Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci

Un libro di Lucio Magri – Recensione di Mario Tronti

Il sarto di Ulm è una poesia di B. Brecht:

“Vescovo, so volare”,
Il sarto disse al vescovo.
“Guarda come si fa!”
E salì con due arnesi
Che parevano ali
Sull’alto campanile.
Fece spallucce il vescovo.
“Non sono che menzogne,
Mica è un uccello, l’uomo,
Mai l’uomo volerà”,
Disse del sarto il vescovo.

“Il sarto è deceduto”,
Disse la gente al vescovo.
“È stata una follia.
Le ali sono in pezzi,
E lui s’è sfracellato
Sui sassi del sagrato”.
“Sciogliete le campane,
Non eran che menzogne,
Mica è un uccello, l’uomo,
Mai l’uomo volerà”,
Disse alla gente il vescovo.

Ci troviamo di fronte a un libro che esplora, e che narra, la storia del PCI a tutto campo, o in campo aperto. Condizioni nazionali, condizioni internazionali, contesto esterno, vita interna, linea politica, forme di organizzazione.
Viene avanti, il racconto, come una macchina escavatrice, che smuove la materia prima e fa venire alla luce reperti archeologici, alcuni dimenticati, altri rimossi, altri ancora stravolti dalle letture correnti. Teniamo presente che l’approccio non è quello di uno storico, ma quello di un politico. Non un’autobiografia, piuttosto la biografia di un soggetto collettivo, condotta però, per rubare un pensiero femminista, a partire da sé, dalla propria esperienza diretta, da una vicenda vissuta, tra lunga appartenenza e breve separazione. La misura era difficile da trovare e possiamo dire che è stata trovata. Non ripercorrerò passo per passo tutto il percorso, non tornerò a soffermarmi sulle date, classiche, simboliche, che lo hanno definito e caratterizzato. Soprattutto, salterò un punto che nel libro è presente e determinante, il contesto internazionale, con al centro il rapporto con l’esperienza sovietica e il tentativo di costruzione del socialismo. Da solo, questo è un tema che prenderebbe l’intero spazio del discorso. E noto, e registro, soltanto che, in generale, c’è su questo punto un impressionante vuoto di pensiero.
Quei settant’anni sono stati archiviati, considerati dal buon senso intellettuale comune, insignificanti per una ricostruzione, indegni di una riflessione. È caduta su di essi una sbrigativa condanna etica e sappiamo che quando c’è sbrigativa condanna etica non c’è seria comprensione storica. Direi che per capire il movimento comunista del Novecento, il mysterium iniquitatis non va cercato nel PCI ma nel PCUS.
Il libro di Magri, già nell’Introduzione, avanza alcune osservazioni suggestive. L’intento, esplicito, è quello di riaprire una riflessione sulla “questione comunista”. La sua postazione è un po’ da “terza via” della ricerca. Né abiura né rimozione, che risultano i due atteggiamenti dominanti. Il lavoro di ricostruzione e di indagine deve invece prendere le distanze dalle due letture canoniche del PCI: la vera socialdemocrazia italiana oppure un’articolazione della politica sovietica.
Essenziale viene dichiarata la mediazione della memoria: a condizione che venga avanti come memoria disciplinata, documentata. La parola viene data continuamente e testardamente ai fatti, alle vicende così come si sono svolte. Prima dell’interpretazione, correttamente, viene la lettura della storia.
