Aborto. Il ritorno delle mammane

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di Mattea Guantieri

Le ostetriche che obiettano superano il 60%, anche a loro nelle scuole di specializzazione non viene insegnato niente che abbia a che fare con la 194. A Roma ci sono 4 scuole di specialità solo in una c’è il servizio di Ivg”. Lo dice ad Estreme Conseguenze Marina Toschi, vice presidente di Agite (Associazione ginecologi territoriali) commentando l’ultima mozione per prevenire l’aborto presentata a Milano dopo Ferrara, Verona, Roma, Sestri Levante.

“Dopo 5 anni di scuola di specializzazione alla maggior parte dei giovani ginecologi non è stato insegnato come inserire una spirale. Non l’hanno nemmeno mai visto fare. Non hanno frequentato neanche un giorno di consultorio né visto praticare una IVG (interruzione volontaria gravidanza) medica o chirurgica. Si occupano di cose certo più remunerative, come la procreazione medicalmente assistita o la colposcopia di II livello, non gli viene neanche fatto vedere come si fa un colloquio con una donna che richiede IVG, perché questo non porta molta gloria, non si è obbligati, ti viene chiesto forse all’inizio degli studi se sei obiettore e più spesso  dato per scontato che tu lo sia , visto che lo sono il 90 % dei primari e professori universitari. Si impara molto bene come fare una diagnosi prenatale con ecografie raffinatissime, ma poi, quando si trova una malformazione, si  lascia alle poche unità di ginecologi veterani di occuparsi dell’aborto oltre i 90 gg, quelli considerati come “strani”  e o perdenti, reclusi nel seminterrato o nella stanzetta della 194. A Roma ci sono 4 scuole di Specialità, ma solo in una c’è il servizio di IVG, come si fa ad imparare questa parte della salute riproduttiva, che esiste anche se uno non la vuole vedere? Le ostetriche che obiettano superano il 60%, anche a loro nelle scuole di formazione non viene insegnato niente che abbia a che fare con l’aborto. Molto diverso da quello che ci chiede l’Europa nei programmi formativi sottoscritti dal Ministero. Ma quanti sanno che se la gravidanza delle donne oggi è seguita gratuitamente ( se si eseguono solo gli esami appropriati!)  lo si deve proprio alla legge 194?”.  A parlare ad Estreme Conseguenze del rischio che la legge conquistata nel 1978 diventi carta straccia, specie dopo la mozione per le “città x la VITA” , presentata in molte città tra cui Milano è Marina Toschi, vice presidente di Agite (Associazione ginecologi territoriali) che non ha dubbi sulla generale spinta culturale e politica contro la libertà di scelta per le donne, che devono invece poter avere Contraccezione gratuita e scegliere se interrompere o meno la propria gravidanza, protette da una legge dello stato laico:  “C’è una modalità subdola, di non interesse del Ministero e di molte Regioni, che facilita di fatto il diventare obiettori. Il non riconoscimento del valore vitale del farsi carico di tutta la salute sessuale e riproduttiva che prendono in carico i non obiettori, non viene mai riconosciuto.

La non obiezione va potenziata, forse come hanno fatto alcuni Paesi Europei resa inaccettabile o non legale dopo 40 anni di applicazione della 194. Tutti gli Ospedali e i consultori devono poter proporre alle donne i due tipi di IVG: chirurgico e medico ( in Francia il 70% delle IVG avviene così e anche solo a domicilio) e poter usare la RU486 fino a 9 settimane come nel resto di Europa. Oggi, invece, siamo sotto attacco, lo si vede con ciò che sta accadendo anche a livello internazionale. C’è un ritorno e un appoggio a politiche fanatiche, repressive, fondamentaliste e reazionarie che colpiscono proprio la libertà femminile in Polonia, Argentina, Brasile ed ora in Italia.  Non è a caso fa parte di un progetto messo a punto da varie organizzazioni internazionali tra cui la chiesa ortodossa. Queste hanno investito grandi capitali per mettere in atto un’attiva agenda di azioni cosiddette “per la vita”, ma non certo per le buona vita delle donne , tra cui i cartelloni enormi colpevolizzanti che hanno invaso le città italiane contro l’aborto legale”.

