Volti di donne della Resistenza ferrarese: Partigiane 5. e Partigiane 6.

dalla Mostra dei Delfina Tromboni

La paura.

“Non ho fatto grandi cose…Eravamo una famiglia numerosa, eravamo sei fratelli, povera gente, con niente e in tempo di guerra abbiamo fatto la fame. Ho visto mio nonno piangere per questo. E’ stata dura, i primi del ’45 la mia amica Silvana Lodi, che non sapevo facesse parte della Resistenza, perché sono cose che si sta zitti, non è che si raccontano, mi disse: “Lidia, ti voglio chiedere una cosa…lo sai che c’è un’organizzazione che fa la lotta clandestina per cacciare i fascisti, i tedeschi? Vuoi farne parte anche tu? Ne fa parte anche Rino, il tuo fidanzato…”.Dopo una di queste riunioni qualcuno parlò, vennero fuori tutti i nomi, tranne quelli delle donne, il mio, quello di Silvana Lodi e della Mora Ruffini. Furono tutti arrestati e imprigionati, anche mio marito, furono portati a Cento e se non fossero arrivati gli alleati sarebbero stati uccisi.Silvana mi chiese di aiutarla…mi dava dei volantini da distribuire e mi diceva: “Stai attenta, dalli solo a quelle persone che tu capisci che non ti possono fare del male, non ti fidare di tutti!”…Non sapevo dove nasconderli, avevamo un cassetto in due…Li avevo messi sotto le mie cose intime…Per convincere le donne, per fare numero, raccontavamo anche qualche bugia…Dicevo che se venivano gli davano il buono per la pasta, tante sono venute così, e mi hanno mandato tanti di quegli accidenti dopo…Ci eravamo organizzate, non siamo andate via insieme, siamo andate via in poche e così siamo partite, io, la Silvana e la Vittorina Dondi…Partiamo a piedi, Silvana aveva scritto un cartello: “Abbiamo fame! Basta alla guerra!”…Lo aveva arrotolato e nascosto sotto al paltò…Io che avevo il paltoncino più lungo avevo nascosto il bastone…Non eravamo meno di duecento…Quando sono arrivata in piazza e ho visto tutte quelle donne mi si sono rizzati i capelli…Ho pensato: adesso arriveranno i fascisti e ci ammazzano tutte! Ci siamo buttate contro la porta del Municipio e l’abbiamo sfondata, siamo salite su per le scale e si vedevano queste donne che distruggevano tutto. Noi tre siamo scese e siamo andate negli uffici dell’anagrafe, c’era un impiegato che stava facendo lo straordinario nascosto sotto alla scrivania, nessuno ci ha fatto niente…Era terrorizzato…C’era una finestra, una sola, buttavamo giù i faldoni e strappavamo i fogli…”Rompi, Vittorina, rompi la carta! Dai che facciamo il mucchio!”. Una volta fatto il mucchio…”E adesso dove sono i fiammiferi? Lidia, accendi, accendi!”. Non sapevo che ci volevano i fiammiferi… E’ stato lì che ho capito che era una cosa organizzata dai partigiani…Ogni paese, ogni frazione aveva le sue organizzazioni, eravamo protette dagli uomini… Mi sono girata e un ragazzo in bicicletta mi ha lanciato una scatola di cerini, accendo il fuoco e appena acceso vediamo arrivare un fascista e inizia a sparare, siamo riuscite a fuggire tutte e tre e a nasconderci…Quando siamo uscite, sull’argine, ricordo la paura, quanta paura, quanta paura di essere prese…”Dalla testimonianza di Lidia Bellodi pubblicata nel libro di Matilde Morselli, Differenti, Casa editrice Tresogni, Ferrara, 2012, la cui pubblicazione ho promosso come responsabile del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara.

Le radici della Resistenza.