In questo bilancio, critico ma partecipato, del comunismo del Novecento, devo dire che ho apprezzato il richiamo ad Augusto Del Noce, un’acuta intelligenza reazionaria, che ha riflettuto sul “suicidio della rivoluzione”, là dove Del Noce ha detto che i comunisti hanno perduto e vinto: “hanno perduto rovinosamente nella loro prometeica ambizione di rovesciare il corso della storia, di promettere agli uomini libertà e fratellanza, anche senza Dio e riconoscendosi mortali. Ma hanno vinto come potente e necessario fattore di accelerazione della globalizzazione della modernità capitalistica e dei suoi valori: il materialismo, l’edonismo, l’individualismo, il relativismo etico“( p. 15 ). Io lo direi in un’altra forma: i comunisti non hanno solo tentato “l’assalto al cielo”, come i comunardi di Marx, ma, per la prima volta e per un attimo storico, l’hanno fatto intravedere come possibile, l’hanno fatto toccare come realizzabile, nell’azione e nella coscienza di milioni di esseri umani. La sconfitta di questo eroico tentativo di realizzazione ha paradossalmente prodotto il trionfo, che sembra definitivo, del capitalismo-mondo.
La globalizzazione economica, implicita nella natura storica del capitale, è diventata un inarrestabile fatto politico, supportato da una potente armatura ideologica, l’ideologia della fine delle narrazioni ideologiche. La forma borghese-capitalistica della società umana ha rotto gli argini, ha dilagato oltre tutti i muri, come forma unica della modernità, inizio e cosa ultima del Moderno. Il comunismo, non quello generico, quello degli orizzonti, ma quello storicamente determinato, il comunismo del movimento operaio è, esso, un grande tema di filosofia della storia. Ci vorrebbe, come minimo, un Hegel, per pensarlo.
Poi c’è l’altra dimensione. È contenuta e definita in quella espressione icastica: corruptio optimi massima. Viene attribuita a Gregorio Magno. Ma c’era già in Aristotele, ci sarà in Tommaso d’Aquino. La ritroviamo in Shakespeare, nel sonetto XCIV: “i gigli putrefatti puzzano più delle erbacce”. Quanto c’è di più alto, di sommo, è esposto a rovinare giù nell’inferno. Quanto c’è di più dolce, per dirla con il poeta, è destinato a divenire negli atti (by their deeds) più agro. Ivan Illich, che ha ripreso quella espressione, l’ha applicata al cristianesimo, parlando di “pervertimento” (corruption) del cristianesimo, ma sarebbe meglio dire della cristianità.
Allo stesso titolo si potrebbe applicare a quel comunismo, ma sarebbe meglio dire movimento comunista. Lucio Magri ha voluto mettere tra gli antefatti due espressioni efficaci. Una è il “fardello comunista”: il passaggio da socialisti a comunisti, con cui ha inizio il Novecento, dentro l’aprirsi e lo svolgersi dell’età delle guerre-mondo, carica sulle spalle di questi neorivoluzionari un peso storico, l’Ottobre e la costruzione del socialismo, che non tutti e non sempre saranno in grado di portare. I comunisti italiani, nello specifico della loro storia, saranno in un certo senso favoriti – è la seconda efficace espressione – dal patrimonio del “genoma Gramsci”.
Ecco, qui c’è il primo dei due punti che vorrei limitarmi a trattare, tralasciandone molti altri che pure sarebbero altrettanto interessanti. La “fortuna” di Gramsci – la straordinaria sua persona e soprattutto la sua opera – è vero che sono stati la fortuna del PCI. L’operazione di Togliatti sulla figura e sul lascito intellettuale di Gramsci è stata accusata di rozza strumentalità pratica. Non è vero. Quella di Togliatti è stata una magistrale iniziativa, che gramscianamente spostava anche sul terreno dell’egemonia culturale la lotta politica: rimanendo fedele all’ispirazione del maestro dei comunisti italiani e ottenendo dei risultati eccezionali sul piano del radicamento del partito nel tessuto nazionale. Ma voglio fare una sorta di dichiarazione, che sembra non pertinente al tema, e che invece nasce proprio in risposta e reazione al clima di conformismo culturale che caratterizza il discorso sul problema che trattiamo. Il politico Togliatti è stato per me un punto fondante di formazione intellettuale. Leggevo i suoi scritti e i suoi discorsi e quando, alcuni anni dopo, mi sono trovato a fare i conti con i classici del pensiero politico moderno, ho trovato straordinari punti di affinità e di convergenza.
