Un partito vivo: la prassi egemonica del Partito Comunista Cinese

di Diego Angelo Bertozzi da http://www.marx21.itNiente-sesso-improprio-e-golf-ecco-i-nuovi-peccati-capitali-secondo-il-Partito-Comunista-Cinese.jpg

Il 1989, la caduta dei regimi di democrazia popolare dell’Europa dell’Est e i fatti di piazza Tienanmen hanno reso più che mai evidente alla dirigenza cinese che la sola repressione non avrebbe condotto ad altro che ad un progressivo isolamento del partito comunista e del governo dalla società. Emergeva un’urgenza quanto mai chiara nei suoi contorni: si doveva dare rappresentanza a fette di società prodotte da uno sviluppo economico che si faceva imponente per evitare che si organizzassero in forze politiche di opposizione.

Si è avviato, quindi, un processo di apprendimento che prosegue ancora oggi e che ha portato ad un indubbio successo: a differenza del Pcus, il partito che fu di Mao è riuscito a mantenere la propria egemonia, a suscitare consenso in una società che con il passare del tempo si è sempre più aperta al mondo, diversificata e vista attraversare da nuove forze sociali. La politica messa in campo per produrre questo risultato non è stata certo una novità assoluta.

Ad essere ripresa e attualizzata è stata la pratica che aveva accompagnato i primi anni della Repubblica popolare quando, sotto la sigla del Fronte unito, i capitalisti nazionali erano chiamati a collaborare con il Pcc nella ricostruzione del Paese. Mao parlava in quegli anni di “capitalismo di Stato” che tollerava una presenza capitalista, controllata e compressa dal settore pubblico, che doveva contribuire con la sua esperienza e le sue capacità tecniche alla crescita del Paese. “Comprandoci questa classe – sono parole di Mao – l’abbiamo privata del suo capitale politico, così che non ha nulla da dire”.

Mentre con la politica di riforma e apertura, avviata sul finire degli anni ’70, sono riconosciute via via maggiori libertà economiche, legittimando i meccanismi di mercato e garantendo tutela alla proprietà privata, è proprio ribadito il caposaldo dell’”espropriazione politica” della borghesia cinese così da impedirne una autonoma e pericolosa organizzazione.

Ma il metodo cambia: non c’è più la corresponsione di interessi per un lungo periodo agli imprenditori espropriati, ma l’apertura verso di essa dello stesso partito comunista che si pone l’obiettivo di dare rappresentanza anche ai loro interessi. Nel 2001 il segretario Jiang Zemin lancia la teoria della “Triplice rappresentanza”, una formulazione in base alla quale accanto a operai, contadini e intellettuali (la “spina dorsale” del partito) il partito si apre ad altri settori della società disponibili ad accettarne la guida e il programma. Il Pcc deve quindi rappresentare le “forze di avanguardia della produzione, la cultura più avanzata e i più ampi interessi delle masse”. Come conseguenza – in un quadro che vede il passaggio del partito da forza rivoluzionaria a forza di governo  – si allargano i confini della classe operaia per ricevere tecnici, scienziati ed esperti in tecnologie; in sostanza la nuova intellettualità prodotta dallo sviluppo economico.

A chiarire i nuovi criteri di ammissione al partito è lo stesso Jiang Zemin: “La struttura portante del partito è costituita dagli operai, contadini, intellettuali, reduci e quadri. Allo stesso tempo si è reso necessario ammettere tutti quegli elementi eccezionali provenienti da altri settori della società che hanno sottoscritto il programma del partito e la costituzione, lavorato con impegno totale per la linea e il programma di partito e dimostrato di soddisfare i criteri di affiliazione […]. Alla luce di ciò, non è consigliabile giudicare l’integrità politica di una persona semplicemente dall’ammontare delle sue proprietà, bensì dalla sua consapevolezza politica, integrità morale e comportamento, da come ha ottenuto le proprietà di cui gode, da come ne dispone e dal suo contributo alla causa del socialismo con caratteristiche cinesi”. Negata l’esistenza di una classe borghese antagonista dopo la trasformazione socialista attuata nei primi anni della repubblica popolare, il Partito comunista cinese si presenta  – e non è una novità – come forza patriottica in grado di poter rappresentare tutte le forze sociali, rinnovando la sua legittimità in quanto garanzia dello sviluppo e dell’indipendenza del Paese.

