Gli opportunismi secondo Lenin

Gli opportunismi secondo Lenin
lenindi Catarina Casanova | odiario.info
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Ricordare gli insegnamenti di Lenin è sempre utile. Catarina Casanova, citando testi del rivoluzionario russo e di Álvaro Cunhal, afferma in questo articolo che il riformismo è una degenerazione della burocrazia che attribuì priorità alla lotta parlamentare, generando aspettative senza fondamento nella “collaborazione con partiti democratici”.

“Non si può, infatti, confondere il partito come reparto d’avanguardia della classe operaia con tutta la classe. E il compagno Axelrod cade appunto in questa confusione (caratteristica del nostro economicismo opportunistico in generale) (…)” Un passo avanti e due indietro, Lenin 1904[i]

In L’opportunismo e il fallimento della II Internazionale (1916)[ii], Lenin afferma che l’opportunismo è uno stato d’animo dapprima, tendenza in seguito e, infine, gruppo o strato composto dalla burocrazia operaia e dai compagni di strada piccolo-borghesi. Afferma Lenin (op. cit.) che questo gruppo di personaggi, gli opportunisti, ingannano e sottomettono il movimento operaio riconoscendo a parole gli obiettivi rivoluzionari e la tattica rivoluzionaria.

Gli opportunisti conquistano la fiducia delle masse attraverso l’affermazione solenne che tutto il lavoro “pacifico” non era che la “preparazione alla rivoluzione proletaria” (op. cit.). Lenin arriva anche a paragonare questo problema a un ascesso, affermando che: questa contraddizione è “l’ascesso che da un giorno all’altro doveva scoppiare, e che è scoppiato.” (op. cit.) In Radicalismo piccolo-borghese di facciata socialista (1971)[iii], Álvaro Cunhal sostiene che la corrente ideologica del radicalismo piccolo-borghese “si manifesta, da un lato, nella creazione di gruppi o partiti piccolo-borghesi di “opzione socialista” e di verbalismo di sinistra; dall’altro, in tendenze revisioniste all’interno dello stesso movimento operaio“, ossia, l’opportunismo può esser di sinistra, o revisionista.

L’opportunismo può esser visto come una specie di pratica politica che si definisce per l’accomodamento alle circostanze, che cerca di trarre profitto da queste senza rispettare norme, regole o statuti.

In un partito comunista, l’opportunismo è inerente alla lotta di classe che si sviluppa al suo interno (Lenin, 1904). Essendo una manifestazione dell’ideologia e politica piccolo-borghese, l’opportunismo può esser di destra o di sinistra anche se nella pratica entrambi sono nemici dei comunisti. L’opportunismo di destra si può vedere nella politica di conciliazione di classe e di cooperazione del proletariato con la borghesia, l’opportunismo di sinistra ingloba un insieme di posizioni ultra-rivoluzionarie e avventuriste che si basano sul volontarismo rispetto alla sopravvalutazione della violenza rivoluzionaria. Entrambi gli opportunismi sono nemici del marxismo-leninismo.

L’opportunismo è evoluto nella sua forma e contenuto anche se la sua natura rimane intatta. Sebbene si possa vestire da “rinnovatore” o “ortodosso”, nella realtà la definizione della sua natura è fondamentalmente la stessa dal 6° Congresso dell’Internazionale Comunista (IC): “La “sinistra” social-democratica, usando di buon grado la fraseologia pacifista e a volte rivoluzionaria, agisce in realtà contro gli operai, soprattutto nelle ore più critiche (…) e costituisce per questa ragione la fazione più pericolosa dei partiti social-democratici. Servendo all’interno della classe operaia gli interessi della borghesia e collocandosi interamente sul terreno della collaborazione di classe e della coalizione con la borghesia, la social-democrazia è, in certi momenti, costretta a passare all’opposizione e anche a simulare la difesa degli interessi della classe del proletariato nella sua lotta economica; lo fa con l’unica finalità di acquisire la fiducia di una parte della classe operaia e di tradire i suoi interessi permanenti, tanto più vergognosamente nell’ora delle battaglie decisive[iv].

