Volti di donne nella Resistenza ferrarese: Partigiane n. 31 e n. 32

Siamo ormai in dirittura d’arrivo con la Mostra di Delfina Tromboni, sono 32 pannelli in tutto.

Matrimoni in brigata 2.

Poi ha detto: ci vedremo … Anche Dirce è giovane , quando, ventitreene, insieme alla guerra e alla Resistenza incontra l’amore:“Gianni era vestito in modo vergognoso – ride ricordando il primo incontro con l’uomo a cui farà da staffetta e che un paio d’anni dopo la liberazione diventerà suo marito – bicicletta scassata, vestito male … Però io quest’uomo, quando l’ho sentito parlare, sono rimasta incantata … Poi non so dopo quanto tempo l’ho rivisto o magari andavo là, ma era tardi la sera quando uscivo dall’ufficio, lo vedevo, consegnavo e scappavo … Poi lui è stato arrestato in quel periodo là, si trovava sulla strada di Copparo, a Ponte Travagli, con Raffaele Servello, il pretore che collaborava con i partigiani, arrivò la macchina della polizia che era una Wolksvagen nera … andò lì, erano nel fienile a parlare, cercavano Servello, han trovato Buzzoni, han portato via tutti e due. Io lì conoscevo già Gianni, la terza volta che lo hanno arrestato lo conoscevo già Gianni. Quindi mi han detto: “Attenzione, non fare più niente perché lo hanno arrestato”.. Gianni era Gianni Buzzoni, che sarebbe diventato il primo Sindaco di Ferrara. Negli ultimi mesi prima della liberazione lavora nella tipografia clandestina, in una casa di Via Vittoria. Dirce gli porta spesso “roba da mangiare”, e così continua a vedere quest’uomo che l’ha affascinata fin dal primo momento e la tiene d’occhio da lontano:“E dopo, alla fine della guerra mancava poco, io mi ricordo che era domenica, andavo a mangiare da mia sorella, ho incontrato Gianni che mi dice: “Ma dove sta andando?”, perché ci si dava del lei, una volta, anche se … mica del tu… Allora dico “Vado da mia sorella” e lì ha cominciato a farmi dei complimenti. Poi ha detto: “Ci vedremo” e poi è andato per i fatti suoi, e io per i miei… E’ soltanto con la liberazione che Dirce e Gianni potranno concedersi il lusso del corteggiamento e, infine, il matrimonio.E’ stato bellissimo, ci siamo innamorati … Come se la fine della guerra desse la stura a sentimenti e possibilità inedite anche sul piano dei sentimenti, anche per Velia Evangelisti è il giorno stesso della liberazione a fare da galeotto nella sua storia d’amore con Giuseppe Caleffi: è come un’esplosione di gioia, che Velia, partigiana e staffetta, insignita di Croce al merito di guerra, restituisce nel suo racconto in un tutt’uno, senza separazioni tra privato e politico, tra eventi pubblici ed eventi personali:”Caleffi , avevo vent’anni, l’ho conosciuto il giorno della liberazione, siamo stati fidanzati due anni. Io quel giorno lì ero andata a Ferrara da sola, con la striscia tricolore. Al ritorno mi raggiunse una macchina piccolina, sopra c’erano Boris (nome di battaglia di Sabitai Coen, capo partigiano nel Bondenese) ed altri che non conoscevo. Con Boris avevo avuto solo rapporti di lavoro nella Resistenza, ha dormito a casa nostra, ma tutto pulito, tutto onesto … quel giorno lì mi ha riconosciuto, si è fermato e ha voluto caricare la bicicletta sulla macchina e per legarla ha fatto togliere le cinture dei pantaloni a quelli che c’erano sopra. Tutto per farmi una cortesia … siamo arrivati nel paese di Caleffi, lì ci siamo divisi, io ho ripreso la mia bicicletta per tornare a casa, ma dalla Casa del popolo uscirono dei ragazzi che erano partigiani e fra loro c’era lui …. Mi ricordo che Caleffi diede qualche ordine, però io non ci ho badato e sono andata a casa. Dopo, con l’attività che si cominciava a fare, costituito il partito, l’UDI, la sezione reduci partigiani, eravamo tutti in una camera dell’ex Casa del fascio di Bondeno. Abbiamo cominciato a parlare, eravamo intrigati nei movimenti, facevamo le riunioni insieme … Piano piano, io mi sono innamorata, innamorata cotta. E’ stata una panna montata, è stato bellissimo, ci siamo innamorati…”Il matrimonio arriva nel dicembre 1947. Per pagarsi la dote, Velia torna “alla monda”, il lavoro che già da ragazzina aveva conosciuto seguendo la madre in risaia.

Matrimoni in brigata 3.

Dopo, lui veniva a trovarmi …Un campo di lavoro in Germania può sembrare l’ultimo posto in cui si possa pensare all’amore, non soltanto per la violenza delle condizioni bestiali di vita, ma anche perché l’amore richiede quasi sempre una disponibilità ad investire nel futuro che può apparire incompatibile con l’esperienza dell’internamento. Già abbiamo visto un amore sbocciare così: quello tra Anna e Sauro. Iris Salvador, che ho intervistato nel 1996, è arrivata in campo di lavoro dopo essere stata individuata per la sua attività di partigiana nel Friuli. Aveva 19 anni. Qui ha conosciuto quello che sarebbe poi diventato suo marito, Felice Guerzoni, partigiano ferrarese finito in quel campo sull’Oder dopo essere passato per quello di Fossoli, vicino Carpi. Felice lavora nella fabbrica del campo. Iris, dopo varie peripezie, nella sartoria esterna. Con le coperte dei letti lei cuce di nascosto pantaloni per il gruppetto di ferraresi che sta con Felice “e questi qua ci guardavano, ‘sti ragazzi, perché eran tutti giovani, tra l’altro, e così è cominciata”. Il 20 gennaio 1945 il campo viene evacuato e fino al 14 febbraio uomini e donne marciano forzatamente nella neve, vengono caricati sui treni, arrivano a Lipsia ormai quasi rasa al suolo. Qui i tedeschi separano le coppie e le famiglie dai singoli e Iris, nonostante le insistenze di Felice, non se la sente di farsi passare per sua moglie: è così che le loro strade si separano ed il ritorno in Italia li vede uno da una parte e una dall’altra.Liberata il 18 di aprile, Iris arriva a casa il 1° settembre “perché quella tradotta maledetta nessuno ai confini la voleva”:<<Non ti dico quando sono arrivata l’emozione, la gente che è venuta, tutto il paese, è stata una cosa bellissima, dal punto di vista … Mio padre fa’: “Guarda qua quanta posta! Io ho risposto a uno solo, perché mi sembrava quello che..”Quell’uno era Felice , la cui lettera ancora Iris conserva “tanto gelosamente”. “Dopo, lui veniva a trovarmi. Lavorava in ferrovia, allora. Partiva alla notte e arrivava al mattino, in treno. Metteva la bicicletta sul treno, e arrivava…”

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