In quest’ottica una rinnovata attenzione è dedicata alla politica di “Fronte unito”, vale a dire  l’alleanza tra il partito comunista – con ruolo di guida – e altre organizzazioni politiche e forze sociali in nome della comune lotta per l’integrità territoriale, l’indipendenza, la riunificazione nazionale e la costruzione del socialismo con caratteristiche cinesi. Una politica che si esprime, a livello istituzionale, attraverso la Conferenza consultiva del popolo cinese.

Nel maggio del 2015  il tema del “Fronte unito” è stato al centro di una seduta del Comitato centrale del Pcc chiamato a valutare il livello di apporto al percorso di riforme in atto di “gruppi di persone” non aderenti al partito. La necessità di rafforzare il lavoro comune passa attraverso l’identificazione di “tre nuovi gruppi di persone”: i rappresentanti di spicco dei “nuovi media” che devono supportare l’impegno del Partito in un settore, quello del cyberspazio, che rappresenta una nuova frontiera della sicurezza e dell’integrità nazionale; i cinesi che risiedono all’estero per motivi di studio, che potrebbero subire influenze giudicate pericolose e sovversive,  infine la nuova generazione di imprenditori, quelli in prima linea nella battaglia dell’innovazione tecnologica e tendenzialmente “globali”, la cui influenza a livello sociale è in rapida espansione.

In gioco, oltre alla ovvia esigenza di garantirsi la collaborazione di una nuova intellettualità, è la capacità di tenuta “egemonica” del Partito comunista cinese in un contesto sociale in rapida trasformazione e che vede l’emergere di forze e gruppi sociali che potrebbero aumentare la propria influenza e costruire un consenso tale da porli come alternativa politica o pericolosa massa di manovra, grazie alla propria esperienza in un settore strategico come quello dei media, per progetti di sovversione interna sostenuti dall’estero.

Più recentemente – il 4 luglio di quest’anno – per dare concretezza a queste riflessioni è stato istituito un nuovo organismo centrale del partito comunista (Ufficio N. 8 o Ufficio per la gestione del lavoro del nuovo strato sociale), posto sotto l’egida del Dipartimento del Fronte unito del comitato centrale, il cui compito è quello di favorire la rappresentanza all’interno del partito stesso – soprattutto attraverso la diffusione dei comitati di partito in ambito privato e professionale – dei nuovi gruppi sociali ad esso esterni, in special modo quelli legati alla information technology.  Un insieme che – secondo la definizione ufficiale – è andato con il passare del tempo e con le riforme economiche a formare un “nuovo strato sociale” nel quale rientrano le figure come quelle del personale manageriale e tecnologico impegnato in aziende private cinesi e straniere, quelle impegnate in organizzazioni sociali, nei nuovi media e liberi professionisti.

Una definizione, quella di nuovo strato sociale, che non è certo nuova, risalendo infatti al 1991 sull’onda delle riflessioni post Tienanmen e che allora indicava soprattutto lavoratori autonomi o imprenditori impegnati nel settore privato. Solo due anni dopo i primi 23 rappresentati del settore privato avrebbero fatto il loro ingresso nella Conferenza consultiva. Il 17° Congresso del Pcc (2007) aveva di fatto sancito la definizione di “nuovo strato sociale”, aprendo un’ampia discussione sui propri organi ufficiali.

Come detto in precedenza, ci troviamo di fronte ad un ulteriore passo di una pratica “egemonica” che ha permesso – e dovrebbe permettere in futuro – al partito comunista cinese di mantenere il proprio ruolo di guida nello sviluppo cinese, impedendo la trasformazione del “nuovo strato sociale”, emerso in seguito alla riforma denghista, in nuova “classe sociale” in grado anche di rappresentare autonomamente, e in funzione antagonista, i propri interessi.

Della politica del Fronte unito – dalle origini alla recente riproposizione – si parla ampiamente nel recente libro di Diego Angelo Bertozzi “Cina. Da sabbia informa a potenza globale” (Imprimatur edizioni, 2016)

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