Se la politica è pensiero/azione, allora come il pensatore serve ad orientare la pratica, così l’uomo politico, da un certo livello in su, serve ad orientare il pensiero. Togliatti, o Lenin, hanno il loro posto anche nella storia delle dottrine politiche. Alle giovani generazioni, oggi un po’ distratte su questo terreno e forse, dati gli esempi in vita, con una certa ragione, occorre ravvivare la memoria degli esempi che contano. Secondo me, il PCI è Togliatti. Il partito comunista italiano nasce non nel ’21 a Livorno, ma nel ’44 a Salerno. C’era il Pc d’I, estinto un anno prima. Un punto alto, un’idea di quelle che veramente cambiano orizzonte: sezione italiana dell’Internazionale. Direttamente, simbolicamente, in controtendenza rispetto alla storia delle forme capitalistiche, incardinate nell’idea di nazione, e nella pratica dello Stato-nazione. L’internazionalismo operaio – i proletari non hanno Patria! – è stata una classica utopia concreta, il sogno di una cosa, un balzo di tigre nel futuro, un fine e mezzi troppo alti per poter essere in qualche modo raggiunti. E infatti Togliatti, come Lenin, si faranno carico del rapporto tra contingenza e storia, dell’agire strategico dentro il momento specifico.
La storia è una catena di congiunture, tutte da possedere, una ad una, spesso in modo diverso, lungo un processo di tempo appreso col pensiero. Il possesso della congiuntura storica: è questa la politica. Togliatti totus politicus e quindi grande politico. Perché non c’è grande politico che non sia totus politicus. La doppiezza è una grande categoria della politica. La “dissimulazione onesta” non l’ha inventata il movimento comunista. È iscritta nella pratica della modernità, sta nella struttura dominante del potere e nelle leggi di produzione della ricchezza. Non assumerla – con misura! – porta a rompere con la realtà. E la realtà con cui si rompe, non si trasforma. La mascheratura ideologica del rapporto di classe è la materia con cui ha quotidianamente a che fare la forma della politica. Non è questo che ha provocato sconfitte. Al contrario. Le poche vittorie sono tutte il risultato di una manovra delle categorie della politica moderna migliore, più efficace, più consapevole, rispetto a chi le aveva inventate.
È stato detto che il capolavoro politico di Togliatti è stata in fondo l’uscire vivo dall’universo concentrazionario staliniano. Gramsci non ne sarebbe uscito vivo. Anche questa è grande politica. Solo la grande politica ti preserva, ti salva, ti lascia uscire libero, dal contatto ravvicinato con il lato oscuro del potere. E il lato oscuro del potere c’è sempre, anche qui in modi diversi, nei sistemi autoritari come in quelli democratici. Chi non l’ha capito fa danno a se stesso e a tutti. L’altro dei due punti che voglio trattare: gli anni Sessanta. La lettura degli avvenimenti, il giudizio sulle interpretazioni, i conti con i protagonisti, sono al centro del libro di Magri, il nodo intorno a cui si lega forse il senso della narrazione.
Gli anni Sessanta, non il Sessantotto: il lungo decennio, dice Lucio. È l’anomalia positiva del caso italiano: quel circolo virtuoso di lotte, politica, economia, società, coscienza civile, dentro il decollo di un capitalismo avanzato e di una modernizzazione rampante. Dall’insorgenza neo-antifascista del luglio ‘60 alle lotte contrattuali del ’62, con gli operai Fiat di nuovo in campo aperto, all’iniziativa governativa di centro-sinistra, alla rivolta studentesca, all’irruzione femminista, fino all’esplosione dell’autunno caldo del ’69: succede di tutto in Italia e succede di tutto anche nel PCI. L’immediato dopo Togliatti è un terremoto ondulatorio dentro il palazzo delle Botteghe oscure. Bisogna dire che il gruppo dirigente di formazione togliattiana è stato un ceto politico di grande spessore. Ancora oggi i pochi vecchi rimasti sembrano quelli più in grado di capire e di pensare, nella generale devastazione che ci circonda. Perché lì c’era un modo nobile di praticare il primato della politica: il leader, che non ha bisogno di proporsi di formare i successori, ma per il fatto stesso che esista e operi, per questo solo fatto, educa e forma e depone un lascito negli uomini e nelle donne che sono intorno. Il leader non insegna, fa scuola, esistendo.
