Luigi Longo, uno dei pilasti del Pci

Longo2“Nella vita di Longo si riflette la storia del Partito”
(Palmiro Togliatti)

L’intreccio tra la vita di Longo e la storia del Pci è strettissimo, tanto che in diversi momenti i due percorsi sembrano addirittura sovrapponibili. Dal Congresso di Livorno al dibattito sulla “svolta” del 1929, dalla politica di fronte popolare alla guerra di Spagna, dalla Resistenza alla costruzione del “partito nuovo”, fino all’assunzione della Segreteria del Partito nel 1964, Gallo è presente con un ruolo di protagonista in tutti i passaggi-chiave della storia del Pci.

La Prima guerra mondiale, la Rivoluzione d’Ottobre e l’influsso della propaganda socialista nelle fila stesse dell’esercito, contribuiscono alla presa di coscienza di Longo, che si iscrive alla Gioventù socialista nel 1920. A Torino egli ha modo di conoscere Gramsci: come giovane socialista, lo scorta spesso nel percorso tra la Camera del Lavoro e la redazione dell’“Ordine Nuovo”, e ha modo quindi di ascoltarne le riflessioni. Tuttavia su Longo – che intanto è diventato segretario del gruppo studentesco torinese – è forte l’influenza delle posizioni di Bordiga, viste come “taglio netto” rispetto a quella tradizione socialista che nella vicenda dell’occupazione delle fabbriche ha rivelato tutta la sua inadeguatezza. A Torino peraltro la collaborazione tra ordinovisti e bordighiani è molto stretta. Longo aderisce quindi naturalmente alla frazione comunista del Psi.

Longo assiste in prima persona alla fondazione del Partito comunista d’Italia, il 21 gennaio 1921, in quanto membro della delegazione torinese. Longo entra quindi nel Comitato centrale della Federazione giovanile comunista. Di fronte allo squadrismo fascista che avanza, promuove in Piemonte la formazione di squadre di difesa proletarie. È in questi mesi, dinanzi alla marea nera che dilaga con la complicità dello Stato senza trovare una risposta adeguata da parte del movimento operaio, che Longo matura il distacco dalle posizioni della sinistra bordighiana, cui imputa l’incapacità di concepire una politica di alleanze di stampo leninista, che consenta di opporsi al fascismo e riprendere il processo rivoluzionario.

Il primo viaggio a Mosca, nell’ottobre 1922, lo mette a contatto con la realtà internazionale del movimento comunista. Longo è tra i delegati della Fgcd’I al IV Congresso del Comintern. Tornato in Italia, assieme alla sua compagna Teresa Noce assume la direzione del giornale della gioventù comunista, “Avanguardia”, iniziando la sua vita di “rivoluzionario di professione”. Il Partito intanto, colpito dalla repressione fascista e infine messo fuori legge dal regime, inizia la sua attività clandestina. Per militanti e dirigenti è un cambiamento di non poco conto. Metodi organizzativi e modalità dell’iniziativa politica cambiano inevitabilmente; ogni quadro assume uno o più pseudonimi: da questo momento Longo è “Gallo”.

A partire dal 1926, Longo – ormai pienamente conquistato alle posizioni gramsciane – è responsabile del Centro estero della Fgcd’I, con Secchia alla guida del Centro interno. In questa veste trascorrerà vari mesi a Mosca come membro dell’Esecutivo dell’Internazionale giovanile comunista e componente della delegazione del Pcd’I presso il Comintern. Nelle discussioni che si sviluppano a Mosca e poi a Parigi sulla linea che il Partito deve adottare dinanzi alla fascistizzazione crescente del Paese matura la politica della “svolta”. Assieme a Secchia, Longo va a costituire una “nuova sinistra”, molto diversa da quella bordighiana, nell’ambito del gruppo dirigente. Prendendo le mosse dal “fallimento dell’Aventino” e dall’inesistenza in Italia di forze che possano lottare per una Assemblea costituente, Gallo chiede di abbandonare tale parola d’ordine, lanciata da Gramsci due anni prima: occorre “legare all’avanguardia proletaria per la lotta rivoluzionaria le masse che seguivano l’Aventino” – osserva – e a ciò “risponde la parola d’ordine del Governo operaio e contadino”. Come ricorderà lo stesso Longo, lui e Secchia “avevano la sensazione […] che qualcosa stava radicalmente mutando nella situazione del paese e che, perciò, piuttosto che appellarsi alla continuità di una linea politica” e a parole d’ordine poco mobilitanti, occorreva porre al centro il tema del potere, ribadire l’obiettivo di un cambiamento radicale, e soprattutto “mettere in primo piano la presenza organizzata del partito” in Italia.

