Nel Centenario del PCI il ruolo di una delle donne fondatrici: Rita Montagnana.

Nata a Torino, il 6 gennaio del 1895, da Moisè e da Consolina Segre, Rita faceva parte di una famiglia ebrea, cresciuta nella cultura di un ebraismo laico, emancipato, orientato al sociale, e che condivideva le aspirazioni del movimento operaio e la causa dell’emancipazione delle classi lavoratrici. La famiglia risiedeva in Borgo San Paolo, in via Monginevro 68, a Torino, in una casetta posizionata all’interno del cortile. Viveva insieme ad altre quattro sorelle (Gemma, Lidia, Clelia ed Elena), e ai due fratelli maschi (Mario e Massimo).

Dopo la morte prematura del padre, direttore della nota sartoria Bellom, i Montagnana avrebbero potuto continuare a «vivere quasi agiatamente»; tutti i figli però erano stati incoraggiati a imparare un mestiere manuale – ricorda Mario – e così anche Rita a quattordici anni andò a lavorare presso la sartoria Sacerdote, ben conscia fin dall’inizio dei propri diritti: aderì subito infatti agli scioperi delle sarte torinesi (1909 – 1911) e nel 1911 si iscrisse alla Camera del lavoro. Nel 1914 divenne segretaria del circolo femminile «La Difesa», e nel 1915 prese la tessera del PSI (Partito socialista italiano). Durante la guerra fu assunta come impiegata alla Banca Commerciale e poi all’Alleanza cooperativa torinese. Particolarmente attiva nei moti del 1917, fu eletta nel comitato regionale femminile e nella commissione esecutiva della sezione socialista di Borgo San Paolo. Tra le fondatrici del PCd’I (Partito comunista d’Italia) a Torino, fu inviata, come rappresentante delle comuniste italiane, alla II Conferenza femminile internazionale, organizzata il 14 giugno del 1921 a Mosca. Poche settimane dopo partecipò al III Congresso dell’Internazionale comunista (IC).

Nel 1922 collaborò, in qualità di amministratrice, alla redazione di Compagna, il quindicinale femminile del PCd’I, e prese parte alla Conferenza delle donne comuniste. Nel 1923, con Camilla Ravera, Giuseppe Amoretti, Alfonso Leonetti e Felice Platone era fra i diretti collaboratori di Palmiro Togliatti, che a Milano aveva assunto di fatto la direzione del partito, contribuendo a stabilire i contatti con Roma, dove il fratello Mario fungeva da tramite con Amadeo Bordiga.

Nel 1924 sposò Togliatti e si stabilì a Roma, incaricata di organizzare per corrispondenza la scuola nazionale di partito diretta da Antonio Gramsci. Qui l’anno successivo nacque il figlio Aldo. All’inizio del 1926 seguì Togliatti a Mosca: come la maggioranza dei dirigenti comunisti stranieri, prese alloggio in una delle stanze dell’Hotel Lux. Nel gennaio del 1927, in seguito alla creazione di un centro estero dell’IC a Parigi, dove il mese successivo grazie anche al suo contributo iniziò la pubblicazione del periodico Lo Stato operaio, lasciò l’URSS per la Francia. Con la ripresa dell’attività illegale, che caratterizzò gli anni della «svolta», ebbe l’incarico di diffondere materiale clandestino, compiendo diverse missioni in Italia. Più volte ricercata dalla polizia, riuscì sempre a evitare l’arresto.

Nel 1934 i Togliatti fecero di nuovo ritorno a Mosca e la Montagnana (nome in codice Anna) fu una delle poche donne – 11 su un totale di 105 Italiani – a frequentare la Scuola leninista, esperienza destinata a lasciare in lei un segno profondo. Dopo essere emigrata in Spagna, tappa obbligata per  tutti gli ex allievi della scuola moscovita, ai tempi della guerra civile, poche settimana prima della vittoria dell’esercito franchista, rientrò in URSS, collaborando prima alle trasmissioni di Radio Mosca indirizzate alle donne, poi, da Kuibišev, a partire dal 1941, alla redazione di Radio Milano Libertà: un’emittente che si proponeva di parlare agli Italiani in nome dell’unità antifascista. Nel 1943 si impegnò anche nella redazione del periodico L’Alba, destinato ai prigionieri dell’ARMIR. Già da tempo il rapporto con Togliatti aveva cominciato ad incrinarsi; malgrado ciò i coniugi rientrarono insieme in Italia, nel 1944.

