Dalle donne la forza della differenza – Come siamo arrivate fin qui.

di Marica Guazzora

Care compagne, una breve introduzione per raccontarvi come siamo arrivate ad oggi. Pensando che la Prima Conferenza nazionale delle donne del Partito Comunista d’Italia (quello del 1921) fu organizzata a Roma il 26 marzo del 1922 da compagne “cattedrali” come Camilla Ravera, Teresa Noce, Rita Montagnana, …. come non sentirsi dei brividi lungo la schiena… ma non voglio togliere spazio alle altre compagne che intendono intervenire e quindi cercherò di non farla troppo lunga. Premetto che ognuna di noi ha vissuto questa esperienza probabilmente in modo diverso. Io ve la racconto così:
C’era una volta il Partito dei Comunisti italiani che nel suo I Congresso aveva messo nello Statuto “E’ istituita l’assemblea nazionale delle donne a livello nazionale e territoriale.”, proprio all’articolo 18. (…Pensate l’ironia rispetto all’oggi..)
E si tenne anche l’assemblea nazionale, quella che portava lo slogan molto bello “dalle donne la forza della differenza” slogan che abbiamo usato anche noi per questa nostra prima assemblea. Era stampato sul quel bellissimo manifesto della ragazza che sventola la bandiera rossa che oggi viene utilizzato per le assemblee sulla ricostruzione del Partito comunista. Uno splendido utilizzo.
Ma questo articolo 18 messo nello Statuto aveva forse significato che la questione di genere era entrata a pieno titolo nella nostra storia di comuniste e comunisti? Nel nostro dibattito? Nel nostro agire politico? No. Ma era già un piccolo passo avanti.
Il gruppo dirigente nazionale del partito decise anche che il Comitato centrale doveva essere composto dal 50% di compagne e 50% di compagni. Ve la dico così, in modo schematico. Era cosa giustissima se si fosse limitato il numero. Invece ci chiamarono, e lo ricordo bene quel congresso perché c’ero, per avere nomi di compagne a valanga e che nemmeno lo sapevano di esservi inserite, perché non erano diminuiti i nomi dei compagni per poter inserire quello delle compagne, come sarebbe stato logico fare, ma erano semplicemente state aggiunte le donne.
I compagni difficilmente fanno un passo indietro.
Così ci ritrovammo ad avere un Comitato centrale di oltre 500, assolutamente inutile e ingestibile, tant’è che venivamo convocati una o due volte l’anno. E anche questo 50 e 50 non aveva significato comunque che la questione di genere fosse entrata a pieno titolo nella nostra storia. Nemmeno quella volta.
Perché se è vero che il partito partecipava il più delle volte non in modo particolarmente organizzato, ma con lo spontaneismo delle compagne, a tutte le iniziative “canoniche” come l’ 8 marzo, la difesa della 194, contro la violenza sulle donne, contro la guerra, in solidarietà con le donne dei paesi colpiti dal capitalismo guerrafondaio, e le compagne nelle istituzioni e nei territori prendevano parola, e facevano anche i fatti, il partito nel suo complesso era muto.
Quasi sempre la nostra partecipazione alle manifestazioni, ai cortei avveniva con i movimenti delle donne. Anche questi non hanno sempre avuto giorni felici, anzi, hanno attraversato e attraversano momenti difficili e ci sono stati anche lunghi silenzi. Ricordo quando decidemmo che era ora di riprenderci tutte la parola in quella grande manifestazione che si chiamava appunto “Usciamo dal silenzio” e poi in seguito più recente nell’era Berlusconi, in un sussulto di dignità calpestata, decidemmo anche noi “Se non ora quando?”. Ma la difficoltà di tante compagne del nostro partito alla partecipazione ai cortei del movimento, per chi femminista non è, è soprattutto derivata dall’impossibilità di marciare con i nostri simboli di partito, ed è una limitazione che è venuta avanti negli ultimi anni, non solo dal movimento delle donne, ma anche da tutti gli altri movimenti, antifascismo compreso. Così come un certo tipo di linguaggio “politichese femminista” non ha mai aiutato la comprensione delle politiche di genere, anzi, secondo il mio punto di vista, le ha danneggiate portando sovente anche a discussioni laceranti e ad abbandoni.
