Prostituzione, donne in vendita

di Liliana Frascati per Adoc  Assemblea donne comuniste

L’epidemia di corona virus avrebbe avuto il merito di fare emergere prepotentemente le realtà di esistenze che i cosiddetti normali fanno finta di non conoscere. Per esempio, la prostituzione ha fatto parlare di sé perché le/i “lavoratrici/ori del sesso”, in maggioranza donne, essendo assai minore la prostituzione maschile e transgender, fra l’altro richiesta soprattutto da uomini, sono rimaste/i senza alcuna fonte di reddito, cioè sono “disoccupate/i”. Non ritengo né opportuno né calzante definire la prestazione sessuale come un’attività, secondo il diritto del lavoro. Per inciso, la senatrice Merlin impiegò un decennio per fare approvare nel 1958 la legge, appunto detta Merlin, sulla materia, facendo chiudere, secondo le indicazioni dell’Onu, i cosiddetti bordelli, sui quali lucrava lo Stato, e prevedendo le misure di contrasto allo sfruttamento della prostituzione.

Ebbene, vorrei dire che la repressione dello sfruttamento non abbia dato grandi risultati, perché in fondo il relativo impegno al riguardo non è un granché perché essa serve al mondo maschile (almeno ad una grande parte) e l’opinione pubblica pare ritenerla un male necessario, presente dalla notte dei tempi. Il mondo del cinema e della letteratura ha, purtroppo, dato un’immagine edulcorata del meretricio, presentando le case chiuse come bellissime ville e chi si prostituiva come persona che aveva scelto “liberamente” di fare tale attività, ricavandone un alto tenore di vita. Ma le prostitute cosiddette di alto bordo come oggi le escort o comunque le/i prostitute/i che affermano di avere optato per la vendita del proprio corpo, come fonte di guadagno, sono una minoranza e vorrebbero una legge che le riconoscesse come sex worker, con le tutele ed i diritti di chi lavora, in proprio o come dipendente.

Invece, la maggior parte di coloro che si prostituiscono è rappresentato da donne, in gran parte straniere, comprese minorenni, che sono vittime della tratta, altro che libere professioniste, e che solo talora riescono ad uscirne con l’aiuto di associazioni che se ne prendono cura. Ogni legislatura vede la presentazione di di disegni di legge che intendono cambiare o meglio, a mio parere, stravolgere la legge Merlin, volendo in genere riconoscere a tale attività lo status di professione (lavoro autonomo? Impresa? Cooperativa? od altro di analogo).

È il modello del centro Europa, in vigore da anni in Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Austria, che ha dato pochi risultati rispetto al contrasto dello sfruttamento. Rimane sempre chi non vuole o non può “legalizzare” la propria attività di prostituta, anche perché deve rispondere a quella parte della malavita che gestisce tale lucroso mestiere. Diverso è il modello nordico, sperimentato in Svezia dal 1999 e poi adottato anche in Norvegia, Islanda, Irlanda, Francia, modello che punisce il cliente, più precisamente prevede sanzioni ed anche carcere per chi acquista prestazioni sessuali mentre ammette la vendita delle stesse.

Ci è voluto del tempo ma l’applicazione di tale normativa ha visto sia ridurre lo sfruttamento della prostituzione, sia cambiare l’opinione pubblica, dapprima non particolarmente favorevole, per poi modificarsi in senso positivo negli ultimi anni, anche da parte dei giovani maschi. La legalizzazione della prostituzione non farebbe altro che legittimare il modello culturale che vede nel sesso una merce di scambio, dove il corpo della donna è a disposizione in qualsiasi momento per soddisfare l’uomo, e darebbe ancora più spazio alle attività dei racket. Sebbene sia difficile ipotizzare una legge “alla svedese”, per i suoi sostenitori una via all’italiana è possibile e passa attraverso la legge Merlin e la capacità di “scandalizzare” l’opinione pubblica, ribaltando la visione della donna e della prostituta. La legge Merlin va integrata prevedendo la punizione dei i clienti e va applicata nella parte relativa alla lotta contro lo sfruttamento sessuale. La gran parte delle donne che si prostituiscono sono in realtà sottoposte a violenza e schiavitù sessuale e, come tali, possono e devono essere aiutate secondo le leggi di tutela contro la violenza, in particolare quella sulle donne. Alle associazioni fautrici del sex work si deve rispondere che l’azione del prostituirsi non è vietata dalla legge Merlin e che, quindi, le prostitute “volontarie” possono già godere di tutti i diritti individuali riconosciuti dalla Costituzione italiana e che non tutte le attività svolte dalle persone sono regolamentate secondo principi economici (lavoro autonomo o lavoro dipendente).

Una vera emancipazione femminile non si potrà avere finché ci saranno donne costrette a prostituirsi o che si venderanno sessualmente per sfuggire a condizioni di povertà e di precarietà. Al riguardo, si sottolinea che i principali teorici del comunismo sono stati degli strenui oppositori della prostituzione: Karl Marx considerava la sua abolizione come necessaria per superare il capitalismo, Friedrich Engels considerava anche il matrimonio una forma di prostituzione, mentre Vladimir Lenin considerava il lavoro sessuale come estremamente sgradevole. I governi comunisti, nei paesi in cui assunsero il potere, hanno ostacolato la prostituzione, pur non vietandola esplicitamente. La piena occupazione garantiva a tutti/e un salario, riducendo di molto il numero delle donne disposte a vendere il proprio corpo per guadagnarsi da vivere. La domanda da parte degli uomini era bassa, essendo libere le abitudini sessuali, e, pertanto, anche l’offerta era bassa. Ne è controprova il fatto che la depressione economica, negli anni successivi al crollo del comunismo in Russia e negli ex paesi dell’Est, ha portato ad un aumento considerevole della prostituzione negli stessi ed alla tratta delle donne slave verso l’Europa e verso l’Oriente. Il mercato del sesso vale oggi decine di miliardi di dollari ed è stato incrementato al massimo dalla globalizzazione neoliberale con la monetarizzazione dei rapporti sociali e con il traffico di persone, soprattutto donne.

I comunisti e le comuniste che puntano al superamento del capitalismo, di conseguenza, sono consapevoli che la lotta contro lo sfruttamento sessuale è uno dei mezzi fondamentali per scardinare il sistema del profitto, ormai esteso a gran parte del mondo.

 

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