La scuola della Fgci

di Massimo Lizzi

fgci-1981-300x186Una compagna, che ho sempre venerato nei miei ricordi, mi disse che l’esperienza nella Federazione giovanile comunista italiana (Fgci) era stata una buona scuola, prova ne sia che nessuno di noi ha cambiato collocazione politica a distanza di trent’anni. La Fgci, in effetti, mi ha alfabetizzato, forse più della scuola vera. Tuttavia, la tesi mi parve un po’ dubbia. Poteva valere per i gruppi dirigenti e per i gruppi più ristretti dei militanti, che rinnovavano l’iscrizione ogni anno, ma nell’organizzazione c’era un turn over molto alto e non possiamo sapere che fine abbiano fatto i tantissimi ragazzi di passaggio. Il fatto che siano stati solo di passaggio dice qualcosa di quella scuola. In realtà, molti di noi del gruppo più affezionato erano di famiglia comunista. Mio padre lo era, mio nonno lo era. E dentro una tradizione familiare abbiamo continuato a stare. Una tradizione fedele ad una continuità organizzativa, mentre sbanda e oscilla nella cultura politica. In tanti abbiamo mantenuto la collocazione di partito, ma il partito ha cambiato la collocazione di se stesso. Ripensando alle lotte degli anni ’80, questo partito, l’attuale PD, starebbe dall’altra parte della barricata, con i suoi nuovi gruppi dirigenti e forse anche con quelli vecchi. Difficile immaginare Renzi, Bersani, Veltroni, Fassino, D’Alema denunciare la questione morale, sostenere l’occupazione operaia della Fiat, opporsi al taglio della scala mobile, lottare contro l’installazione degli euromissili a Comiso, schierarsi contro il nucleare. La Fgci faceva quelle battaglie, le faceva alla sinistra del PCI. Se quella fu la scuola, di quella scuola è rimasto molto poco e si trova quasi soltanto nei resti della sinistra alternativa.

Della mia militanza nella Fgci torinese ho un ricordo vago e frammentario. Già allora mi sfuggiva la continuità di quella esperienza, anche se poi mi rassicurava il fatto di essere parte di una storia e di un mondo molto più grande di noi, tutta la vicenda del movimento operaio. Mi sembrava mancasse una trama nella vita dell’organizzazione. Se dovessi fare una periodizzazione, direi ci furono in quegli anni – gli anni ’80 – due fasi. Quella dell’organizzazione verticale territoriale (circoli e zone), e quella del tentativo di creare una organizzazione federata, che prova a trasformare i suoi settori in associazioni autonome (la lega degli studenti, la lega per il lavoro, etc.). La prima fase era ancora una fase relativamente ideologica. Contava il dare significato all’essere comunista, l’avere una preparazione, una formazione, saper parlare e scrivere. Eravamo gli studenti dei licei e in parte ancora giovani lavoratori. La seconda, una fase molto più pragmatica, contava l’essere giovane, ancorato a questioni immediatamente pratiche, l’impreparazione, l’ignoranza, la tabula rasa, potevano persino essere un vanto; «intellettuale» era un insulto. Eravamo gli studenti degli istituti tecnici. Un’altra periodizzazione è quella dei segretari. A Torino, prima c’era Claudio Stacchini, poi Umberto D’Ottavio, poi Giorgio Airaudo, poi Federico Bellono, poi Carlo Giani, poi più nulla. Tre su cinque sono diventati sindacalisti della Fiom. A livello nazionale la successione era: Marco Fumagalli, Pietro Folena, Gianni Cuperlo. Prima di Fumagalli: Massimo D’Alema. Nelle organizzazioni politiche, molta sostanza finisce per essere data dalla storia dei gruppi dirigenti e delle carriere individuali.

Tutti rigorosamente maschi,fgci-1984-300x181 con l’eccezione di Livia Turco negli anni ’70, futura ministra dei governo del centrosinistra. Erano maschi anche i responsabili dei vari settori di attività, i dipartimenti o come venivano chiamati. C’era un responsabile dell’organizzazione, un responsabile degli studenti, un responsabile di altre cose: lavoro, droga, pace, ambiente, temi fluttuanti. Qualche ragazza poteva trovarsi a capo di un circolo o più raramente di una zona. Eppure ce n’erano di molto brave e preparate, con cui era difficile sopravvivere in un contraddittorio. Un compagno più grande, dopo una riunione, rimproverò il mio sguardo sulle compagne: «Le consideri solo come militanti? Non le vedi come ragazze? Ce ne sono di carine no?».

Spesso mi veniva rimproverato anche il silenzio. Nelle riunioni avrei tanto voluto prendere la parola, ma non sapevo cosa dire. Una prima volta ci avevo provato e poi mi ero interrotto, non sapevo più come proseguire, non sapevo cosa stavo dicendo. Però, poi mi capitava di parlare nelle situazioni informali. Così il mio silenzio formale finiva per essere ritenuto poco corretto. In realtà, ero semplicemente bloccato ed ho impiegato anni per sbloccarmi, senza mai riuscirci completamente.

Una difficoltà era capire il senso. La Fgci era già un soggetto autoreferenziale. C’era la Fgci, bisognava dare un senso alla Fgci. Alla cellula, al circolo, alla zona, alla lega, al centro d’iniziativa. Pareva un capolgimento logico: un’organizzazione che si cercava una ragion d’essere. In realtà, era il senso tipico delle organizzazioni politiche, almeno a partire da quegli anni. Una organizzazione che sfidò questo controsenso, fu Lotta continua, che si sciolse nel 1976. Nella carenza di senso, un assillo diventava il rinnovamento. Ogni cosa giudicata in modo negativo era il «vecchio modo di fare politica», si evocava un «nuovo modo di fare politica». Nelle polemiche, ci si accusava reciprocamente di essere vecchi. Nei complimenti e riconoscimenti ci si gratificava con l’essere nuovi. Il valore dell’essere un «vero comunista» cedeva il passo al valore dell’essere un «vero giovane».

Questa miscela, l’organizzazione che cerca di darsi un senso e l’organizzazione che vuole essere nuova, dice qualcosa rispetto al fatto che una buona parte di quel giovane personale politico allora fosse con Enrico Berlinguer e oggi si ritrovi con Matteo Renzi, senza soluzione di continuità. Passando per Natta, Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino, Bersani e sentendosi sempre coerente.

Durante una rimpatriata, un compagno disse che il partito non può essere fatto a nostra personale immagine e somiglianza. La politica è mediazione. Io ho la mia idea, tu la tua, lui la sua, discutiamo, ci mettiamo d’accordo, troviamo la sintesi. Un discorso molto ragionevole. Durante la stessa rimpatriata, due ex figiciotti, uno divenuto imprenditore e l’altro sindacalista, inscenarono una bella litigata sulla libertà di licenziamento. Senza trovare la sintesi. A mancare in quel discorso era una parola sui presupposti dello stare insieme. Ci si divide sui modi per perseguire obiettivi comuni. Se ad essere diversi sono anche gli obiettivi, ne viene fuori un partito fatto ad immagine e somiglianza di un parlamento. Che riproduce al suo interno le divisioni classiche del ‘900, socialisti vs liberali, laici vs cattolici, pacifisti vs missionari internazionali, ambientalisti vs sviluppisti, etc., mentre l’organizzazione cerca di darsi un senso e vuole essere nuova.

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