Nel 2010 il documento politico del Congresso fondativo della Federazione della sinistra riportava una parola che sembrava far tremare le vene ai polsi ai compagni del nostro partito. Era la parola “patriarcato”, e ci furono discussioni tra differenza e lotta di classe, anche nella Federazione di Torino.
Eppure è pensiero di Marx e Engels che “la lotta di classe non rinvia solo ed esclusivamente al conflitto tra la borghesia e il proletariato. Quest’ultimo pertanto non è l’unica forma possibile della lotta di classe ma una delle possibili forme che essa può assumere concretamente nelle diverse epoche storiche. Riconoscere la dimensione plurale della lotta di classe significa almeno ammettere che le tre grandi lotte di classe emancipatrici sono: 1) la lotta per l’emancipazione del proletariato; 2) la lotta per l’emancipazione delle nazioni oppresse; 3) la lotta per l’emancipazione della donna.”
Come spiega chiaramente il compagno Domenico Losurdo nel suo libro intitolato appunto La lotta di classe.
Occorre superare quel pregiudizio che viveva anche dentro il Pci che non è possibile accettare una ideologia che individua nel dominio dell’uomo sulla donna una delle caratteristiche fondamentali della società.
Nel VI Congresso del PdCI il documento politico poneva finalmente le basi anche per una discussione di genere con il capitolo Questioni di genere e questioni di classe di cui vale la pena ricordare qui le ultime righe:
I sessi sono due comunque esplichino la loro identità sessuale. Posare uno sguardo sessuato sul mondo per interpretarlo correttamente vale per le donne come per gli uomini. E’ questa la scommessa del XXI secolo. Se vogliamo dirci marxisti. E comunisti.
Ma a quel congresso lo Statuto, che ci era stato consegnato al momento di votarlo e quindi senza la possibilità di discuterlo prima, cancellava l’Assemblea nazionale delle donne comuniste e per la verità anche l’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori. Nonostante gli interventi delle compagne, la maggioranza non ritenne necessario ripristinarla e al momento di votare l’intero Statuto alcune di noi votarono contro o si astennero. Decidemmo subito che avremmo lottato non solo per riavere nello Statuto l’assemblea nazionale delle donne comuniste ma per aprire finalmente una riflessione seria che portasse tutto il partito a riconoscere nella questione della differenza una delle questioni su cui si ricostruisce un partito comunista.
Ci siamo incontrate, ognuno con le proprie esperienze anche molto diverse tra di loro, abbiamo cercato di metterle insieme e abbiamo costituito il gruppo promotore A.do.C . (Assemblea donne comuniste) interloquendo tra di noi in modo quasi quotidiano attraverso le mail. Abbiamo fatto riunioni dalle quali sono scaturiti documenti e incontrato il Segretario nazionale di allora Oliviero Diliberto, spiegandogli le nostre ragioni.
E ci siamo candidate con Rivoluzione Civile per portare anche lì la nostra voce di donne nella campagna elettorale.
Al VII Congresso straordinario abbiamo presentato un lungo emendamento dal titolo: Un partito di donne e di uomini, per donne e per uomini che è stato discusso e votato nei nostri congressi di Sezione e di Federazione ottenendo più del 70% dei consensi, così che al Congresso nazionale è stato approvato alla quasi unanimità. Per la verità presentammo anche come emendamento le poche righe che ho riportato prima su Questioni di genere e questioni di classe ma questo non venne accettato già dai presentatori del Comitato Centrale. Non venne riconosciuto nonostante lo avessimo già votato nel documento del precedente Congresso.
C’è poi stata di recente la Conferenza nazionale di organizzazione e anche lì siamo intervenute portando le nostre idee di comuniste.