La tesi forte di Magri è questa: il PCI non ha dato risposte adeguate alle domande di quella grande trasformazione. Il partito, lasciato da Togliatti ancora in forza e in salute, poteva cambiare con i tempi che cambiavano e non cambiò. E tuttavia tutti gli anni Settante vedono un soggetto politico di tutto rispetto ancora in campo, anzi in crescita di consenso e di influenza. La seconda svolta di Salerno, quella berlingueriana dell’alternativa, doveva avvenire dieci anni prima, non alla fine ma agli inizi dei Settanta. Tesi discutibile e che fa discutere. In mezzo c’è la controversa e ancora ingiudicata, seria e ambigua, esperienza del compromesso storico. È dal suo superamento che Magri vede però l’occasione, non giocata e quindi mancata, di una possibile sopravvivenza del PCI. La sua tesi è riassunta in un passo centrale del libro, a pagina 366. Riportiamola con le sue parole:

“La svolta tentata da Berlinguer era esplicitamente mossa da un ambizioso obiettivo di medio periodo: contribuire a un effettivo passo in avanti sulla via democratica al socialismo in Italia e in Europa. Una tale ambizione, per ragioni oggettive e immaturità soggettive, al vaglio dei fatti non reggeva, l’obiettivo era fuori portata, tuttavia la forza che era riuscito a conservare, le nuove scelte e le nuove idee che vi erano penetrate permettevano al PCI di non essere travolto dalla crisi dell’Unione Sovietica, di evitare la dissoluzione e l’abiura, dunque di tenere in piedi e rifondare in Italia una sinistra di ispirazione comunista rilevante e vitale. Anche tale obiettivo era difficile, ma non impossibile. Se una tale sinistra fosse stata ancora in piedi nel momento del disfacimento della Prima repubblica, lo svolgimento non solo della storia del PCI, ma anche quello della democrazia italiana avrebbe assunto caratteri diversi da quelli che oggi costatiamo.”

Prima, nell’immediato dopo Togliatti, c’era stato lo scontro tra le due anime del PCI, personificate nelle figure in diverso modo carismatiche di Amendola e di Ingrao. Fu giusto non scegliere tra i due. Il passaggio di testimone da Longo a Berlinguer sarà nello spirito della forma togliattiana, centrista fra le ali, che il partito aveva e conservava. Come definire quelle due anime? Oggi possiamo vedere con più chiarezza. L’originalità del comunismo italiano è che quelle che saranno le due sinistre stavano dentro il PCI. Dietro c’era anche una storia lunga. In fondo il PCI aveva ereditato e rideclinato al suo interno sia il riformismo che il massimalismo della tradizione socialista, italiana e non solo italiana. Questo sarà la sua grande forza e questo il vero motivo per cui la tradizione socialista vivrà in maggioranza nel partito comunista. Delle due anime, nel PCI si faceva sintesi. Il “partito di lotta e di governo” era questo. Oggi ci si ride su, ma quella che si diceva allora, ed era allora, una “forza politica”, era nient’altro che questa cosa qui. La sintesi riguardava poi anche qualcosa di più.
