Storie di donne nella Resistenza: Cerere Bagnolati e Clara Dragoni.

di Delfina Tromboni

Nel giorno della memoria vorrei raccontare delle due deportate politiche ferraresi che conobbero gli orrori dei campi di concentramento.

Ambedue impegnate nella Resistenza, vennero entrambe arrestate a causa di una delazione nell’agosto del 1944 e sottoposte a violenze nei sotterranei di Castello Estense da parte degli sgherri fascisti comandati dal dirigente della squadra politica della Questura repubblichina Carlo de Sanctis. Nel settembre 1944 Cerere Bagnolati e Clara Dragoni furono trasportate prima nel carcere di San Giovanni in Monte a Bologna, dove Cerere rischiò la fucilazione essendo stata scambiata per un uomo a causa di un errore di trascrizione del suo nome (da “Cerere” a “Cesare”) , poi nel campo di concentramento di Bolzano e, infine, a Ravensbruck, il campo di concentramento riservato alle donne a circa 90 Km a nord di Berlino.Nel campo di concentramento di Ravensbruck fu internata, non come politica ma in quanto ebrea, anche Gina Finzi, madre del ferrarese Carlo Schoenheit che con il padre Samuele conobbe gli orrori del campo di Buchenwald.All’epoca dell’internamento Cerere aveva 32 anni; Clara ne aveva 21. Entrambe erano figlie di fondatori del Partito Comunista d’Italia, Cerere di Luigi Bagnolati e Clara di Giovanni Dragoni; entrambe avevano aderito al Partito comunista clandestino; entrambe avevano lavorato come braccianti, Cerere anche come parrucchiera in un negozio di via San Romano in città. Clara, nata ad Alfonsine di Ravenna, viveva con il padre nell’Argentano; Cerere era bondenese di nascita e viveva sola da molti anni, a Ferrara al momento dell’arresto.Una volta arrivate a Ravensbruck (noto anche come “Ponte dei corvi”, titolo del libro scritto da una compagna di prigionia di Cerere, Maria Arata sposata Massariello, che la ricorda e la nomina tra le donne alla cui generosità e solidarietà dovette più di una volta la vita), Clara fu trasferita prima nel sotto campo di Bosco, dove fu sottoposta a sperimentazioni “mediche” che lei chiama “visite interne” e “punture”, che ne lesero temporaneamente la fertilità, poi nel campo di Dora, nelle viscere dei monti Harz, dove 60mila internati lavorarono al progetto nazista dei missili V2. Entrambe sopravvissute, nel secondo dopoguerra hanno ottenuto la qualifica di “partigiana combattente”, Cerere nella 35° Brigata Garibaldi “Bruno Rizzieri” che operava a Ferrara e Clara nella 35° Brigata Garibaldi bis “Mario Babini” che operava nell’Argentano. Clara ottenne il grado di sottotenente; Cerere, che nella Resistenza aveva ricoperto il ruolo di vice comandante del primo GAP cittadino, fu insignita della Croce al merito di guerra. Entrambe, dopo la Liberazione, si sono tenute lontane dalla politica attiva nel Partito comunista, Cerere divenendo finalmente ostetrica (durante il fascismo le era stata negata l’iscrizione alla scuola di ostetricia perché figlia di un noto antifascista) e dedicandosi totalmente alla sua professione, Clara aderendo al movimento non violento di Aldo Capitini. Le ho intervistate entrambe nella seconda metà degli anni ’90 del Novecento, nell’ambito di un progetto di ricerca promosso dall’Archivio storico dell’UDI di Ferrara che ha avuto come esito il volume: Delfina Tromboni (a cura), Con animo di donna. L’esperienza della guerra e della Resistenza. Narrazione e memoria, Cartografica Artigiana, Ferrara, 1998. La testimonianza di Cerere Bagnolati, nome di battaglia “Maria” è stata poi integralmente pubblicata nel volume a cura di Alessandra Chiappano, Essere donne nei lager, Editrice La Giuntina, Firenze 2009. Le registrazioni delle loro testimonianze, così come le fotografie che seguono sono conservate negli archivi del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara. La fotografia di Cerere (a sinistra) è stata scattata durante il fascismo, quella di Clara (a destra) durante il processo tenutosi in Corte d’Assise Straordinaria nell’immediato dopoguerra a Carlo de Sanctis, prima condannato a morte e poi all’ergastolo come criminale di guerra, infine prosciolto da ogni accusa.

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