Volti di donne della Resistenza ferrarese: Partigiane 23. 24. 25. 26.

continua la Mostra di Delfina Tromboni

Autorappresentazioni.

<<Ho detto: io ero staffetta …>> Per Dirce Vancini, partigiana della 35° Brigata Garibaldi Bruno Rizzieri, l’inizio della sua attività partigiana ha avuto due tempi diversi. Il primo risale all’epoca del primo rastrellamento di ebrei ferraresi e lei lo racconta come l’inizio lontano della sua decisione:<< All’inizio di tutto questo – che ancora non avevo fatto niente – mi trovavo in via Mazzini, è per quello che mi sono impegnata. Io ho fatto le Magistrali, ho smesso, non ne avevo voglia, non so bene come sia andata. Ero in via Mazzini e c’è stato uno dei primi rastrellamenti, nella parte del Ghetto degli ebrei. Ero in bicicletta, c’era il camion che caricava ebrei e non ebrei, anche giovani, li caricavano, allora mi hanno urlato: <<Butta via la bicicletta! Scappa!>>. Allora io ho buttato la bicicletta fuori e mi sono introdotta in quei corridoi, bugigattoli che c’erano allora – adesso non so se esistono ancora lì in via Mazzini – e sono stata nascosta, e lì han caricato un mucchio di gente, ebrei che erano in casa […] e dopo allora io ho detto: <<Qua bisogna prendere una decisione>> e ho cercato lavoro, perché si trovava. Andai all’Amministrazione provinciale, mi hanno assunta perché gli uomini erano via, quindi le donne le prendevano senza difficoltà. Dopo mi ricordo che giravo con un cartellino dimostrando che lavoravo, quindi dopo andavo in giro sicura.>>Il secondo è quello del passaggio all’operatività, che nella sua memoria attuale coincide con la scomparsa di casa per alcuni giorni del fratello Florestano, impegnato ad organizzare i giovani per la manifestazione di Bondeno del 18 febbraio 1945: <<Io ho iniziato perché mio fratello – abitavamo in Porta Mare, eravamo in famiglia tutti quanti – e io venni a sapere che lui era a Bondeno quando c’è stata quella rivolta delle donne in Municipio. Lui e Pino Ferrari organizzarono quella cosa, io l’ho saputo – ero la più piccola delle sorelle – eravamo in cinque sorelle e un fratello – quindi questo segreto me lo sono tenuto per me. Mi han detto: <<E’ una cosa molto seria>>. Mancava da casa da tre giorni. Dopo – io lavoravo già, ma l’anno non me lo ricordo – dopo avvicinai delle persone che mi offrirono, mi dissero che durante un allarme avrei potuto incontrare una persona che aveva bisogno di una staffetta. Difatti io andai … durante gli allarmi si scappava dagli uffici, io andai sulla strada di Tresigallo, in mezzo alla campagna, con una persona che ci presentava – credo fosse Pino Ferrari – e là ho conosciuto mio marito, quello che è diventato mio marito. Allora lui si mise a parlare, io rimasi ad ascoltare tutta intimorita, ascoltavo, e hanno cominciato a darmi degli incarichi>>.Ci sono diversi elementi, nel racconto di Dirce, su cui val la pena soffermarsi. Quando si verificarono gli eventi di cui parla, aveva poco più di diciassette anni, una ragazzina timida (<<io rimasi ad ascoltare tutta intimorita>>) eppure già determinata (<<Allora dopo io ho detto: “Qua bisogna prendere una decisione” e ho cercato lavoro perché si trovava>>). Nel momento in cui racconta lei fa una sovrapposizione fra il tempo in cui effettivamente la sua attività operativa ebbe inizio (già nel corso del ‘44, come si desume dal resto dell’intervista) ed il tempo che, nella sua memoria, ha segnato definitivamente quell’inizio ( la scomparsa del fratello impegnato in una manifestazione nel febbraio 1945). La sovrapposizione non è casuale, dato che Dirce ancora si chiede perché mai è stata inserita tra le <<partigiane combattenti, perché, ho detto, io ero staffetta>> e racconta sottotono tutto il suo operare, che consistette sì nel recapitare messaggi, ma durante i bombardamenti, quando gli altri scappavano dall’ufficio, andando in giro armata e partecipando anche, nei giorni della liberazione, al rastrellamento dei tedeschi sulle mura della città. Fin troppo parca nel suo modo di presentarsi, Dirce racconta anche di avere per <<4 o 5 volte>> rifornito di cibo il CLN riunito in via Mascheraio, mentre da Corso Giovecca un carro armato sparava in direzione di via Frescobaldi, vale a dire nei pressi del tragitto che lei doveva compiere. E’ alla personale incoscienza (<<Io sono un po’ incosciente>>) che Dirce addebita il coraggio che seppe mostrare (<<non ho mai avuto paura>>), ma la sua narrazione dice altro: dice che a far scattare in lei la molla della decisione fu <<uno dei primi rastrellamenti>> di <<ebrei e non ebrei>> nel ghetto e che l’orrore provato nel vedere la gente prelevata dalle case e caricata sui camions mise in moto un meccanismo nel quale lei capisce che, prima di tutto, deve cercarsi una <<copertura>>: un lavoro che le consenta di muoversi liberamente, senza rischio. In questo modo si prepara al momento in cui potrà entrare in azione, facendo quello che può e quello che sa: non importa se iniziò realmente nel 1944 prima che arrestassero per la terza volta il marito Giovanni Buzzoni sulla strada per Copparo, o nel 1945 quando seppe le ragioni della scomparsa del fratello: il suo vero inizio data da quel primo rastrellamento davanti al quale comincia a decidere di sé e della propria vita. Tutto il resto viene dopo e non ne è che la naturale conseguenza. Rielaborato da: Delfina Tromboni (a cura), “L’idea femminile della libertà. 45 donne raccontano la ‘loro’ Resistenza”, in: “Con animo di donna. L’esperienza della guerra e della Resistenza. Narrazione e memoria”, Archivio Storico dell’UDI, Ferrara, 1998

