Quell’intervista a Pietro Ingrao

di Manuela Palermi Presidente del Comitato Centrale del PCdI

Ho conosciuto bene Pietro Ingrao quando, da cronista di Liberazione, ebbi l’avventura di intervistarlo. Avventura, sì, perché tale fu. Allora a dirigere il giornale di Rifondazione comunista c’era LucBxZ3ZTYCUAAVOZmiana Castellina. Le dissi che avevo incontrato Ingrao alla Camera e gli avevo chiesto un’intervista. Lui s’era preso il mio telefono e m’aveva detto “ti chiamo io”. Luciana mi guardò con una certa meraviglia:  “davvero? ma non sarà facile, preparati”.

E infatti non fu facile. Ci vedevamo la mattina a casa sua, di tutto parlavamo meno che dell’intervista. C’eravamo incontrati tante volte ma non c’eravamo mai realmente conosciuti e lui diceva che dovevamo approfittare dell’occasione. Ma conduceva la conversazione in modo tale che si parlasse solo di me. Voleva sapere del perché  mi fossi iscritta ancora ragazzina al Pci, di come fosse stata la mia ventennale militanza nella Cgil, del perché me ne fossi andata, di quali fossero i miei affetti… Poneva le domande in modo diretto,  con quella sua voce brusca e gentile dalla cadenza dialettale. Quando ci lasciavamo tornavo al giornale esausta. Allora?, chiedeva Luciana. Allora niente, rispondevo io, è lui che fa l’intervista a me. Si vede che non ha ancora deciso, diceva Luciana.

Andò avanti in questo modo per quasi dieci giorni. Arrivavo a casa sua alle 9, mi dava un caffè e due biscotti, e non ci lasciavamo prima delle 12. A tratti provavo a porre domande che venivano regolarmente sventate. Finché un giorno non mi venne quasi una crisi di nervi. Gli dissi che non era il modo, che ero una comunista che scriveva per un giornale comunista e che ero lì per un’intervista, se aveva cambiato idea me lo dicesse e pace. Si fece una bella risata che mi consolò della mia intemperanza. L’intervista iniziò. Andammo avanti per cinque giornate consecutive, lui a parlare e io a scrivere (a mano, non voleva registrare). Aveva una straordinaria abilità nello schivare le domande che non gli piacevano; Io l’accusavo, lui negava, e ci si ritrovava a riderne assieme. Poi arrivarono i giorni della correzione dell’intervista. E fu il lavoro più difficile. Lui si fermava ad ogni riga, cambiava aggettivo, modificava la punteggiatura, inseriva concetti. Sembrava preso dall’ansia di modificare quello che pure mi aveva detto ed io, che ormai avevo preso confidenza, puntavo i piedi come un mulo. Un braccio di ferro terribile, durissimo, che ho il sospetto mi facesse vincere qualche volta per poi vincerlo quando voleva lui.  L’intervista occupò due pagine intere di Liberazione che allora aveva un formato gigante. Il giornale fu inondato di lettere, non sempre concordi, a volte neppure gentili, che lui volle leggersi una per una. Poi inviava al giornale commenti e considerazioni che discutevamo nelle riunioni di redazione. Credo che Luciana fosse da lui la più perseguitata, tanto che un giorno mi chiamò e mi disse che era necessario preparare un Forum perché Ingrao sentiva il dovere di rispondere pubblicamente alle critiche. Il Forum lo lasciai nella mani di Luciana, io ero sfibrata, non ce la facevo a ricominciare.

Quei giorni non li dimenticherò più. Non dimenticherò i tanti momenti di esaltazione e non dimenticherò un senso di incompiuto che mi rimase dentro per tanto tempo. Malgrado i giorni passati insieme, malgrado il rispetto e l’affetto, non sempre ero riuscita a condividere le sue scelte, le lotte che aveva “interrotto” e che io, appunto, consideravo incompiute. Quanto discutere su quella maledetta frase detta con tanta nettezza nell’aula magna della scuola di Ariccia: “occorre restare in mezzo al guado”… quel guado era il Pds. Perché, Pietro, per fare che? E si ricominciava da capo: lì c’è il partito, lì i militanti, lì la società, lì … Pietro Ingrao non ha mai rinunciato a lottare apertamente nel partito e per il partito. Ha lottato contro l’espulsione di quelli del manifesto accettando poi la decisione del Pci. Ha lottato contro la Bolognina, ma senza lasciare il Pci che diventava Pds. Eppure aveva – e non lo nascondeva in nessuna occasione –  un giudizio duro e preveggente di quel che stava accadendo e di quel che probabilmente sarebbe accaduto. Ma allora perché, Ingrao, perché?

Mi sono posta la stessa domanda quando ho saputo che ci aveva lasciato. Ho provato un dolore forte alla bocca dello stomaco. Ho voluto bene, molto bene, a quell’uomo. Nei giorni dell’intervista non ha mai tentato di fermare la mia durezza e la mia testardaggine. Quando si irritava lo faceva senza mai umiliarmi, senza mai mettermi di fronte al peso della sua storia e della sua esperienza. Ho creduto e credo di aver avuto con lui un rapporto speciale. Eppure non l’ho mai del tutto capito.

dal sito nazionale http://www.pcdi.it

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