Ci sono una serie di espedienti impiegati da questa ala sinistra della social-democrazia per ottenere la fiducia parziale della classe. Il primo è il filisteismo, che riduce tutto il dibattito a “etichette” e argomentazioni fallaci. Il lavoro politico è fondamentalmente organizzativista, nella trasposizione della logica capitalista all’interno delle organizzazioni del proletariato in varie misure: primo, nel produttivismo delle mete e obiettivi; secondo, nel contrabbando ideologico di idee e concetti legalisti, democraticisti, e conciliatori; terzo, nel disprezzo per il lavoro di discussione e direzione collettiva e formazione teorica, frutto di una sfiducia nella capacità delle masse di essere agenti coscienti della loro emancipazione.

A riguardo, si veda questo esempio, tratto dal Manifesto di Champigny del PCF (1968)[v]: “come sottolineano le Dichiarazioni dei partiti comunisti del 1957 e 1960, nelle condizioni attuali, in una serie di paesi capitalisti, la classe operaia, condotta dalla sua avanguardia, ha la possibilità, unendo a sé la maggioranza del popolo contro il dominio del capitale monopolista e isolando la grande borghesia, appoggiandosi nella collaborazione politica dei partiti democratici e delle organizzazioni operaie, di conquistare il potere e assicurare il passaggio dei principali mezzi di produzione nella mani del popolo senza una guerra civile”.

Il linguaggio legalista e conciliatorio appare qui senza alcun travestimento, come negazione del principio, mai contraddetto da nessuno dei classici del marxismo-leninismo, della natura violenta della rivoluzione socialista per la rottura con il regime capitalista e la borghesia. La natura di classe dello Stato, l’esperienza storica recentissima all’epoca (1968: con le sconfitte del legalitarismo in Brasile e il trionfo della lotta armata a Cuba) furono interamente ignorate. Si tratta di un esercizio disonesto che ignora l’esperienza storica, aiutandosi con una fraseologia rivoluzionaria, come detto prima. E come la storia ha dimostrato, questa logica si è ripercossa nella centralizzazione assoluta della via parlamentare, nel organizzativismo delle campagne elettorali e nella ricerca incessante di più voti e mandati con l’idea anti-leninista di “voto su voto, deputato su deputato, verso il socialismo” (ai giorni d’oggi, nemmeno questo progresso si verifica). L’allora direzione del PCF, mentre tradiva la linea marxista-leninista, non lesinava discorsi sul pericolo di disgregazione del partito e l’importanza dell’unità. Tutti sappiamo dove e cosa è il PCF oggi.

Insomma, l’opportunismo, presente anche nel riformismo, è una conseguenza della degenerazione ideologica che colpisce il movimento operaio quando la sua dinamica genera elementi di una burocrazia che gestisce e tutela questo movimento, incamminandosi, come nell’esempio fatto, sulla lotta strettamente legale, parlamentare, alimentando aspettative nella “collaborazione dei partiti democratici”, prospettiva anti-leninista. La permanente formazione ideologica degli elementi delle masse e la sua vigilanza rivoluzionaria sulla direzione è l’unico metodo che può impedire queste dinamiche opportuniste.

Tornando la parola a Lenin (1916): “L’opportunismo è stramaturo: è passato definitivamente nel campo della borghesia in socialsciovinismo: moralmente e politicamente ha rotto con la socialdemocrazia; romperà anche con questa nel campo organizzativo. Gli operai reclamano fin da oggi opuscoli “illegali”, riunioni “non permesse”, cioè un’organizzazione segreta per appoggiare il movimento rivoluzionario delle masse. Solo questa “guerra alla guerra” è cosa degna della socialdemocrazia e non una frase: E nonostante tutte le difficoltà, le sconfitte passeggere, gli errori, gli abbagli, le pause, quest’opera condurrà l’umanità alla rivoluzione proletaria vittoriosa“.

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