Lo shock (anti)democratico del virus

di Angelo d’Orsi

Naomi Klein, in Shock Economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri (che nell’originale inglese, suona, più pertinentemente, “Shock Doctrine”), un libro del 2007, stabiliva una convincente correlazione fra i disastri climatici, gli “eventi estremi” e le restrizioni della vita democratica, a partire naturalmente dagli Stati Uniti. Terremoti, alluvioni e inondazioni, eruzioni vulcaniche, grandi siccità, incendi devastanti, nella misura in cui richiedono (o si induce a credere) misure tempestive, eccezionali, “fuori norma”, producono, nell’adesione passiva o nel consenso più o meno persuaso, una sospensione delle regole della democrazia. Si richiedono norme temporanee, che spesso diventano di lunga temporaneità fino a trasformarsi in definitive, si postula come necessario il passaggio dal libero dibattito delle idee alla decisione, magari citando Tito Livio e la celeberrima frase delle sue Storie (XXI) “Dum Romae consuliturSaguntum expugnatur” (citazione che in vero sintetizza l’originale, più lungo e articolato: “Dum ea Romani parant consultantque, iam Saguntum summa vi oppugnabatur”). Il senso è che nei momenti di pericolo non si può “perdere tempo” a discutere.

Ora con la crisi del Covid 19 (o meglio del SARS-CoV-2, nome scientifico del virus, che produce la malattia Covid 19) siamo di fronte a una variante: il disastro non nasce dalle “anomalie” del clima, bensì da un fatto di carattere igienico-sanitario. Certo, a ben riflettere anche il virus che oggi si abbatte sul pianeta, esattamente, come gli eventi climatici estremi, ha a che fare con la violenza che gli umani recano alla Terra. Ma comunque il Coronavirus costituisce un protagonista nuovo, che da soggetto puramente inquadrabile nella sfera dell’igiene e della sanità, un morbo generato da un virus fin qui sconosciuto, che la globalizzazione sta diffondendo urbi et orbi, sta diventando altresì un attore politico e sociale ed economico, e antropologico.

Le conseguenze economiche sono già sotto i nostri occhi, ma siamo soltanto all’inizio, e gli effetti saranno, molto probabilmente, ben più gravi di quanto ora ci dicano i primi segnali, dal crollo borsistico alla cassa integrazione in deroga, dalla crisi catastrofica del piccolo commercio, che difficilmente potrà riprendersi. Il virus sta dando una mano alla grande distribuzione, agli ipermercati, in ogni settore, comprese le librerie, ahinoi…

Assai meno visibili le altre implicanze politiche, sociali, antropologiche. Ne evidenzio alcune, cominciando dalle ultime, quelle antropologiche.

“Siamo come in guerra”, si ripete sovente in queste giornate convulse e insieme immobili. E come in ogni guerra – lo notava già oltre un secolo fa Antonio Gramsci – vengono a galla i sentimenti migliori e quelli peggiori: l’umanità si rivela, nella sua molteplicità, e nei suoi estremi. E mentre sentiamo, leggiamo e talora constatiamo direttamente la generosità e l’altruismo, la dedizione al bene comune, ossia alla salute pubblica innanzi tutto, di tante persone (medici paramedici volontari ecclesiastici, e tanta “gente comune”…), non possiamo non rilevare, favorita dalla situazione di “individualismo per legge”, l’esasperazione dell’egoismo: al supermercato si assiste a scene agghiaccianti, con signore che fanno incetta di provviste, anche se dietro in coda ci sono altri clienti che vorrebbero magari riuscire ad acquistare un prodotto di cui chi li precede ha fatto incetta. Ciascuno rinchiuso nella sua casa-guscio. Porte sbarrate. Con gli ossessivi messaggi: stai a casa, state a casa, resto a casa, a casa si sta bene. Niente passeggio, neppure l’ora d’aria viene concessa. E se hai un cane, e vuoi uscire con il tuo fedele amico, insieme a un compagno o compagna convivente, la legge te lo vieta. Un cane ha diritto a un solo accompagnatore. Ho visto cani di pezza al guinzaglio che vorrebbero giustificare la passeggiata del loro padrone. Obbligo di solitudine. Ci viene suggerito di stare “sui social”: di mandare foto, videomessaggi, di intrattenere pseudo-amicizie nella virtualità: quali saranno le conseguenze quando “l’emergenza” sarà terminata? Saremo ancora capaci di parlare ad altri esseri umani in carne ed ossa? Davvero sapremo abbracciarli? Per ora, ci si dice, la cosa è provvisoria. L’imperativo è: niente relazioni al di fuori del perimetro di casa.