È difficile far capire a chi ormai parla con il vocabolario dei giornali d’opinione che la formula maledetta del “centralismo democratico”, nei suoi due termini apparentemente contraddittori, teneva in sé due categorie classiche della politica moderna, rappresentanza e decisione, che se non stanno insieme in una qualsiasi forma di organizzazione, semplicemente non c’è politica, non c’è pratica realizzatrice di un bel nulla. La fine del PCI separa le due sinistre. E che cosa vediamo, che cosa abbiamo visto? Che, separate, magari esistono, ma non contano, non incidono, non si radicano, non producono forza. Perché, separate, non riescono ad aderire a tutte le pieghe della società. Ognuna, per suo conto ne tiene alcune e ne lascia fuori altre. Ma la società italiana, e direi una società capitalistica, vecchia e nuova, antica o postmoderna che sia, è sempre fatta di tante pieghe, di tanti risvolti, è composizione di contraddizioni che, o le possiedi tutte insieme o le perdi, una ad una, tutte. Che cos’è che fa sintesi? Certo, la linea politica. Si diceva: via italiana, ma al socialismo. Il percorso e l’obiettivo, la strada e la mèta. Si diceva politica delle alleanze, ma intorno alla classe operaia. Un campo e un centro.
Il PCI, ancora fino a Berlinguer, si autodefiniva partito della classe operaia, mostrando un’identità riconoscibile ad occhio nudo. Non lo era di fatto, ma spendeva questa risorsa simbolica sul mercato politico e con questo mobilitava militanza e raccoglieva consenso.
La linea quindi faceva sintesi. Ma ancora di più, se possibile, faceva sintesi la forma-partito. Altra espressione sottoposta a insulse dannazioni. Eppure, per almeno quattro decenni aveva funzionato come forma che dava, sì, senso a una storia. Primato dell’organizzazione come modo di espressione del primato della politica; partito di quadri e partito di popolo, partito di élite e partito di massa; élite politico-intellettuale diffusa nel territorio e masse concentrate, unificate, dirette; militanti e dirigenti in reciproca fiducia e, quando necessario, in divergente accordo. Quando, questo contenuto di politica e questa forma di organizzazione cominciano a perdere colpi, a logorarsi, a non corrispondere più alle condizioni reali, ai bisogni concreti, alle contraddizioni nuove.
Qui il dibattito è aperto. Magri, abbiamo visto, sembra anticipare tutto al tornante degli anni Sessanta. Posso sbagliare, ma a me pare di scorgere l’inizio della fine dentro gli anni Ottanta. Sono tutti gli anni Ottanta che portano, quasi inevitabilmente all’Ottantanove. I funerali di Berlinguer danno ancora un’immagine di potenza popolare, stretta intorno al PCI. Alle elezioni europee questo è per la prima volta il primo partito. Scrive in modo eloquente Lucio: “da quanto più in alto ( e più inconsapevolmente ) si cade, tanto più ci si fa male” (p. 402). La caduta avviene in un pugno d’anni.
Devastante è il dopo Berlinguer. Non è riuscita dopo Berlinguer l’operazione riuscita dopo Togliatti. Il ceto politico togliattiano, rimasto, commette l’errore di non gestire direttamente, magari con un compromesso interno, la transizione. Natta aveva bisogno di una direzione collegiale, con il compito di traghettare, essa, il PCI al dopo. Ci si apre invece, inaugurando una moda di cui scontiamo ancora gli esiti letali, a un cattivo rinnovamento, come passaggio di generazione.
Per una grande forza politica, il rinnovamento o è nella continuità o non è un rinnovamento, è piuttosto una mutazione. La mutazione, nei dirigenti, non ancora nei militanti, era già avvenuta prima della Bolognina: ed era avvenuta nella nuova generazione, berlingueriana, ma soprattutto post-togliattiana. Su queste fragili frontiere irrompe poi il tornante pesante degli anni Ottanta: una congiuntura non compresa, non contrastata, acquisita, subìta. Un cambio di egemonia culturale accompagnava un inedito, fascinoso, rampante, ciclo capitalistico. Era quello il nuovo che avanzava. Si erano chiusi i “trenta gloriosi” del vecchio movimento operaio. Si aprivano i trenta gloriosi del nuovo capitalismo. Lo stesso socialismo si avviava a inciampare in questo imprevisto scenario. Oggi, alla fine di quel ciclo, fine che come da manuale si esprime attraverso crisi, possiamo vedere le trasformazioni, quelle reali e quelle virtuali, di capitale e di lavoro. Ma non per sole trasformazioni strutturali il capitalismo ha vinto. Ha vinto perché ha saputo costruirvi sopra un apparato ideologico, impressionante per volume di fuoco e per movimenti di eserciti mediatici.
