“Fiabe in rosso”: un libro per bambini contro la violenza sulle donne e gli stereotipi di genere

Questo libro è dedicato a tutti i bambini del mondo perché non smettano mai di cercare un lieto fine per la storia della loro vita.

Fiabe in rosso di Lorenzo Naia e Roberta Rossetti – VerbaVolant Edizioni

C’era una volta un’illustratrice un po’ stramba, una di quelle fissate con le tematiche sulle donne, sulla loro indipendenza ed emancipazione. Un giorno la gentil donzella dal pennello magico saltò in sella al suo destriero e galoppò fino al castello in cui viveva un cocciuto autore di libri per bambini. Voleva convincerlo a crearne uno dai poteri straordinari: salvare tutti i bambini del regno da una vita spenta, infelice o sofferente. Lui, che da tempo portava avanti una campagna contro gli stereotipi di genere, ne fu subito felice e accettò di buon grado.  Perché il femminicidio non è un problema delle donne, è un problema di tutti. I due si misero subito a lavorare alacremente e iniziarono a tessere un filo rosso, uno di quelli sottili ma resistenti, che partiva da una Torino “profondamente rossa” per giungere fino al rosso delle arance siracusane: il filo era diventato una rete, che riuniva tante fiabe e proteggeva dalle cadute pericolose.

11990470_1611710869053637_5526519824881864622_nPerché?

“Fiabe in rosso” è un progetto nato a quattro mani contro la violenza sulle donne e gli stereotipi di genere. Si tratta di una breve raccolta di fiabe della tradizione, tutte con protagoniste femminili, ma con finali rivisitati. Perché ciò che ogni bambino dovrebbe imparare è che il finale della propria storia, il finale della propria vita, non deve essere scontato, non deve essere uno solo, non deve essere – soprattutto – già deciso da qualcun altro. La felicità non consiste necessariamente nel trovare il principe azzurro, ma nel guadagnarsi la propria strada e il proprio posto nel mondo.

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Ma se vogliamo combattere questa ottusa mentalità, questa visione della donna percepita come una proprietà, un destino prestabilito che non può sottrarsi ai propri compiti e alla volontà del compagno, dobbiamo schierarci contro tutti i tipi di stereotipi di genere. Educarci ad accettare la libertà di autodeterminazione che ciascuna persona possiede.

È la volontà di perpetuare gli stereotipi di genere, figlia di una cultura miope e maschilista, il terreno fertile su cui spesso crescono vite insoddisfatte, vite che vorrebbero fuggire ma che, ahimè, rimangono aggrappate a quella realtà a causa delle loro stesse radici. Ed è sempre la risolutezza nel congelare i ruoli sociali imposti, la benzina che, quando incontra la fiamma di un’affettività sconnessa che non è amore ma possesso, incendia le relazioni di violenza e sopruso.

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Spezzare un rapporto di vittima e carnefice non è per nulla semplice, lo sappiamo bene. E non è certo con un libro che si può sanare una modalità relazionale malata e violenta. Con un libro, però, si può educare ad un’affettività sana e costruttiva, questo sì. E l’arma più potente per contrastare fenomeni socio-culturali disfunzionali e pericolosi è proprio l’educazione delle nuove generazioni.

Perché le fiabe?

Generalmente non mi piace rimaneggiare un classico. Non solo perché è un’opera già compiuta in sé, ma anche perché, nel caso delle fiabe, i suoi elementi narrativi hanno una valenza simbolica e archetipica profondissima e modificare uno di essi significa perderne in qualche modo il senso. Allora perché farlo? Perché cambiare il finale di un racconto già tanto potente?

Le fiabe così come le conosciamo noi oggi, in realtà, sono solo alcune delle versioni che ci sono state tramandate, quelle che hanno potuto raggiungere il grande pubblico grazie alla loro raccolta sistematica ad opera di Jacob e Wilhelm Grimm e di Hans Christian Andersen. Ma la loro esistenza è stata resa possibile con il contributo di tantissime persone che nell’arco della storia le hanno raccontate, modificate, ricucite, adattate, ampliate a seconda del momento storico in cui prendevano vita e all’utilizzo che ne veniva fatto. Io ho voluto tuffarmi in questa corrente che ha attraversato i secoli, recuperando le versioni originali e, come un cantastorie d’altri tempi, tentando di riprenderne il valore fortemente pedagogico e di critica sociale.

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Maneggiando quei testi, la prima cosa che salta all’occhio è il loro essere spesso truci, cruenti, per certi versi ormai lontani dal gusto contemporaneo, ma i valori che racchiudono sono sicuramente senza tempo e, a differenza delle favole, sono prevalentemente ottimistici, che è l’atteggiamento che volevamo facesse da sfondo.

Come in ogni buona storia che si rispetti, non sono mancate matrigne cattive, streghe malvagie, regine dispotiche e… insidie per il loro autore! D’altra parte si tratta di classici della letteratura per definizione e sono stati senza dubbio i più impegnativi con cui mi sia dovuto confrontare finora! Il mio compito non era presentarne l’ennesima versione, ma provare a riattualizzarle consegnando loro un nuovo, importante messaggio da trasmettere ai piccoli (e meno piccoli) lettori.