Se comunque ti azzardi a scendere in strada (solo con “fondate giustificazioni” certificate), cogli sguardi diffidenti, a dir poco; ma se hai “gli occhi a mandorla”, se “sembri” cinese, devi stare assai più attento. Il rischio è l’insulto, o l’aggressione. Racconta su Facebook una ragazza che vive a Prato, capitale “cinese” d’Italia, che nel suo condominio c’è – ovviamente – una famiglia cinese, e che i condomini italiani passando davanti all’uscio di quella famiglia si tappano il naso, o sputano, farfugliando parole di condanna, che sono state anche pubblicamente ribadite nell’assemblea condominiale. Ma ieri, la famiglia cinese, che non ha mai reagito, ha donato a tutti i vicini, delle mascherine. Così come il suo governo ha fatto, in larga scala, con l’Italia. Ora di colpo, da oggi, i cinesi sono diventati buoni? Non mangiano più “topi vivi”, vero Zaia?

La forzata solitudine, l’isolamento, l’intensificarsi della paura del “contagio” rende cattive le persone mediocri, mentre esalta la voglia di “fare qualcosa” per la comunità nelle altre, qualcosa di buono, di utile, eccitando creatività e inventiva. I video diffusi in Rete, le vignette, le battute di spirito, i gesti di solidarietà, le catene di offerte, le raccolte di generi prima necessità, la musica al balcone, i siti di giornali o di film gratis, i messaggi di incoraggiamento sono altrettante manifestazioni di generosità, di cui stiamo prendendo atto con grande soddisfazione (ma per favore: smettiamola di auto-lodarci! Noi italiani, l’Italia è un Grande Paese, quello che facciamo noi nessuno lo fa, nessuno lo fa meglio di noi…, e via seguitando). Nel contempo siamo agghiacciati dall’emergere della malvagità, all’opportunismo, del cinismo, e della fame di visibilità e di profitto che la situazione ha rivelato o meglio confermato in tanti esseri umani.

Quanto al piano sociale, nel silenzio generale – una sorta di apatia imposta ma accettata volonterosamente da quasi tutti – si è fatta sentire la grande rimossa: la Classe Operaia. Scioperi “selvaggi” che hanno sorpreso e si spera risvegliato almeno una parte del sindacato. E addirittura affiora da più parti la proposta di uno sciopero generale per dire al Paese che i proletari non ci stanno al sacrificio unilaterale. Com’è possibile che si chieda loro di continuare la produzione, prima di predisporre tutte le indispensabili misure di sicurezza nei luoghi di lavoro? Non bastano i morti che quotidianamente ci vengono segnalati dagli Ispettorati del Lavoro? (A proposito, ora si contano solo quelli dell’epidemia…, degli altri si tace). Solo dopo queste manifestazioni il PD ha dichiarato, per bocca di alcuni dirigenti, che il partito ha a cuore la salute dei lavoratori… Persino lo sciacallo Salvini li ha preceduti, col solito cinico fiuto politico. Sicché mentre sembra che quattro quinti della società degli operai se ne freghi, loro hanno dato un messaggio che mentre li onora loro, disonora quei quattro quinti. Il modello Shock mostra la spaccatura sociale, nella sua cruda verità. La Confindustria tuona: “la produzione deve andare avanti. Prenderemo le misure necessarie per proteggere i lavoratori”, frase che è una promessa, ma non certo una realtà. E del resto neppure gli operai della sanità – medici infermieri e paramedici, dai barellieri agli autisti delle ambulanze, e così via – a quanto dicono i dati sui contagi, sono protetti a sufficienza. Ma loro almeno si ammalano (si spera non muoiano) con la solidarietà della nazione. Invece, gli operai no. Loro sono ormai figli di nessuno, e sono soli anche davanti al Coronavirus. E poco si parla di impiegati e insegnanti che provano nell’inedito smartworking, a lavorare da casa, e sono pure sovente oggetto di insinuazioni da parte dei soliti nullafacenti: quasi che lavorare da casa significasse vacanza. La solidarietà sociale da una parte, insomma, la frammentazione estrema, dall’altra: civismo versus egoismo.