In questi tre anni abbiamo avuto “quasi” il riconoscimento del nostro lavoro, ne parliamo, scriviamo sui siti locali e sul sito nazionale del partito e di marx21, interveniamo, anche attraverso la comunicazione dei giornali che abbiamo prodotto e poi del nostro blog donneinrosso e in rete, via fb, via twitter. E ultimamente quando ci è stato presentato lo Statuto del Partito Comunista d’Italia e questa volta prima, via mail, abbiamo potuto finalmente far rimettere l’Assemblea nazionale delle donne comuniste al posto che le spetta di diritto e abbiamo anche femminilizzato lo Statuto che è diventato davvero e per la prima volta nella storia del nostro partito lo Statuto di un partito comunista di donne e di uomini. All’art. 3 La struttura del Partito si legge: L’Assemblea nazionale delle donne comuniste concorre all’elaborazione della linea del partito per quanto attiene alle tematiche di genere nel loro intreccio con la politica complessiva; può articolarsi anche in assemblee regionali e territoriali, a supporto dell’elaborazione, delle scelte e delle attività dei rispettivi organismi dirigenti del partito.
Passo dopo passo, quanti passetti avanti e qualcuno anche indietro! Perché ancora troppe poche donne sono negli organismi dirigenti a tutti i livelli, ancora troppe poche compagne sono iscritte al partito, e questo ce lo siamo detto e lo abbiamo scritto, non deve essere un problema nostro, ma deve coinvolgere tutto il partito..
Quali passi futuri dunque? Come concorrere all’elaborazione della linea del Partito? Occorre analizzare la situazione complessiva. Pensare di lavorare su due livelli.
Il primo è partire dalle cose concrete. Attraversiamo momenti drammatici, viviamo una crisi devastante dove non si vede futuro, con la guerra alle porte dell’Europa, e un governo antidemocratico che calpesta la Costituzione e i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.
Abbiamo visto un inesorabile arretramento non solo sul rispetto dei diritti acquisiti, ma anche sulla conquista di nuovi. Basti pensare al numero crescente di obiettori di coscienza che allunga i tempi per l’aborto, agli scarsi servizi di sostegno alla maternità, a una legge sulla fecondazione svuotata dalle sentenze. Ebbene, occorrerà decidere come lavorare anche su questi temi. La difesa della legge 194 così come l’abbiamo conosciuta non basta più. Occorrerebbe riuscire a impedire l’obiezione di coscienza, magari chi obbietta potrebbe essere spostato in un altro reparto? Si tratta di un lavoratore che non vuole svolgere il suo compito e di solito si tratta di una scelta di puro opportunismo.
La precarizzazione crescente ha resa drammatica la questione lavoro, leggi importati come l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, cancellate dal governo Renzi. Mobbing legalizzato per i padroni. La possibilità di fare contratti brevi rinnovabili più volte consentirà ai datori di lavoro di ignorare per vie legali la norma sui licenziamenti durante il periodo protetto e non saranno più necessarie le tremende dimissioni in bianco e nemmeno occorrerà sapere indagare al momento dell’assunzione se la lavoratrice intende diventare madre, basterà fare contratti brevi rinnovabili più volte e non rinnovarli alla scadenza al momento della gravidanza. Così le donne non matureranno più il diritto alla maternità piena e faranno ancora più fatica a trovare il nido per il bimbo, mentre già la scarsità di fondi pubblici rende la possibilità di un posto al nido facile come vincere alla lotteria.
E se parliamo della violenza sulle donne, del femminicidio, dopo l’approvazione della legge a che punto siamo? Funzionano i Centri antiviolenza? Hanno i fondi necessari per andare avanti? Renzi ha dato un brutto colpo demolitore anche a quelli. Nonostante le tante chiacchiere il nuovo Piano nazionale antiviolenza sulle donne è scaduto da un anno. La consigliera del governo per le pari opportunità aveva assicurato dallo scorso novembre che entro gennaio sarebbe stato operativo, destinando 19 milioni + altri 7 al mantenimento dei centri e associazioni antiviolenza ma è passato gennaio, è passato anche febbraio, siamo a metà marzo e tutto tace.
