A 40 anni dalla marcia dei “quarantamila”

di Dario Ortolano

Il 14 ottobre del 1980, le strade di Torino, vennero percorse da una manifestazione di molte migliaia di ” colletti bianchi ” della Fiat, che venne poi definita dei ” 40 mila “, anche se in realtà erano molti di meno, che chiedevano alle autorità politiche e sindacali del Paese, nazionali e locali di ” riaprire i cancelli ” degli stabilimenti Fiat, occupati dai lavoratori da 35 giorni, per impedire il licenziamento, dichiarato dal gruppo dirigente aziendale, di 24 mila lavoratori Fiat.La notizia, circa un mese prima di quel giorno, era scattata come una bomba ad orologeria, destinata ad esplodere e distruggere la vita di decine di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie, in seguito al minacciato licenziamento di massa.La reazione operaia e popolare era stata istantanea ed a catena, al diffondersi della ” notizia “, ed era stata caratterizzata dal susseguirsi di una serie di assemblee, proclamazioni di scioperi spontanei e cortei interni ai principali stabilimenti Fiat, soprattutto a Torino, ma non solo, che sfociarono, ben presto in una radicalizzazione delle forme di lotta, che assunsero la forma del presidio dei cancelli, degli stabilimenti stessi, con un blocco, di fatto, della produzione, e, quindi, col controllo operaio dei principali stabilimenti Fiat, come forma di lotta per impedire i licenziamenti minacciati. Era unanime la consapevolezza che, in tale prospettiva, la catastrofe più assoluta si sarebbe abbattuta sulle condizioni di vita dei lavoratori, permettendo, in tal modo, ai padroni, di imporre al movimento operaio e popolare una sconfitta di dimensioni storiche.Da qui, la immediatezza e il carattere generalizzato delle forme di lotta assunte, fondate sulla consapevolezza, come si disse allora, ” di resistere un minuto in più del padrone “, per costringerlo a ritirare i provvedimenti minacciati.Come sappiamo, tale movimento di lotta durò 35 giorni, da allora chiamati ” i 35 giorni di lotta alla Fiat “, che sarebbero stati destinati, ben presto, a mutare il volto dell’intero Paese, nonché i rapporti di forza, sul campo, fra le classi sociali in lotta.Da una parte, la classe operaia, i lavoratori del principale gruppo produttivo del Paese, la Fiat appunto, che difendevano il proprio posto di lavoro, e, dall’altra i padroni, in particolare Agnelli ed il suo amministratore delegato, Cesare Romiti, che, proprio partendo dalla Fiat, tentavano una ” prova di forza “, contro i lavoratori che, se portata a compimento con successo, avrebbe aperto i varchi di una controffensiva padronale contro i lavoratori ed i loro diritti, acquisiti in duri e lunghi anni di lotte, non solo alla Fiat, ma in tutto il Paese. Questa era la posta in gioco.Al 35 giorno di lotta, dopo alterne vicende, fra le quali la presenza significativa alla porta 5 della Fiat Mirafiori, di Enrico Berlinguer, che vi aveva portato la solidarietà ed impegno di lotta a fianco dei lavoratori, di tutti i comunisti italiani, si giunse alle fasi finali dello scontro, appunto, con quella che verrà poi chiamata la ” marcia dei 40 mila “, organizzata meticolosamente dalle gerarchie aziendali, dai suoi massimi livelli fino ai reparti e nelle varie officine, al fine di contrapporre i ” quadri “, agli operai e favorire la sconfitta della lotta di quest’ultimi. In realtà l’esito di tale mobilitazione fu, inizialmente controverso, ma ebbe l’effetto di far sentire alla ” città ” ed alla più vasta opinione pubblica popolare, l’effetto della ” divisione ” interna al movimento di lotta, anche se coloro che manifestarono quel giorno, chiedendo la ” riapertura dei cancelli “, famoso a tale proposito lo slogan ” Novelli, Novelli, riapri i cancelli “, non avevano fino ad allora partecipato ad alcuna lotta, ed agivano in piena e consapevole funzione di crumiraggio antisindacale ed antioperaio.Tuttavia, tale manifestazione ebbe anche l’effetto di ” convincere ” i vertici sindacali che fosse giunto il momento di trattare con i padroni, forme più ” mediate ” di allontanamento dei lavoratori dal luogo di lavoro, cosa che in effetti si fece con un ” accordo ” che prevedeva moltissime migliaia di lavoratori messi ” in cassa integrazione “, al fine di diluire nel tempo la loro cessazione del rapporto di lavoro.Tale nuova ” condizione ” contrattata della riduzione della occupazione alla Fiat, ebbe, da un lato, l’effetto di evitare una ondata disastrosa di licenziamenti immediati, ma dall’altro consegnò alla condizione di ” inattività ” migliaia e migliaia di lavoratori, di cui alcune decine arrivarono al suicidio ed alla contrazione di malattie ” nervose ” dovute alla condizione in cui vennero ad essere costretti, per lunghi periodi di tempo.La Fiat, da parte sua, conseguì il suo obbiettivo di riduzione della mano d’opera occupata, scaricandone i ” costi ” sulla comunità nazionale, appunto, attraverso la cassa integrazione, con dimensioni di massa.Questo esito della ” lotta dei 35 giorni alla Fiat ” ebbe un un’effetto di ” spartiacque ” fra la fine degli anni ’60 e tutti gli anni ’70 del secolo scorso, caratterizzati da lotte operaie e popolari, lunghe ed incisive, che portarono a significative vittorie e conquiste di diritti economici, sociali e civili per tutto il popolo italiano, e gli anni ’80, sempre più caratterizzati dalla controffensiva padronale, che passò attraverso la sconfitta al Referendum del 9/10 giugno 1985, che avrebbe abrogato la scala mobile, fino alle più recenti abrogazioni dell’ art.18 dello Statuto dei lavoratori ed una serie successiva di leggi antipopolari che avrebbero, quasi totalmente, vanificato le conquiste politiche, economiche, sociali e civili degli anni ’70.Questo è il vero ” significato ” della ” marcia dei 40 mila ” e delle sue conseguenze ” indirette ” e di lungo periodo, nei rapporti di forza fra le classi sociali nel nostro Paese.Ricordarne l ‘ ” anniversario “, in questa giornata, ancorché doloroso, può essere utile, al movimento operaio, sindacale e politico, nel suo insieme, per apprendere, per chi ancora ne sia disponibile, alcune ” lezioni della storia “.