Ma il danno maggiore, lo Shock più forte il virus lo sta facendo nella politica, nella vita democratica. Un paio di giorni fa un giornalino di destra invocava tecnici al potere comandati dai militari: un generale che prenda in mano la situazione! Ecco la soluzione. Elezioni differite, referendum anche, sine die; con ottime ragioni, certo: ma ci verranno restituiti? O passeranno in cavalleria, davanti alle necessità “ben più importanti” poste dall’emergenza? E in attesa che si arrivi all’annunciato taglio dei parlamentari – uno degli atti più oscenamente feroci contro la Costituzione e la democrazia, messi in campo finora –, si contingentano (!?) le presenze dei parlamentari nelle sedute di Camera e Senato: finora ci si lamentava per le aule semivuote, ora dobbiamo cercare di svuotarle d’imperio?! Acutamente Vincenzo Vita (Il virus non contagi la democrazia, su “Articolo 21”) ha osservato che questo contingentamento potrebbe essere la via breve e più efficace per assuefarci alla riduzione del numero dei parlamentari: come volevasi dimostrare. Del resto i commenti sono prevedibili: per quello che ci sta fare, il Parlamento, che siano 600 o 400 o 200, non cambia nulla. Anzi, secondo il pensiero sotto traccia che sta circolando, se viene chiuso “temporaneamente”, non se ne trarrà che un beneficio. “Lasciamoli lavorare”, insomma: chi? I governanti. Fuori da ogni controllo, lontano da occhi e orecchi, senza alcun pubblico dibattito. Il che, ammettiamo, è in gran parte vero, perché è uno degli elementi portanti della post-democrazia, lo svilimento del ruolo del Potere legislativo fin quasi al suo annichilimento. Ma la risposta non può, non deve essere quella della sua eliminazione anche formale: ma piuttosto, uno sforzo di restituire al Legislativo il centro della vita democratica, e senza allontanarsi dalla via maestra (la Costituzione), far in modo che ciascun potere svolga il suo ruolo.

Una nota finale in tal senso va riservata a Giuseppe Conte, figura emblematica della migliore tradizione dell’italico opportunismo, il quale, grazie anche alle lodi generali, che va ricevendo persino da parte di molti di coloro che lo criticavano e lo avversavano, ormai parla quasi esclusivamente in prima persona. In passato, ci si faccia caso, usava sempre il plurale riferendosi all’Esecutivo, ai governi da lui presieduti, consecutivamente, passando dal governo con la Lega, contro il Pd, con una piroetta straordinaria a quello con il PD contro la Lega. Ebbene di giorno in giorno, di ora in ora, Conte si è ritagliato uno spazio e un palcoscenico non più da “primus inter pares”, che è il ruolo che la Costituzione affida al presidente del Consiglio, ossia un coordinatore dei segretari di Stato, detti anche “Ministri”, bensì da “capo”. Capo che sente, magari consulta, ma agisce e decide, e opera, e annuncia. En solitaire, come ogni capo che si rispetti…

Un orientamento, anche questo, “temporaneo” e “provvisorio”? O è la Shock Doctrine che avanza anche sui filamenti inquietanti del Coronavirus?

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