arrestate e torturate.
La vicenda di Ines Bedeschi e delle altre staffette partigiane attive in questa zona ispirarono il regista Giuliano Montaldo nella realizzazione del suo film “L’Agnese va a morire” (1976 sceneggiatura di Renata Viganò, tratta dal suo romanzo dal titolo omonimo). La instancabile attività di diffusione degli opuscoli stampati clandestinamente proprio a Conselice dalla stampante a ciclostile nascosta nel paese e oggi celebrata in un monumento, consolidò l’attività di lotta partigiana che qui era basata sulla appartenenza politica comunista.

A Conselice è visibile in Corso Garibaldi una lapide a lei dedicata il cui testo è stato redatto da Renata Viganò.

INES BEDESCHI ERA NEL FIORE DELLA VITA
E TUTTA INTERA VOLEVA VIVERLA
INVECE LA DETTE DA PARTIGIANA
AD OGNI COSA PIU’ CARA RINUNCIO’ CHE NON FOSSE LA LOTTA
DALLE SUE VALLI E MONTI DI ROMAGNA
ANDO’ DOVE ERA MAGGIORE IL BISOGNO
LA PRESERO I NAZISTI FEROCI E SPAVENTATI
LA TORTURA NON STRAPPO’ DALLA SUA BOCCA ROTTA
NEPPURE UN NOME DI COMPAGNO
INFURIATI I TEDESCHI LA PORTARONO SULLA RIVA DEL PO
MA ANCHE IN UN GIORNO DI PRIMAVERA CHE ERA FATICA MORIRE
INES BEDESCHI NON SENTI’ LA VOGLIA
DI SALVARSI COL TRADIMENTO
RENATA VIGANO’

31 AGOSTO 1914 – 28 MARZO 1945

Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria con la seguente motivazione:

“Spinta da ardente amor di Patria, entrava all’armistizio nelle formazioni partigiane operanti nella sua zona, subito distinguendosi per elevato spirito e intelligente iniziativa. Assunti i compiti di staffetta, portava a termine le delicate missioni affidatele incurante dei rischi e pericoli cui andava incontro e dell’assidua sorveglianza del nemico. Scoperta, arrestata e barbaramente torturata, preferiva il supremo sacrificio anziché tradire i suoi compagni di lotta.”

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