La preparazione politico-militare nella Resistenza italiana

di Pietro Secchia
Aldo dice: 26×1, Cronistoria del 25 aprile 1945, Feltrinelli, Milano, 1973, pp. 20-26

Patrioti italiani, in meno di un mese la forza armata tedesca è stata schiantata e la città di Roma è stata liberata. Oggi hanno avuto inizio gli sbarchi in occidente. D’ora innanzi le armate tedesche in Europa verranno attaccate da tutte le parti. Il giorno da voi tanto atteso è finalmente giunto. Faccio appello a tutti i patrioti d’Italia d’insorgere compatti contro il comune nemico. H. R. Alexander, Comandante in capo delle forze alleate in Italia

Il 4 giugno 1944 gli Alleati entravano in Roma, la prima delle capitali d’Europa, liberata. Il 6 giugno sbarcavano con pieno successo in Normandia, si trattava della più grande operazione bellica anfibia che avesse mai avuto luogo.

“La storia della guerra non conosce altra impresa paragonabile per le proporzioni, la vastità di concezione e la magistrale esecuzione”. (1)

Gli anglo-americani avevano impiegato 11 mila caccia bombardieri, 4 mila navi da guerra e migliaia di navi minori, lanciato 20 mila paracadutisti dietro le linee nemiche, sbarcato nelle 24 ore 250 mila uomini e aviotrasportate tre divisioni dalle coste della Francia. Il doppio fronte era finalmente una realtà.

Il 23 giugno, in base agli accordi di Teheran, l’esercito rosso iniziava la sua travolgente offensiva spezzando il fronte tedesco in Finlandia e sfondando al centro tra Vitebsk e Gomel. Trenta divisioni germaniche erano tagliate fuori nei paesi baltici. In luglio l’incalzare degli avvenimenti diveniva precipitoso. Mentre le armate anglo-americane, espugnata Cherbourg il 26 giugno e liberata Caen il 9 luglio puntavano, rapidamente su Parigi, le armate sovietiche frantumate le linee di Von Model, liberate Minsk il 5 luglio, Vilno il 13 e Grodno il 17, irrompevano verso occidente avvicinandosi ai confini della Prussia orientale.

Il 20 luglio un attentato contro Hitler rivelava al mondo la fine di un altro mito. L’unità dei gruppi dirigenti tedeschi e la compattezza del fronte interno erano crollate sotto il peso schiacciante della sconfitta. Un complotto organizzato e diretto da un gruppo di generali dello stato maggiore, tentando di liquidare fisicamente il dittatore aveva cercato di salvare il salvabile. L’ora tanto attesa dai popoli dell’Europa oppressa e martoriata, l’ora dell’offensiva generale concentrica da est, da ovest, da nord e da sud era giunta. Un fremito di rivolta generale percorreva la Resistenza europea, la battaglia finale era iniziata.

Sin dall’inizio della guerra partigiana l’obbiettivo dell’insurrezione nazionale era presente nel pensiero e nell’azione dei partiti antifascisti italiani che facevano parte dei CLN ed in modo particolare l’insurrezione era stata oggetto di seria e costante preparazione da parte del Partito comunista, del Partito d’Azione e del Partito socialista; ma lo sviluppo degli avvenimenti imponeva la necessità di accelerarne l’organizzazione.

Tutti i partiti e i movimenti antifascisti si trovavano d’accordo, in linea di principio sull’insurrezione (questo fu l’obbiettivo che il CLNAI nel suo complesso, si pose) ma nella misura in cui si avvicinava l’ora di scatenarla era inevitabile che le divergenze insorgessero tra coloro che la ritenevano indispensabile al successo della guerra di Liberazione nazionale e chi invece la temeva come un grave pericolo, divergenze che si manifestarono soprattutto nel diverso impegno che i partiti aderenti al CLN posero nel prepararla ed organizzarla.

L’insurrezione anche quando ha carattere largamente nazionale e patriottico, non è mai un’operazione puramente militare, ma è in primo luogo una possente lotta delle masse popolari e perciò stesso un movimento rivoluzionario; le classi conservatrici non possono non averne paura.