Alda Costa e Oliva Caselli sposata Malaguti, un figlio ammazzato dai fascisti nell’eccidio di Porotto del marzo 1945, furono entrambe impegnate in prima persona negli anni della Resistenza vera e propria. Le abbiamo scelte, tra molte, per testimoniarne un aspetto essenziale: le sue radici nell’antifascismo militante.La tirannia dello spazio ci costringe ad approfondire qui le vicende di una soltanto. Scegliamo quindi la socialista Alda Costa, da sempre considerata ispiratrice morale di ogni tendenza dell’antifascismo ma meno conosciuta come sostenitrice, prima esitante poi convinta, della lotta armata durante la Repubblica di Salò.Maestra elementare pluridiplomata, Alda Costa si segnala fin dall’inizio del Novecento come attivista della sezione femminile socialista di Portoverrara (frazione di Portomaggiore). Nel giro di qualche anno diventa riconosciuta dirigente del partito e della Camera del lavoro provinciali, collabora al giornale della Federazione provinciale, la “Scintilla”, e ai periodici pubblicati dalla corrente riformista: Il Pensiero Socialista”, “La Bandiera Socialista”, dirigendo personalmente il secondo. Collabora attivamente con i massimi dirigenti del partito e della Camera del Lavoro, da Mario Cavallari e Francesco Baraldi a Gaetano Zirardini, a Ezio Villani e – nel breve periodo della sua permanenza a Ferrara – con Giacomo Matteotti, ricoprendo anche la carica di segretaria federale e di fiduciaria per il Ferrarese della direzione nazionale, quando quest’ultima sarà ridotta in clandestinità dal fascismo. Tranchant il giudizio che su di lei esprimono le autorità:“Nell’opinione pubblica riscuote cattiva fama pel suo carattere altezzoso ed anche perché ritenuta di dubbia moralità. E’ discretamente educata, di mediocre intelligenza e di sufficiente cultura essendo fornita del diploma per l’insegnamento elementare”.Oltre che capace di condurre “in forma stabile e senza interruzione, opera ostile, pericolosa, contro il Governo Nazionale”, Alda viene etichettata come “violenta” e addirittura come “insana [di] mente”.Occorre evidentemente mettere in dubbio la sua fede, la sua moralità, la sua lucidità per combattere gli effetti della sua intelligenza politica sugli antifascisti ferraresi. Si perpetua così una abitudine che già aveva colpito altre locali dirigenti socialiste: come dimenticare Rina Melli, fondatrice nel 1901 di “Eva” , periodico interamente dedicato alle donne, definita sulla stampa moderata “il diavolo in gonnella”?.Fortemente contraria all’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale, nel 1916 Alda Costa è nominata dal suo partito responsabile della propaganda per la pace per la provincia di Ferrara ed ha un ruolo sicuramente rilevante nell’organizzazione delle manifestazioni antimilitariste che si tennero tra la fine del 1916 ed i primi mesi del 1917 in varie località del Ferrarese. Sempre preoccupata di conservare l’unità del partito, le schede di polizia registreranno, dopo l’assassinio di Matteotti nel 1924, il suo impegno per i “socialisti unitari”. Alda paga le sue scelte con il confino politico, frequenti arresti ed una vita di dura miseria. Secondo molte testimonianze, tra cui quelle di Spero Ghedini, Ilio Bosi e Italo Scalambra, divenuti poi tutti dirigenti di primo piano della Resistenza, essa fu – fino al suo ultimo arresto nella notte che seguì il rinvenimento del cadavere del Federale di Ferrara Igino Ghisellini (14 novembre 1943) – tra i primi organizzatori della nascente Resistenza, anche armata, al nazifascismo. E’ Ilio Bosi a ricordare le parole che Alda ebbe a dirgli subito dopo l’8 settembre, durante uno degli incontri in cui antifascisti di varie tendenze tentavano di serrare le fila e di costruire l’opposizione all’occupazione nazifascista:“Le esposi le mie opinioni sul che fare e la sua risposta, esemplare ma dolorosa, fu questa: tu lo sai che io sono sempre stata contro la violenza, ma oggi, di fronte al dolore del mondo, le mie opinioni non sono più così sicure. Anche la violenza che questo dolore ha creato, va punita!”. Ed il suo primo gesto fu raccogliere fondi per la Resistenza armata.

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