Si aprì da allora la fase più intensa del suo impegno politico che, appena sbarcata in Italia, forte del prestigio che le attribuiva il lungo soggiorno in URSS al fianco di Togliatti, pubblicò l’opuscolo Ricordi dell’Unione Sovietica (Roma 1944): una raccolta di brevi articoli tutti incentrati sulla celebrazione dello spirito solidaristico, democratico ed egualitario del socialismo reale. Più che donna di penna, tuttavia era donna d’azione e, come in Francia Julie Marie (Jeanette) Vermeersch, compagna di Maurice Thorez, assunse con entusiasmo la leadership dell’organizzazione femminile del partito che, secondo uno schema già concordato da Togliatti con Georgi Mihajlov Dimitrov a metà degli anni Trenta, avrebbe dovuto sfociare in una struttura unitaria, aperta alle aderenti di tutte le forze politiche antifasciste. Fu così che, nell’autunno del 1944, insieme a Giuliana Nenni e a Marisa Rodano, prese l’iniziativa di rivolgere ad Angela Cingolani, in rappresentanza delle donne cattoliche, l’invito ad aderire all’UDI (Unione donne italiane). Il rifiuto delle democristiane non fiaccò lo spirito delle dirigenti comuniste e socialiste e, all’indomani della Liberazione, particolarmente intenso si rivelò l’impegno nella battaglia in favore dei diritti delle donne.

«Largo dunque fin da oggi alle donne nei posti di Governo – avrebbe affermato allora –, largo alle donne nell’Assemblea costituente, largo alle donne nelle Amministrazioni Comunali; giusta retribuzione del lavoro femminile; tutte le vie del lavoro e del sapere aperte alle giovani» (La donna nella lotta antifascista e nella ricostruzione, in L’Unità, 9 maggio 1945). In particolare la sua attenzione si rivolgeva alle lavoratrici e in nome dei loro interessi criticò le clausole del contratto siglato dalla CGIL a Torino con la Confindustria che penalizzavano le operaie (Nostro contributo alla rinascita nazionale, in Noi donne, n. 4, 31 ott. 1945). Dalla Relazione introduttiva al I Congresso nazionale dell’Udi (Firenze, 20-23 ott. 1945) emerge inoltre la sua volontà di avviare una vasta campagna di sensibilizzazione popolare sulla questione dell’elettorato femminile, che si sarebbe dovuta concretizzare in una settimana di mobilitazione indetta per l’inizio di febbraio. Ma «il 30 di gennaio il Consiglio dei Ministri – annotava in Rapporto sull’attività dell’Unione donne italiane nell’Italia centro meridionale, presentato al I Congresso nazionale dell’UDI (Michetti – Repetto – Viviani, p. 280) – approvò senz’altro la legge che accordava alle donne il diritto di voto».

Più della soddisfazione per la rapidità del decreto nelle sue parole sembra però prevalere la delusione per la battuta di arresto impressa all’iniziativa delle donne dell’UDI, che dietro suggerimento dello stesso Togliatti avevano il compito di svolgere un’azione decisiva su questo fronte.

Della linea togliattiana fu insomma una fedele esecutrice per tutto il tempo in cui mantenne la presidenza dell’Udi, fino a quando nell’ottobre del 1947, in occasione del II Congresso, fu sostituta da Maria Maddalena Rossi. Ancora a sostegno della linea imboccata nel 1944, in contrasto con la maggioranza delle compagne dei Gruppi di difesa della donna che si erano dichiarate contrarie all’organizzazione separata, nel corso della polemica sorta durante il V Congresso (29 dic. 1945 -7 genn. 1946), caldeggiò la fedeltà all’indicazione della formazione di cellule femminili.