Già nei primi mesi della lotta partigiana i comunisti avevano posto chiaramente ed apertamente il problema dell’insurrezione nazionale:

“Lo sciopero politico, l’insurrezione nazionale non possono essere delle semplici parole d’ordine di agitazione, devono essere già oggi un compito concreto di organizzazione e di preparazione. Si deve cioè continuare, allargare, generalizzare la lotta di liberazione nazionale già iniziata: quella armata, partigiana in primo luogo, ma anche la resistenza di massa alle ingiunzioni fasciste e naziste e il movimento rivendicativo delle masse contro i propri oppressori e sfruttatori.

In questa lotta si creeranno i quadri e gli organismi dell’insurrezione, si addestreranno le masse all’attacco finale e all’insurrezione vittoriosa”. (2)

Questa sarebbe maturata attraverso lo sviluppo di molteplici azioni partigiane, di lotte operaie nelle fabbriche, di movimenti contadini nelle campagne. Partendo da questa concezione, sin dai primi mesi della guerra partigiana si davano indicazioni precise per la creazione dei Comitati di agitazione nelle fabbriche e sugli obbiettivi che lo sciopero generale politico avrebbe dovuto porsi.

“Nello sciopero insurrezionale, si devono occupare le fabbriche non per asserragliarsi dentro, ma per farne delle fortezze, dei punti di appoggio per le azioni armate insurrezionali da condursi all’esterno contro i capisaldi e ipunti vitali del nemico!” (3)

Si consigliava ai ferrovieri di prevedere che ad un dato momento avrebbero dovuto impossessarsi con la forza dei centri ferroviari più importanti, arrestare i trasporti nemici, mettersi a disposizione dei centri insurrezionali, così i lavoratori delle poste e dei telegrafi avrebbero dovuto occupare i centri telegrafici, telefonici e le stazioni radio.

Si trattava di compiti seri ed indispensabili alla preparazione di una insurrezione nazionale vittoriosa, che non potevano essere improvvisati all’ultimo momento, occorreva predisporne in tempo la realizzazione.

L’insistere su questi argomenti sin dai primi mesi della guerra partigiana era giusto politicamente e militarmente, ma non mancò di provocare anche alcune errate interpretazioni che dovettero essere chiarite onde evitare conseguenze gravi allo sviluppo vittorioso della lotta.

Specialmente nel corso dello sciopero generale del marzo 1944 venne alla luce un’opinione abbastanza diffusa tra le masse operaie e la popolazione dei centri industriali, che lo sciopero avesse carattere insurrezionale e fosse giunta l’ora di farla finita con i tedeschi ed i fascisti. Nei quartieri popolari, in particolar modo, correvano voci che migliaia di partigiani sarebbero scesi dai monti ed avrebbero occupato le città.

A creare certe illusioni ed a fare circolare le voci più sensazionali, aveva contribuito la situazione oggettiva stessa (gli operai comprendevano molto bene che il problema essenziale non era quello del miglioramento delle condizioni economiche, ma della cacciata dei tedeschi, comprendevano che non vi sarebbe stata soluzione reale alle condizioni di vita se non facendola finita con i nazifascisti) ma in parte anche alcuni difetti della nostra stampa e la errata interpretazione di alcune parole d’ordine, ad esempio quella che diceva “prepariamoci per l’insurrezione nazionale”.

L’aver insistito in articoli e direttive su tale tema, in coincidenza con la preparazione dello sciopero generale rivendicativo e politico del marzo 1944, aveva concorso a creare una certa confusione. Il “prepariamoci all’insurrezione nazionale” era stato qua e là interpretato come una parola d’ordine immediata. (4)

Dopo lo sciopero generale del marzo, si continuò a martellare sulla necessità di “preparare in ogni dettaglio l’insurrezione nazionale”, ma nello stesso tempo si sottolineava che con l’insurrezione non si scherza (noi volevamo una insurrezione vittoriosa e non un’avventura) che questa avrebbe potuto essere scatenata soltanto quando le forze del popolo italiano fossero pronte a colpire ed a schiantare il nemico: “il momento e l’ora dell’insurrezione nazionale saranno perciò scelti dal popolo italiano e non dal nemico”.