È l’ideologia della fine delle narrazioni ideologiche che ha imposto un modo generalizzato, più che di pensare, di sentire, un senso comune intellettuale di massa, che non è stato affatto sbagliato individuare come pensiero unico. Una delle più decisive sconfitte il postcomunismo l’ha realizzata sul piano culturale. Per il comunismo italiano questo è stato veramente un paradosso e lo ha scontato esso più di altri. Una forza che scompare lascia un vuoto. L’avvento contemporaneo di due immani processi, ascesa/trionfo del capitalismo-mondo da una parte e crisi/crollo del socialismo in paesi soli dall’altra, ha sfondato le linee e sbaragliato il campo.
Oggettivamente – va detto – era difficile, se non impossibile, il contrasto. Non ci volevano nani sulle spalle di giganti. Ci volevano proprio giganti. Non ci sono stati. Non lo siamo stati. A questo punto, le responsabilità personali impallidiscono. Ed emerge una responsabilità collettiva, di cui dobbiamo tutti farci carico.
Ma io voglio dire questo, nel modo più chiaro possibile: i comunisti sono stati gli unici che hanno messo veramente paura ai capitalisti. Non sono stati i socialisti umanitari, gli anarco-sindacalisti, la socialdemocrazia classica, le socialdemocrazie del nord; non sono stati i sessantottini, gli operaisti, gli autonomi, i movimenti no-global. Quando il marxiano spettro del comunismo si è realizzato nel movimento comunista internazionale, ha preso il potere in uno spazio di mondo, lo ha vittoriosamente difeso contro invasioni barbariche, lo ha esteso ad altri spazi di mondo, ha portato l’alternativa di sistema dentro i paesi dell’Europa occidentale, lì è emersa, giustamente minacciosa, la “grande paura” novecentesca. Il contenimento, il trattenimento, il kathecon stava dalla parte dei capitalisti, l’eschaton era comunista, il sol dell’avvenire brillava e scaldava solo da questa parte. Nessuno dice che ben prima della costruzione dei muri erano scese in mezzo all’Europa le cortine di ferro. Nessuno ricorda che mentre si chiudeva la guerra calda antinazista, si apriva la guerra fredda anticomunista.
Perché è così vivo e vegeto l’anticomunismo dopo la morte certificata del comunismo?
Ci sarà una ragione. Lo spettro è il mondo di ieri. La memoria, sacrosanta, degli orrori è purtroppo servita e serve per liquidare, azzerare, demonizzare un intero mondo di valori. Non essere stati capaci di distinzione, l’essersi accodati passivamente a un ordine del discorso totalizzante, aver rinunciato alla necessaria critica della propria storia in favore di un pentimento a buon mercato su tutta la propria posizione politica, questo ha aperto quell’età della subalternità, della non-differenza, e quindi della irriconoscibilità, che tuttora pesa, e non sappiamo fino a quando, sull’idea, sull’immagine, sull’offerta simbolica, di una possibile nuova sinistra. Non è mia quel “motto di spirito”, che ho visto ha suscitato molto autoironico consenso, in quanto mette a fuoco la condizione vera dell’attuale rapporto tra le parti. È venuta fuori in un ragionare con alcuni giovani ricercatori impegnati, quando una di loro, particolarmente brillante, ha fatto la domanda: ma perché i nostri avversari, si definiscono sempre con il prefisso “neo” e noi ci definiamo sempre con il prefisso “post”? Classica domanda che è già una risposta. Negli anni Sessanta si disse neocapitalismo, negli anni Ottanta neoliberismo. A noi è rimasto di essere postcomunisti, postideologici, e in nessun dove come dalle nostre parti si usa civettare con il postmoderno. Io ho capito, per lunga esperienza di osservatore politico, che quando si perde di forza, l’unica risorsa è giocare di abilità.