Sempre al 1945 risalgono quasi tutti i suoi scritti: La maternità e l’infanzia nell’URSSContadini nell’URSS e Cosa sono i Colcos? (Roma 1945), incentrati sulla celebrazione del modello sovietico. Alla realtà italiana si rivolgevano invece Le donne italiane nella lotta per la libertà e La famiglia, il divorzio, l’amore (Roma 1945; sullo stesso tema Salvare la famiglia italiana, in Noi donne, n. 22, 20 luglio 1946,  e Tetto, pane, vestiti scuole per i nostri bambiniibid., n. 26, 15 ott. 1946) nel quale, in risposta alle accuse di voler «distruggere» la famiglia mosse dalla DC ai comunisti, si sottolineava come l’obiettivo primario del partito fosse quello di corrispondere alle esigenze degli Italiani di ricostruire i nuclei familiari, dopo i disastri della guerra. Nessuna battaglia – rassicurava l’avversario – sarebbe stata mossa dunque sul fronte del divorzio.

Designata dal partito membro della Consulta, nel 1946 fu eletta con un alto numero di preferenze all’Assemblea costituente, all’interno della quale non svolse però un ruolo particolarmente significativo. Più noto resta semmai il fatto che con Teresa Mattei fu l’ideatrice del simbolo della mimosa, che fece la sua comparsa nel 1946, in occasione della celebrazione della giornata della donna. La sua attenzione continuava del resto ad essere concentrata sulle condizioni di vita delle lavoratrici (Le tabacchine del Salento: soccorretele!, in Vie nuove, 24 nov. 1946, Donne in cammino, ibidem, 9 marzo 1947).

Membro del comitato centrale dal V all’VIII Congresso, continuò dal 1948 al 1953 a occupare un seggio al Senato, distinguendosi per un vigoroso intervento contro il progetto di riforma della legge elettorale definito dalle sinistre «legge truffa». Nel 1954, come vice presidente della Federazione internazionale femminile, in Un libro scritto da milioni di donne (Roma 1954) raccolse estratti dei discorsi pronunciati dalle delegate ai Congressi mondiali delle donne di Parigi (dicembre 1945) e di Copenaghen (giugno 1953), in nome della lotta all’imperialismo e della difesa della pace.

Il suo ultimo incarico ufficiale fu quello di delegata al XX Congresso del PCUS (Partito comunista dell’Unione Sovietica), nel 1956. poichè si prese costantemente cura della salute del figlio ammalato, prima portandolo in una serie di cliniche in Ungheria e in Unione Sovietica, poi tenendolo con sé, nella casa di Torino. Morì il 17 luglio 1979.

Fonti e Bibl.: Roma, Archivio centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione generale pubblica sicurezza, Casellario politico centralead nomen; Roma, Fondazione Antonio Gramsci-Archivio storico, Comitato nazionale femminile del partito, 1945, b. 242; M. Montagnana, Ricordi di un operaio torinese, Roma 1949, p. 14; Id., Storia del Partito comunista italiano, I-V, Torino 1967-1975, ad ind.; A. Gobetti, Camilla Ravera. Vita in carcere e al confino, Parma 1969, ad ind.; P. Spriano, Storia di Torino operaia e socialista, Torino 1972, p. 362; C. Ravera, Diario di Trent’anni, 1913-1943, Roma 1973, ad ind.; T. Noce, Rivoluzionaria professionale, Milano 1974, ad ind.Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, III, Milano 1976, ad vocem; T. Detti, M. R., in Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico. 1853-1943, III, Roma 1977, pp. 552-554; F. Ferrero, Un nocciolo di verità, Milano 1978, pp. 28, 139 s., 162, 188, 192; C. Malandrino, R. M., in I deputati piemontesi all’Assemblea costituente, a cura di C. Simiand, Milano 1999,  pp.339-343; A. Agosti – G.M. Bravo, Storia del movimento operaio del socialismo e delle lotte sociali in Piemonte, in L’età giolittiana, la guerra e il dopoguerra, II,  Bari 1979, ad ind.; R. Martinelli – M.L. Righi, La politica del Partito comunista italiano nel periodo della Costituente, Roma 1992,ad ind.;  M. Michetti – M. Repetto – L. Viviani, Udi: laboratorio di politica delle donne, Soveria Mannelli 1998, ad ind.; G. Arian Levi, I Montagnana. Una famiglia ebraica piemontese e il movimento operaio, Firenze 2000, pp. 44-54; A. Agosti, Togliatti. Un uomo di frontiera, Torino 2003, ad ind.; M. Casalini, Le donne della Sinistra (1944-1948), Roma 2005, ad ind.; M. Rodano, Memorie di una che c’era. Una storia dell’Udi, Milano 2010, ad indicem

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