Le posizioni di Gallo, a lungo in minoranza, diventano maggioritarie sul finire degli anni ’20. Ciò grazie ai nuovi sviluppi internazionali ma anche grazie alla capacità di quest’ultimo di criticare senza rompere, conservando sempre uno stile di rapporti franco e leale. Con l’appoggio di Secchia, ma anche di Ercoli, di Grieco e della Ravera, dunque, la svolta passa. Sarà proprio questa politica – pur con i suoi errori di valutazione sulla radicalizzazione delle masse e con gli alti costi umani che implicherà – a consentire quella capillare presenza dei comunisti nel Paese, e quell’emergere di una nuova leva di quadri, che saranno alla base della loro egemonia nella lotta antifascista e poi nella Resistenza.

A partire dal 1934, sulla base della correzione di rotta operata dal Comintern rispetto alla linea del “socialfascismo”, Gallo è protagonista della politica dei fronti popolari. Alla vigilia dell’aggressione fascista all’Etiopia, egli pone al gruppo dirigente del Pcd’I la prospettiva della creazione di un fronte popolare in Italia, ma anche l’obiettivo del “partito unico operaio”. “Il proletariato unito” – afferma – “è condizione per il raggruppamento attorno ad esso di tutti gli strati malcontenti della popolazione, di tutti quelli che vogliono farla finita con il […] fascismo”. Per Gallo, dunque – ora è lui a venire sulle posizioni di Togliatti – la rivoluzione italiana deve essere una “rivoluzione popolare antifascista”, in cui il proletariato sia alla testa di un fronte di alleanze più vasto. Il Patto consente inoltre ai comunisti italiani che operano in Francia di rafforzare la dimensione di massa della loro iniziativa.

Alla fine di agosto del ’36, poco dopo la sollevazione di Franco e lo scoppio della guerra civile, è già in Spagna, dove organizza la componente italiana di quelle Brigate internazionali che – dopo l’appello di Stalin a favore del governo repubblicano e sotto la spinta del Comintern – diventano un fenomeno di massa. In Spagna il “comandante Gallo” diventa leggendario e – come ha scritto Spriano – si rivela, “per il suo spirito pratico e per le sue doti umane”, l’uomo adatto a risolvere le situazioni più delicate. Il suo ruolo di ispettore generale delle Brigate internazionali, che raccolgono circa 50.000 volontari di 52 paesi, è innanzitutto un ruolo di direzione politica, che egli alterna ai frequenti rientri a Parigi per organizzare nuove partenze di volontari verso il fronte.

Terminata la guerra civile spagnola con la sconfitta della Repubblica, nel settembre 1939, con l’invasione tedesca della Polonia, inizia la Seconda guerra mondiale. L’Urss, al fine di guadagnare tempo, ha appena siglato un patto di non aggressione con la Germania. Per la Francia invece l’attacco tedesco è imminente. Per i comunisti che si trovano nel Paese la situazione è molto difficile; Longo viene arrestato lo stesso giorno dell’attacco tedesco alla Polonia. Dopo un mese di carcere, è recluso prima nello stadio Rolland Garros, poi nel campo di internamento del Vernet, dove rimarrà fino all’autunno del ’41. All’inizio del ’42 l’Italia fascista ottiene la sua estradizione. Confinato a Ventotene, Gallo ritrova molti altri dirigenti comunisti, da Pietro Secchia a Camilla Ravera. Il confino durerà fino alla caduta del fascismo, nell’estate 1943.

Appena libero, Gallo è tra i principali promotori della Resistenza: il suo Promemoria sulla necessità urgente di organizzare la difesa nazionale contro l’occupazione e la minaccia di colpi di mano da parte dei tedeschi è il documento fondativo del movimento di liberazione. Assieme a Secchia, Gallo promuove e organizza le Brigate Garibaldi. Contemporaneamente è il principale dirigente del Pci nell’Italia occupata.