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Perché queste fiabe?

Mignolina, Cappuccetto Rosso, Biancaneve, Rosaspina e Raperonzolo: ecco a chi abbiamo voluto affidare la militanza tra le schiere di chi non ci sta. Sono loro a guidare questa faticosa marcia metaforica che mira a lasciare un contributo forse non tangibile, ma certamente significativo nella lotta contro la violenza di genere.

Le trame, il linguaggio fortemente allegorico, gli elementi narrativi: ogni cosa mira a richiamare nel lettore la sensazione di una storia già sentita altre volte, fino alla svolta finale. C’è chi sceglierà di dedicarsi agli altri, chi a ciò che le piace, chi punterà su una solidarietà tutta al femminile, chi darà testimonianza di un amore profondo e consapevole, chi si salverà grazie alle competenze maturate… Ogni finale vuole raccontare una sfumatura di rosso differente.

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Perché queste fiabe tinte col rosso?

Il rosso è un colore primario, un colore che non lascia indifferenti. Ecco perché fin dall’antichità gli sono stati attribuiti molteplici significati e simbologie.

Noi l’abbiamo scelto innanzitutto perché è il colore dell’amore e della voglia di amare. E la voglia di amare è una forza che, per definizione, attrae e non respinge, unisce e non separa, costruisce e non distrugge. Una forza quindi che parte dalla vita per aggiungere altra vita. Solo questo tipo di amore ci interessa.

Ma c’è di più: in passato il rosso veniva spesso associato alla sfera maschile in quanto simbolo del coraggio e dello scontro (pensiamo anche a Marte, il pianeta rosso e il dio della guerra…). Con la nostra “scelta rossa”, vorremmo infatti raccontare una storia a tutti, femmine e maschi. Perché le donne questa battaglia la combattono già da tempo; ora è giunto il momento di sentire anche la voce degli uomini. Di quelli che non si ritrovano nell’equazione maschio = esercizio di forza, di quelli che vorrebbero ribellarsi a certe notizie di cronaca, di quelli che hanno capito che il problema si risolverà soltanto quando inizieranno a dare il proprio contributo.

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Ma il rosso è anche il colore del sangue, come raccontato dal progetto Zapatos Rojos (“Scarpe Rosse”, in spagnolo) dell’artista messicana Elina Chauvet, di cui questo libo vuole essere una citazione e un tributo al tempo stesso. Zapatos Rojos è un’opera di arte pubblica e partecipata, che ho conosciuto durante le sue tappe italiane. Nella fase finale assume la forma di un’installazione composta da moltissime paia di scarpe rosse da donna per denunciare l’omertà che avvolge la scomparsa e l’uccisione di centinaia di donne a Ciudad Juárez, in Messico, e per dire basta alla violenza di genere. Juárez, infatti, è stata tristemente ribattezzata “la città che divora le sue figlie” per i numerosissimi casi di violenza, rapimento o uccisione di donne e ragazze verificatisi a partire dal 1993. È qui che è stato utilizzato per la prima volta il termine “femminicidio”. Ed è sempre qui che, nel 2009, Zapatos Rojos ha preso vita, con un’installazione composta da 33 paia di scarpe; ogni paio rappresenta una donna e il segno che la violenza ha lasciato su di lei. È un atto di protesta e ribellione durante il quale ciascuno è invitato ad unirsi portando con sé un paio di scarpe da donna (se non sono già rosse, vengono verniciate in tempo reale dai partecipanti) e disponendole ordinatamente lungo un percorso urbano a mo’ di corteo silenzioso senza più le sue protagoniste. Un invito alla riflessione di grande impatto, ve lo assicuro, anche perché in sottofondo scorrono i racconti, letti da altre donne, di tutte coloro che in questi anni sono state vittime di assassini spesso ancora impuniti.

Ecco una foto che ho scattato durante la tappa di Torino, il 2 marzo 2013 in Piazza Castello:

299742_10200724389698372_763723634_nPerché queste fiabe tinte col rosso e illustrate con un collage?

Queste fiabe sono nate dalla somma di più contributi che si sono incollati l’un l’altro formando un’unica immagine; di qui la scelta grafica dell’illustratrice del libro, Roberta Rossetti: il collage, l’unione di più pezzi.

Le protagoniste sono state rappresentate con uno stile lontano dall’iconografia classica e stereotipata con cui siamo stati abituati a vederle.

Fondamentale la presenza di qualche dettaglio rosso, così come di alcuni inserti di carta da giornale e di un font giornalistico, come aggancio alla realtà e alla cronaca.

E alla fine? Beh… Vissero tutti felici e contenti, ovvio!

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Informazioni pratiche

Fiabe in rosso di Lorenzo Naia e Roberta Rossetti – VerbaVolant Edizioni

Età consigliata: dai 5 anni in su

Formato: 64 pagine – 17 x 24 cm – copertina flessibile

Testo in stampatello minuscolo

Data di pubblicazione: 2015

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