Collaborazioniste.

Le due Ganzaroli Osiride Ganzaroli detta “Atea” viene fermata dalla Questura di Ferrara il 3 giugno 1945 perché denunciata come collaborazionista da Francesco De Sanctis, già capo dell’Ufficio Politico della RSI. Atea ha 22 anni ed è figlia di Giacomo, un comunista morto nel 1939. Suo fratello Spartaco era invece stato partigiano. Nell’agosto 1944 era stato fermato dalla Questura repubblichina ed il fermo era stato trasformato in arresto il 20 di agosto, nel corso dell’operazione, condotta dagli agenti Fausto Cadelano, Luigi Gusmano, Valli Giulio su ordine del De Sanctis, che aveva portato all’individuazione di quanti, poche settimane prima, si trovavano in una base di via Giuseppe Fabbri nella quale era misteriosamente rimasto ucciso un altro partigiano, Paolo Cofano. Il 29 agosto, Spartaco era «evaso camere sicurezza caserma agenti di PS di Ferrara dopo essersi impossessato di pistola e fatto fuoco su agenti» ed il 30 erano state arrestate le sue sorelle Anticena, Damocle e Osiride detta Atea, sua madre Ermelinda e sua moglie Bruna Rambaldi, sfollate a Marrara (FE). Il Questore Enzo Visioli richiese che un agente di PS effettivo ed uno ausiliario li piantonassero quali «detenuti pericolosi». Fu probabilmente in quella occasione che Atea decise di diventare una collaborazionista.Quando fu nuovamente arrestata dopo la Liberazione, a suo carico depose anche l’ex agente repubblichino Giulio Valli, che la accusò di aver denunciato un renitente alla leva che abitava come lei in via Ragno 21, e di essersi molto prodigata per “far arrestare il proprio fratello Spartaco, il quale era riuscito a fuggire … entrando a far parte della G.A.P. di Bologna. La Ganzaroli fornì al De Sanctis un indirizzo ove poteva trovarsi lo Spartaco, il quale però era riuscito a fuggire”, arruolandosi nella 63° Brigata Bolero Garibaldi. Le prove a carico di Atea si accumulano: essa aveva infatti sostenuto di essere una confidente di De Sanctis con la sorella di un altro partigiano, Catozzi Vittorino, vantandosi di poterlo far fucilare ed aveva denunciato un altro vicino di casa che poco prima dell’arrivo degli Alleati aveva nascosto un capitano tedesco disertore. Per questo “servizio”, aveva riscosso un premio di lire 10.000. Osiride detta Atea viene dunque denunciata per “collaborazionismo con i nazifascisti” il 14 giugno 1945 condannata, il 27 settembre 1945, a 6 anni e 8 mesi di carcere, condanna poi amnistiata nel 1948. Nel 1952 verrà radiata (cancellata) anche dal Casellario politico della Questura.Madre di una bambina, che fu allevata dalle Suore Stimmatine di Piazza Ariostea, dalle autorità dell’Italia democratica viene definita «donna di dubbia reputazione» e, di certo, sembra pesare sul giudizio più la sua figlia illegittima di tutto il resto … Da una accusa di collaborazionismo dovette difendersi anche la partigiana Fedora Ganzaroli, figliadi Antonio, scambiata probabilmente per Atea e “colpevole” di essersi innamorata, proprio sul finire della guerra, di un capitano della Wehrmacht.La rasatura<<E’ chiaro – racconta Nives Gessi, nome di battaglia “Franca”, una delle poche che già a metà degli anni ‘70 accetta la definizione della Resistenza come guerra civile – finita la guerra vi era una parte di partigiani, comprensibili umanamente, anche se non giusto sull’altro piano, che manifestavano una forma di rivincita verso determinate persone, per esempio le ragazze che erano state con dei tedeschi, il loro problema era di tagliarle i capelli e di fare anche degli sgarbi […] c’era anche un atteggiamento di rivalsa e sono cose comprensibili, si tratta di una grande guerra civile, bisogna tener conto degli stati d’animo, delle disperazioni, pur nel clima di felicità che la guerra era finita. Però ognuno si portava dietro anche un bagaglio di stati d’animo e devo dire che io sono stata una donna fortunata, perché non ho faticato molto a capire la nostra società, il suo divenire, per cui mi ricordo quando rientrai nel mio paese [Argenta] – nel mio paese ero comunque una figura di individuata, perseguitata, che ritorna a casa – mi sono adoperata verso i partigiani per evitare queste cose: la guerra era finita, basta! C’era anche un lavoro mio verso quelle a cui avevano tagliato i capelli perché venissero alle feste popolari: non sarebbero mai venute, ma le accompagnavo io, sicché era un problema di aiutare la pace, per costruire un’Italia nuova. Vi parlo di un’esperienza personale, ma assai significativa>>.Le notizie sono tratte dal IV volume di “Vite schedate. Comunisti a Ferrara durante il fascismo”, a cura di Delfina Tromboni, Ferrara, Tresogni, 2021 , in corso di distribuzione, nonché dal fascicolo personale di Osiride Ganzaroli conservato in Archivio di Stato di Ferrara.