Aggiunge anche Silvana Agatone, medico ginecologo e presidente della Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’applicazione della legge 194/78 (Laiga) “la sanità pubblica sta finendo tutta nelle mani delle università cattoliche. A noi non danno i soldi per gli ospedali pubblici, ma negli ospedali cattolici i finanziamenti arrivano eccome”.

Di rafforzamento di valori eticamente “conservatori” anche grazie all’assiduo lavoro di associazioni per un nuovo diritto alla vita parla Alessandro Fiore, portavoce di Provita Onlus che ad Estreme Conseguenze dice che “Se la 194 tutelasse un diritto, non ci sarebbero 7 ginecologi su 10 a non voler praticare l’interruzione di gravidanza. Aborto non è vera libertà di scelta, è un grande equivoco che prima di riguardare il corpo delle donne, riguarda il bambino che si porta in grembo. L’aborto non può essere la prima opzione, e nei nostri consultori questo accade. Insomma, questa non è una buona legge, e ci auguriamo che in futuro venga messa in discussione.”

La messa in discussione in effetti non c’è alcun dubbio ci sia. Attraverso le numerosi mozioni in corso appunto: l’ultima in ordine di tempo è quella di Milano, pochi giorni fa quella di Sestri Levante, dove il consigliere Albino Armanino e il capogruppo Paolo Smeraldi, entrambi del gruppo “Lega Liguria Salvini” hanno presentato una mozione per la prevenzione dell’aborto e il sostegno alla maternità. Rilevato, infatti, come viene scritto nella mozione, che il saldo demografico naturale del Comune di Sestri Levante è ininterrottamente negativo almeno dal 2002 e che nel 2017 i nuovi nati residenti a Sestri Levante sono soltanto 124, si dice anche che “l’aborto è un fallimento sotto tutti gli aspetti. Non è mai stato un diritto, non lo abbiamo mai definito così e nemmeno la legge 194 si è mai sognata di considerarlo tale”.

Sestri Levante, dunque, come Verona, prima città italiana ad aver approvato lo scorso 4 ottobre una mozione in cui si parla di “inserimento nel prossimo assestamento di bilancio di un congruo finanziamento ad associazioni e progetti che operano nel territorio del Comune di Verona; promozione del progetto regionale ‘culla segreta’, stampando e diffondendo i suoi manifesti pubblicitari nelle Circoscrizioni e in tutti gli spazi comunali”, come Ferrara, Roma e Milano. Ma ci sono anche Chiavari che da anni divulga tramite i propri pannelli luminosi il messaggio di SOS Vita “Sei incinta, in difficoltà? Chiama 800 813 000 – www.sosvita.it”, che permette alla donna incinta in difficoltà di entrare in contatto con gli operatori del Centro di Aiuto alla Vita presenti sul territorio; Rapallo, dove già nel 2017, Carlo Bagnasco annunciò l’intenzione di erogare alle madri in difficoltà un “contributo alla vita” per impedire che si sentano costrette ad abortire spinte dalla necessità economica; il Comune di Santa Margherita Ligure attraverso la Consulta del Volontariato sostiene il locale Centro di Aiuto alla Vita con un contributo di euro 2500 annui.

Presenti in tutte queste mozioni anche un riferimento a generiche “pillole abortive”. Eppure, l’unica pillola abortiva riconosciuta come tale dall’Ente regolatorio europeo e da quello italiano è la RU486, il cui uso nel nostro Paese è limitato ai primi 49 giorni di amenorrea, mentre l’Agenzia Europea del Farmaco prevede la possibilità di utilizzarla nell’aborto farmacologico entro il 63° giorno di amenorrea. “Spesso le donne che chiedono l’interruzione – dice la ginecologa Mirella Parachini – non fanno in tempo a ottenerla entro le prime sette settimane e quindi devono ricorrere all’aborto chirurgico, senza avere la possibilità di scegliere la tecnica che preferiscono. Le linee di indirizzo del Ministero della Salute per l’interruzione volontaria della gravidanza farmacologica impongono il ricovero ordinario dall’assunzione della RU486 al momento dell’espulsione, che richiede in media tre giorni. Non vi è alcuna evidenza scientifica della necessità e dell’appropriatezza di questa misura, che comporta disagi per la donna e spese inutili per il servizio sanitario”.