L’inizio della battaglia per l’Europa annunciava che era ora di preparare l’insurrezione non soltanto sul piano politico, ma anche su quello militare. Il 28 giugno 1944 il Comando generale del CVL (5) inviava a tutti i Comandi regionali la direttiva n° 5 avente per oggetto “lo studio degli obbiettivi” dell’insurrezione nelle città, la situazione degli effettivi e la elaborazione dei piani insurrezionali e per l’azione sistematica di sabotaggio.

Tali direttive di massima consistevano in una serie di indicazioni sui compiti che ogni comando partigiano doveva proporsi allo scopo di conoscere accuratamente la topografia della città e del territorio circostante (fabbriche, caserme, ferrovie, sedi di comandi nemici, ecc. ecc.), le forze del nemico e quelle dei patrioti, la loro effettiva efficienza e per l’intensificazione degli attacchi e delle azioni di sabotaggio contro il nemico.

Ad ogni Comando periferico veniva assegnato il compito di elaborare un piano concreto dell’insurrezione, nell’ambito della zona di sua competenza, che contemplasse gli obbiettivi e le azioni immediate per lo sviluppo sistematico dell’attività militare sino alla cacciata del nemico ed all’occupazione della zona da parte delle formazioni patriottiche. (6)

Da parte loro i dirigenti del Partito d’Azione insistevano scrivendo:

“E’ verissimo, e diventerà sempre più evidente che il nostro popolo, al pari degli altri popoli oppressi, conduce un incessante lotta insurrezionale contro chi gli ha fatto il regalo di questa guerra, contro chi lo schiavizza, contro il nazismo e il fascismo. Siamo in cammino verso le insurrezioni nazionali antihitleriane del continente europeo. Ed ecco il problema: non lasciarci deviare, né falsificare la lotta, non lasciarci sfuggire i frutti della nostra vittoriosa riscossa. (7)

Anche dopo la liberazione di Roma e l’apertura del secondo fronte, vi era tuttavia chi pensava, i liberali e i democratici cristiani tra questi, non esservi null’altro da fare che continuare l’azione di ogni giorno. I loro rappresentanti nel CVL approvavano le direttive accennate, ma nella stampa clandestina dei loro partiti non si parlava mai di “insurrezione”, la parola era accuratamente evitata e ciò non era casuale.

Il n° 5 di Risorgimento Liberale, del maggio 1944, alla vigilia della liberazione di Roma, mentre divampava aspra e ardita la lotta partigiana in tutte le valli, non ha una parola sola di incitamento alla lotta armata ed in un articolo dal titolo: Guardare avanti si limita a dire: “Oggi questo solo ci premeva dire ai nostri lettori: Non scoraggiatevi. Non credete ai pessimisti ed ai seminatori del dubbio. Abbiate coraggio. Sopportate ancora. E vedrete che il domani riserberà ancora ore serene. Riprenderemo i traffici.”

Dal canto suo, nello stesso periodo di tempo, Democrazia, organo clandestino del Partito della Democrazia Cristiana, nel suo n° 2 ed anche nei numeri seguenti pubblica con caratteri di rilievo una manchette dal titolo: “Che cosa devono fare i democratici cristiani? In questo momento di attesa ogni buon democratico cristiano, convinto della bontà della causa non deve rimanere inerte, ma svolgere con prudente coraggio, un’attiva propaganda delle sue idee, deve fare conoscere il nostro programma, deve diffondere i nostri volantini e Democrazia”.

Gli uni consigliano a sopportare ancora e già guardano , alla “ripresa dei traffici”, gli altri parlano di momento di attesa. Non era certo con lo spirito del prudente coraggio che si poteva preparare l’insurrezione. Agli uni ed agli altri rispondeva il Partito comunista con delle critiche aperte, invitandoli ad una maggiore combattività ed alla messa in pratica delle decisioni che venivano prese in comune nei CLN.

“Non basta decidere, accettare, approvare; bisogna realizzare, bisogna fare onore alla propria firma. Non basta pronunciarsi contro l’attesismo e poi permettere che le formazioni partigiane che si dice di dirigere e controllare non si facciano mai vive con qualche azione concreta contro i tedeschi ed i fascisti. Parliamo soprattutto ai nostri amici liberali, ai nostri amici democristiani. Non basta pronunciarsi contro ogni forma di “pacificazione” di non belligeranza col nemico e poi permettere che si inizino trattative in questo senso con i tedeschi ed i fascisti.