Cadute 1.

Agida Cavalli era una donna di Filo d’Argenta. Fu massacrata nel 1944 dalle Brigate Nere a colpi d’arma da fuoco sulla porta della sua casa, circondata da una quarantina di squadristi fascisti agli ordini dell’Ispettore della VII zona della Milizia, Francesco Felloni, mentre tentava di prender tempo, impedendo con il suo corpo agli sgherri di entrare, per consentire al figlio partigiano, Guerriero Vandini, nome di battaglia “Ghéo”, di mettersi in salvo. Una morte assurda, feroce, che richiese tempo: ferita all’inguine, Agida fu trasportata in ospedale con una automobile che toccò alla nuora Elvira Toschi andare a cercare. Era la notte tra il 28 ed il 29 febbraio. Agida morì nella notte tra l’1 ed il 2 marzo. Lasciò la casa inondata di sangue, un sangue che Elvira cercò di nascondere alla figlioletta di pochi anni, svegliata dal frastuono, nascondendosela dietro le gonne, e che ripulì in fretta, nella notte stessa, perché il marito, catturato nonostante il sacrificio della madre, se mai fosse riuscito a tornare, non capisse in quel modo terribile che la madre era vicina alla morte. Agida, su cui la scrittrice partigiana Renata Viganò – che operava nelle Valli tra Argenta e Comacchio con il nome di battaglia di “Contessa” – ha scritto una pagina bellissima, era una donna come tante delle nostre campagne, una bracciante sposata ad un vecchio antifascista che aveva cresciuto i figli ai suoi ideali. Non era la prima volta, infatti, che Guerriero finiva nelle mani dei fascisti. Processato dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato per “costituzione del Partito Comunista, appartenenza allo stesso, propaganda”, era stato condannato nel 1931 ad un anno e sei mesi di reclusione, che scontò nel carcere romano di Regina Coeli, respingendo l’istanza di grazia presentata dalla madre. Lo aspettavano, all’uscita dal carcere, tre anni di vigilanza speciale, un provvedimento fortemente lesivo delle libertà personali.<<La prima volta che hanno arrestato mio marito – racconta la nuora di Agida, Elvira, nella testimonianza che raccolsi nel 1995 – l’hanno ammanettato in casa davanti a sua madre. Lei non sapeva niente dell’attività di suo figlio. Io, invece, ero un po’ informata. Quella sera lì ne arrestarono ventidue, la sera dopo vennero a prendere mio fratello […]. Io non ero mai stata a casa sua, perché sua mamma mi dava soggezione, non eravamo ancora fidanzati […], avevo appena compiuto diciassette anni [..]. Dopo che lui venne arrestato, trovai il coraggio di andare da sua mamma. Era a letto, parlava con un filo di voce, aveva preso una batosta troppo grossa>>.Morì per salvare il figlio, a 52 anni, con lo stesso amore con cui gli aveva dato la vita e in modo nient’affatto casuale: le pallottole che la colpirono furono sparate con la stessa ferocia, lo stesso dispregio per la vita che indusse, alcuni mesi dopo, soldati tedeschi a sparare all’impazzata contro le finestre delle case, a Comacchio, perché Francesca Gelli – spaventata a morte dagli sgherri alla ricerca del capo partigiano Edgardo Fogli, nome di battaglia “Sentinella” – smettesse di gridare. Francesca Gelli era