Dopo la Liberazione, Longo è tra i massimi dirigenti del partito nuovo. È tra i pochi a insistere sul tema della pianificazione di settori strategici dell’economia, esaltando forme di controllo dal basso e chiedendo la nazionalizzazione delle industrie chiave. Subito dopo, è eletto vicesegretario di Togliatti, con Secchia responsabile dell’Organizzazione. Negli anni seguenti, sarà deputato, alla Costituente e poi alla Camera, oltre che rappresentante del Pci nella riunione costitutiva del Cominform.

Siamo ormai all’inizio della guerra fredda e del duro confronto coi governi centristi. In quegli anni Longo è tra l’altro il principale animatore del giornale “Vie Nuove” che rappresenta un primo, avanzato tentativo di usare i mezzi di comunicazione di massa in termini popolari, divulgativi ma al tempo stesso con quell’intento di pedagogia politica e civile che caratterizzava il Pci. Dopo la strage di Modena, Longo chiede il divieto dell’uso di armi da fuoco da parte della polizia. L’attenzione di Longo è sempre rivolta alla tenuta democratica del Paese e ai suoi possibili progressi. Alla vigilia dell’VIII Congresso, è lui a definire la Costituzione come “il programma stesso del partito”, asse fondamentale della “via italiana al socialismo”.

L’asse con Togliatti-Longo è dunque decisivo per molto tempo, e al momento della morte del segretario, nel 1964, la successione appare naturale e scontata. Eletto segretario del Partito, Longo dà subito un’impronta nuova a questo ruolo, avviando una direzione collegiale in cui egli è una sorta di primus inter pares, e sforzandosi di svolgere una funzione di sintesi fra le diverse letture della “via italiana al socialismo” che subito emergono, polarizzandosi attorno alle figure di Amendola e Ingrao. Più che mediare, Longo cerca di valorizzare gli elementi più vitali delle proposte dei due dirigenti, superandone le unilateralità, e “legittimandone” la circolazione – e dunque la discussione, anche aspra – all’interno del Partito.

Apre ad un nuovo internazionalismo, che raccoglie e sviluppa la riflessione dell’ultimo Togliatti, tesa ad accentuare anche la critica ai “socialismi reali”. L’elemento principale dell’impostazione di Longo segretario è il tema della democrazia, inteso sia come lotta contro tutti i tentativi di involuzione autoritaria dello Stato, sia come affermazione del legame inscindibile fra lotta democratica e lotta per il socialismo, fra democrazia rappresentativa e forme di gestione diretta da parte dei lavoratori organizzati nei gangli vitali della società. Specie dopo il 1968 (anno in cui condanna l’invasione sovietica a Praga), egli rilancia con forza questa tematica, sottolineando ancora una volta la centralità della partecipazione e dell’iniziativa di massa.

Colpito da ictus alla fine del 1968, Longo sarà affiancato da Berlinguer come vicesegretario nel febbraio ’69. Comincia allora una nuova fase della vita del Partito e della sua stessa funzione dirigente. Negli anni successivi, Longo non mancherà di far sentire la sua voce, sia nel dibattito sulla Resistenza, sia nella fase della solidarietà nazionale, rispetto a cui prenderà una posizione critica, sottolineando i rischi di quella complessa operazione politica. Non c’è dubbio però che la linea berlingueriana, con pregi e difetti, nasca sotto l’impronta teorica di fondo di cui Longo è uno dei promotori, e su cui oggi occorrerebbe avviare una seria riflessione viste le degenerazioni e gli stravolgimenti a cui ha dato luogo.

Qualche parola infine va detta sullo stile di lavoro di Longo, quello che si chiamava il “costume di partito”; un elemento forse sottovalutato, ma che pure è stato decisivo nel fare grande il Pci. Uno stile fatto di modestia, anti-individualismo, fiducia nel lavoro collettivo, capacità di ascolto e di sintesi, critica e autocritica; uno stile sobrio e rigoroso, ma al tempo stesso ricco di fantasia e apertura. Qualcosa da cui i comunisti del XXI° secolo hanno ancora molto da imparare.

[fonte: http://www.futuraumanita.it/luigi-longo-e-la-storia-del-pci/]

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