La prima è rappresentata dal fatto che, quando sono in discussione fondamentali diritti sociali dei lavoratori, come quello al lavoro, ” cedere ” e contrattare al ribasso diverse condizioni per attuare i piani dei padroni, non può che portare ad ulteriori e più decisive sconfitte il movimento operaio e dei lavoratori.

La seconda è fondata sulla considerazione che, nel sistema capitalistico, i padroni godono di mille ” appoggi ” e sostegni, innanzitutto dal ” loro ” sistema politico, rappresentato dai partiti che ne difendono gli interessi fondamentali, e che, quindi, la difesa dei diritti fondamentali dei lavoratori, in tale sistema, passa, anche attraverso lotte molto dure ed intransigenti, che sappiano creare una più ampia unità popolare, sia nella conduzione della lotta che degli obbiettivi da perseguire.La terza è incarnata dalla dimostrazione pratica, comprovata storicamente, del fatto che i padroni non lasciano nulla di intentato, nel perseguire l’obbiettivo di dividere ed isolare la parte più avanzata e decisa del movimento operaio e popolare, utilizzando a tale scopo, l’ampia rete dei loro servi, a partire dai luoghi della attività produttiva.Lezioni ” preziose ” ancor oggi, per muovere nella direzione di ricreare un forte ed esteso fronte di lotta della classe operaia, dei lavoratori e di tutti gli sfruttati ed oppressi dal capitalismo e dall’imperialismo, nella prospettiva di una vera alternativa politica, economica, sociale e culturale che metta al centro i bisogni fondamentali dei lavoratori e del popolo intero contro la borghesia monopolista ed imperialista che domina, attualmente incontrastata, nell’ occidente capitalistico.

Oggi come ieri, unità dei lavoratori e del popolo, per il lavoro, l’uguaglianza e la giustizia sociale, per la difesa e riconquista di fondamentali diritti economici, sociali e civili, per la pace, la sovranità ed indipendenza nazionale, la vera democrazia popolare ed il socialismo !!!

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