una casalinga di 60 anni. Morì il 19 gennaio 1945, colpita mentre gridava chiedendo aiuto dalla finestra della sua casa, durante il rastrellamento organizzato dai nazisti tedeschi e dai loro collaborazionisti italiani. Così racconta in una lettera Filippa Fantini, figlia di uno dei rastrellati, accusato di aver ospitato partigiani nella sua trattoria:“I tedeschi incominciarono a sparare contro le finestre e a picchiare coi mitra contro le porte per entrare in casa. Sembravano tutte persone impazzite, tutti armati, e correvano dappertutto”. Francesca era la moglie di un altro degli uomini rastrellati, Raffaele Zamboni e, continua Filippa:“mentre andarono a prendere il Fogli, forse per la paura Francesca aprì la finestra gridando aiuto e spararono. Così venne uccisa, scaraventata giù dalla finestra”.Notizie elaborate da: Renata VIGANÒ, Una madre della Resistenza, “Noi donne”, 27 Aprile 1952; “La Brigata Ombra”. La resistenza nelle Valli di Comacchio, inedito di Delfina Tromboni integrato da Vincenzino Folegatti e diffuso dall’ANPi di Comacchio in forma di dattiloscritto; Egidio Checcoli, Filo della memoria, Editrice Consumatori, 2002.

Cocchi Melania, bracciante, aveva da poco compiuto 25 anni quando a Campotto d’Argenta, in località “Scacerna Nuova”, un gruppo partigiano lì dislocato ingaggiò un combattimento con i tedeschi che si stavano ritirando, durante il quale uno dei suoi cinque figli, un bambino, rimase ferito e lei fu colpita a morte. Era il 13 aprile 1945. La sua casa era una postazione partigiana.Ada Gazzotti è una casalinga ed ha appena compiuto 42 anni quando lo scoppio di una granata la investe “mentre si trova in servizio nelle formazioni partigiane”. E’ il 19 aprile 1945. Trasportata all’Ospedale di Forlì, muore il 4 maggio in conseguenza delle ferite riportate. Staffetta, trasportava tra Poggio Renatico e Coronella la stampa clandestina “prodotta in loco con una macchina da scrivere sottratta ai fascisti” ed era addetta anche al trasporto di armi e munizioni. Fabbri Olga era nata a Comacchio nel 1914 e si era trasferita a Codigoro per matrimonio. Aveva quindi poco più di 30 anni quando fu uccisa dai militi della X MAS lo stesso giorno in cui Codigoro fu liberata, il 22 di aprile. Era accorsa in difesa del marito, catturato e minacciato di fucilazione.Tarozzi Giovanna risiedeva a Bando d’Argenta. Nei giorni della liberazione del suo paese, durante i combattimenti tra partigiani e tedeschi, fu ferita dallo scoppio di una granata il 14 aprile 1945. Morì all’ Arcispedale Sant’Anna il 28 di aprile.I dati sono stati tratti da: “Partigiane ferraresi. Primi materiali per un dizionario biografico”, pubblicato a cura di Stefania Calzolari e Delfina Tromboni, nel volume più volte citato “Con animo di donna”. Esi sono stati poi incrociati con quelli reperiti da Simona Mantovani per una indagine sui partigiani combattenti della provincia di Ferrara, elaborata per il Dipartimento di Storia dell’Università di Bologna, sotto la direzione del Prof. Luciano Casali. In quest’ultimo data base non compare la poggese Ada Gazzotti.

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