“Le statistiche sull’aborto mostrano un leggero calo negli anni – si legge nella mozione romana – ma non tengono conto delle varie pillole abortive: manca all’appello una popolazione di 6milioni di bambini, che avrebbero impedito il sorgere dell’attuale crisi demografica”.
La crisi demografica italiana, quindi, sarebbe causata dai troppi aborti. Secondo il Ministero della Salute nel suo ultimo Rapporto (presentato a fine dicembre 2017) le interruzioni volontarie di gravidanza sono in calo. E questo è un fatto. E si tratta di un trend che va avanti inalterato, anche se con diverse entità, sin dal 1982. In particolare, nel 2016 le regioni hanno riferito un numero totale di 84.926 interruzioni di gravidanza, il 3,1% in meno rispetto all’anno precedente, quando si era registrato invece un calo più consistente (-9,3%). Per il terzo anno di seguito il numero totale delle IVG è stato inferiore a 100000, più che dimezzato rispetto ai 234801 del 1982, anno in cui si è riscontrato il valore più alto in Italia, 500mila. Complessivamente, considerando solo gli aborti effettuati da cittadine italiane, per la prima volta il numero è sceso al di sotto di 60mila, il che rappresenta una riduzione del 74,7% rispetto ai dati del 1982. Anche l’aborto tra le minorenni è in calo. I 2596 interventi effettuati da minorenni sono pari al 3.0% di tutte le IVG (erano il 2.9% nel 2015). Come negli anni precedenti, si conferma il minore ricorso all’aborto tra le giovani in Italia rispetto a quanto registrato negli altri Paesi dell’Europa Occidentale.

Il numero delle richieste di aborto, invece, è  ignoto, perché il dato non viene rilevato. Può quindi, alla luce di questi numeri oggettivi, essere la cosiddetta baby recession causata dal ricorso (a questo punto piuttosto scarso) all’interruzione di gravidanza? Lavoro e reddito delle donne, secondo Eurostat, sono cruciali in questo senso. Eurostat ha calcolato che il tasso di fertilità nell’Ue è sceso ai livelli più bassi durante la crisi economica (2008-2011). Il 2017 per l’Italia, in particolare, si è chiuso con un nuovo record negativo di nascite, appena 464mila, il 2% in meno rispetto al 2016. Sempre nel 2017 è aumentato il divario tra nuovi nati e decessi (-183mila). In questa cornice si osserva una crescita degli abitanti solo nelle aree più ricche e con più opportunità di lavoro.. Rossella Bozzon, ricercatrice del dipartimento di Sociologia all’ateneo di Trento non a caso dice che “la nostra cultura ci pone davanti un contesto legittimato secondo una serie di standard. Laurea, lavoro, acquisto casa, unione e, solo da ultimo, un figlio. In ogni caso, il primo problema è proprio l’accessibilità e la flessibilità delle strutture per l’infanzia che tuttora penalizza di più le donne, schiacciate come “sandwich” dal carico degli impegni”.

La percentuale di gravidanze indesiderate in Europa è un dato che ci restituisce un quadro fedele della salute riproduttiva europea. Secondo il Contraception Atlas, pubblicazione dell’European Parliamentary Forum on Population & Development oltre il 43% delle gravidanze non è pianificato. I contraccettivi sono utilizzati solo dal 69,2% delle donne europee di età compresa tra i 15 ei 49 anni che sono sposate o convivono con un partner – tassi di utilizzo questi, inferiori a quelli del continente americano. Gli ultimi dati della Sigo, la Società italiana di ginecologia e ostretricia, parlano di un utilizzo della pillola solo per il 16% delle donne, mentre il 42% delle ragazze under 25 non usa precauzioni durante il primo rapporto sessuale

 

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