Non basta pronunciarsi per lo sciopero generale, firmare per esso, come ottimamente fece il Partito socialista, un appello comune con il nostro partito e poi permettere che delle organizzazioni dipendenti si rifiutino di marciare com’è avvenuto a Firenze ed a Padova e peggio lasciar passare senza misure di partito che l’organizzazione di Torino, esca, di propria iniziativa, durante lo sciopero, con un manifestino che ordina la ripresa del lavoro”. (8)

Questi partiti erano invece occupatissimi a preparare i nomi e le liste degli uomini da designare a liberazione avvenuta, alla testa delle prefetture, dei Comuni e delle amministrazioni pubbliche. Anziché operare per preparare l’insurrezione, erano intenti a preparare i piani per il dopo, con la prospettiva di rimettere in piedi tutta la vecchia struttura dello Stato, non certo democratico, prefascista. Agli autori di quei disegni non passava neppure per la testa che l’insurrezione nazionale organizzandosi e trionfando si sarebbe creata da sé i propri organi di potere e di ordine e che quegli organi avrebbero dovuto essere i Comitati di Liberazione Nazionale.

“L’ordine nuovo che uscirà dall’insurrezione, scrivevamo, se vuole esser vitale e non tradire le aspirazioni popolari non può che essere democratico, nel più largo senso della parola, non può che basarsi sugli stessi organi che, oggi, già inquadrano e guidano nella lotta le masse nazionali e che domani le porteranno all’insurrezione e alla vittoria. Questi organi sono i Comitati di Liberazione Nazionale e le formazioni ad essi aderenti: comitati di agitazione di fabbrica, comitati di contadini, comitati di villaggio, formazioni di partigiani.

Preparare dei piani per il dopo insurrezione, a base di prefetti, di questori, di podestà con relativi carabinieri e poliziotti formati da vent’anni di fascismo vuoI dire preparare il soffocamento dell’insurrezione stessa a più o meno breve scadenza. Dietro questi piani si nascondono le stesse forze antipopolari e reazionarie che già trovammo dietro i tentativi di soffocare la lotta partigiana e la lotta rivendicativa degli operai”. (9)

Balzava, sin da allora, evidente la diversa prospettiva delle forze che, unite nei CLN contro il comune nemico, erano divise da contrasti di classe che le spingeva ad agire in modo diverso.

Organizzare l’insurrezione nazionale e il dopo insurrezione per le forze veramente democratiche aveva il significato ben preciso di rafforzare e potenziare tutti gli organi che conducevano la lotta contro i tedeschi ed i fascisti, trasformarli in sempre più larghi organismi di massa, fare dei Comitati di Liberazione Nazionale i futuri organi di governo.

Note

1) Dal telegramma di Stalin a Churchill dell’11 giugno 1944, in Churchill, La seconda guerra mondiale, parte VI, vol. 1, p. 27.
2) “L’Unità”, n. 25, 24 dicembre 1943, edizione dell’Italia settentrionale.
3) Ibidem
4) “La Nostra Lotta”, n° 5-6, marzo 1944.
5) Il Comando generale del Corpo Volontari della Libertà prima dell’arrivo del gen. Cadorna era composto da Ferruccio Parri, Luigi Longo, Enrico Mattei, dal maggior Mario Argenton e dall’avv. Mosna.
6) Archivio del CLNAI e archivio delle brigate d’assalto “Garibaldi”, direttiva n° 5.
7) “L’Italia Libera”, organo del Partito d’Azione, n° 9, 10 luglio 1944, fondo dal titolo: La guerra civile del mondo.
8) Dopo lo sciopero generale, “La Nostra Lotta”, n° 5-6 marzo 1944, Contro ogni forma di attesismo ed ogni manovra scissionistica.
9) Per l’unità di tutte le forze antitedesche e antifasciste. “Nostra lotta”, n° 5-6, marzo 1944, p.

 

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