Solo per fare qualche piccolo esempio perché problemi verso i quali indirizzare il nostro lavoro ce ne sono tanti, sia nei territori che a livello istituzionale, là dove è possibile perché ci siamo, senza scordare le questioni internazionali dove deve essere tangibile la nostra solidarietà di comuniste, con la nostra visione del mondo, come peraltro stiamo già facendo anche attraverso donneinrosso soprattutto per merito di Milena Fiore e di Ada Donno, bisogna dirlo.
Ma in una fase così pesante di arretramento culturale che ha inciso profondamente nelle coscienze delle persone non si può semplificare l’approccio al solo “fare” secondo i nostri bisogni e questo è il secondo livello su cui lavorare, cioè affrontare le contraddizioni che sono alla base della scelta di perseguire politiche di genere, quelle contraddizioni che pesano nei comportamenti del nostro partito. Se il nostro obiettivo centrale è quello di recuperare una militanza politica non “autoreferenziale” ma finalizzata agli obiettivi di emancipazione sociale la nostra partecipazione all’impegno politico non può essere neutra.
Io credo che sia necessaria una sorta di “alfabetizzazione” non solo per i nostri compagni ma anche per noi, perlomeno io sento di averne bisogno e mi ci metto, per quanto riguarda per esempio il pensare all’organizzazione di un seminario di genere che ci veda approfondire questi temi nel solco della ricostruzione del Partito comunista e quindi allargata ad altre comuniste e comunisti firmatari dell’appello, ma anche non firmatarie, per perseguire le linee guida dei documenti che abbiamo prodotto e dell’emendamento congressuale.
E quindi nel prossimo futuro pensare ad una Assemblea nazionale aperta a tutte e tutti da tenersi più avanti, perché parlarsi tra donne è molto bello e continueremo a farlo, ma poi è nel partito fatto soprattutto di uomini, che ci dobbiamo confrontare.
Per arrivare a concludere. Vediamo che oggi associazioni nascono e muoiono nello spazio di pochissimo tempo, appelli fioriscono come le rose a maggio e sfioriscono nella stessa stagione, il rischio della cancellazione dei comunisti e delle comuniste è forte, ma come scriveva giorni fa una nostra compagna, dobbiamo mettere le ali, e io sono sicura che le comuniste sanno come si fa a mettere le ali e a volare alto, lo hanno imparato non solo dalla politica, ma dalla pratica quotidiana, nella vita di ogni giorno. Mettono le ali per essere in grado di occuparsi contemporaneamente del lavoro che c’è , o del lavoro che non c’è, dei figli, della casa, della cura agli anziani e di far quadrare il bilancio familiare.
Volare alto nel progetto del nostro partito, nella ricostruzione del Partito comunista, unire le comuniste e i comunisti dando gambe e cervello al partito di massa. Senza partire da questo dato, dalle donne, non si ricostruisce neppure un fronte della sinistra.
“Questo secolo ha avuto tre grandi rivoluzioni: quella sovietica e cinese, il movimento anticoloniale degli anni cinquanta e il movimento delle donne.” Queste parole sono impresse nella mia storia di comunista e credo che siano significative anche per noi, per la ricostruzione del Partito comunista. Berlinguer era partito negli anni ‘50 da giudizi molto severi, sostenendo che le donne erano solo delle alleate della classe operaia ma nonostante una parte del Pci lo osteggiasse, era arrivato ad un’apertura totale mettendo le donne sullo stesso piano del proletariato con l’affermazione che “liberando se stesse contribuiscono a liberare tutta l’umanità”.
La nostra Prima Assemblea deve promuovere un “nuovo inizio” che vada nella direzione del superamento non già della “questione femminile” ma piuttosto della “questione maschile” che porta da sempre alcune compagne e compagni ad osteggiare le politiche di genere.
Ricostruire il Partito comunista, lo abbiamo scritto e detto per anni nei documenti dei congressi del Partito dei Comunisti italiani. Oggi che siamo il Partito Comunista d’Italia è arrivato il tempo di posare gli slogan, ma non le bandiere, e di mettere le ali alla pratica politica. Noi donne comuniste ci siamo.

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