Forse si poteva cambiare la forma mantenendo la sostanza. Non bisognava svendere, bisognava reinvestire. Non chiudere bottega, ma mettere tutto, proprio tutto, il patrimonio rimasto nella nuova impresa. Non si apre un altro fronte senza buttarci dentro l’intero esercito. L’esperienza comunista del movimento operaio meritava qualcosa di più dell’alternativa che poi si è data, o una cancellazione o una rifondazione. Erano sbagliate tutte e due le soluzioni, il nuovo inizio e la vecchia identità. Una nuova altrettanto grande forza della sinistra, moderna, critica, del lavoro, differente di uomini e di donne, italiano-europea, o nasceva lì, nel frangente drammatico, come eredità, non come seppellimento, del PCI, oppure assai difficilmente avrebbe potuta essere recuperata in seguito. L’infinita, insulsa, transizione del dopo, questo ci ha detto. Lucio Magri ripubblica, in appendice, un suo testo del 1987, analitico e programmatico. Qualcuno gli aveva consigliato di ripubblicare invece la sua relazione del 1989 ad Arco di Trento. Ha fatto bene a tener fermo su quel testo. Un conto è dire quelle cose due anni prima dell’89, un conto è dirle dentro l’89. Alcuni passaggi sono profetici: non tanto nella lettura economica e sociologica, quanto nella descrizione politica.
Prendo solo due punti. Uno è quello della democrazia. ” La democrazia non vive senza un sovrano collettivo, e questo sovrano collettivo non può esistere nella forma di una moltitudine atomizzata, di una somma confusa di spinte e di culture eterogenee: la frammentazione non è pluralismo, è uniformità mascherata “. E, dopo aver raccomandato uno sviluppo della democrazia come riappropriazione quotidiana e articolata delle varie funzioni di governo, come socializzazione del potere, come graduale deperimento della separatezza dello Stato, lancia un affondo, allora ancora attuale, oggi ormai confinato nell’isola di Utopia: “… per riassumere un po’ rozzamente: riconoscere la democrazia come valore universale non implica affatto ritenere superata la vecchia affermazione leninista e poi soprattutto togliattiana, di un nesso tra democrazia e socialismo” (pp. 436-43 ).
L’altro punto: la forma-partito. La sua tendenziale “innovazione” si presenta, nelle democrazie occidentali, come “vacua e apparente”. “Un “partito leggero” che sopperisce alla fragilità dei suoi legami di massa e alla precarietà del suo tessuto culturale con una forte accentuazione del ruolo personale del “leader” “, che è gestito da apparati di potere non meno stabili e separati di quelli antichi, e in più e in peggio da pezzi dell’establishment, che deve costruire il consenso prevalentemente con l’uso dei media e mediando corporazioni varie. Conseguenza diretta: la passivizzazione delle classi subalterne, attraverso l’assenteismo dal voto e l’impossibilità di contare. Conseguenza indiretta: ” un tipo di consenso elettorale che non regge e non può reggere a prove di governo aspre, dunque una necessaria autoriduzione dei programmi, un “ascolto della società” che seleziona e rispetta i fondamentali rapporti di forza esistenti”. A quel punto, ” il “riformismo di basso profilo” diventa non una scelta, ma una necessità…” ( p.442). Facile dire: de te fabula narratur.
L’appendice completa il quadro, conferma il percorso. Il libro porta il sottotitolo, editoriale: una possibile storia del PCI. Lucio sottolinea piuttosto – come abbiamo sottolineato subito all’inizio – il dato di aver voluto scrivere una storia “reale” del PCI. Quell’aver messo avanti prima di tutto i fatti prima di qualsiasi interpretazione, a fine lettura, possiamo considerarla un’operazione riuscita. Gliene diamo atto e merito. Ma su quei fatti, sulla nostra storia, non allentiamo l’artiglio della riflessione.

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