Stalin, storia e critica di una leggenda nera

Recensione di Jean Bricmont
 
stalin_1902_colourRiflessioni su Stalin, dal libro di Domenico Losurdo, Stalin, storia e critica di una leggenda nera, traduzione dall’italiano di Marie-Ange Patrizio, con postfazione di Luciano Canfora, Aden, Bruxelles, 2011.
 
“Oh no, noi non siamo stalinisti”. Come ai cattolici contemporanei preme di respingere il Papa, i comunisti di oggi si dissociano più che possono dal periodo in cui il comunismo è stato non una semplice “ipotesi” ma un movimento che riuniva milioni di persone, con un peso reale nella storia, e che fu il periodo di Stalin. Il filosofo italiano Domenico Losurdo non condivide questa fuga dalla storia dei comunisti o di autofagia, come la chiama lui [Autofagia: Fenomeno fisiologico per il quale un individuo, durante un lungo digiuno, prolunga la propria vita consumando i materiali di riserva del proprio organismo, Hoepli dizionari, ndt]. Ed è questo probabilmente il motivo per cui ha dedicato un libro all’uomo che è stato insieme uno dei più amati e più odiati del 20° secolo e che ha incarnato più di ogni altro, il carattere prometeico del suo tempo.
 
Anche se l’autore demolisce la “leggenda nera” forgiata tra gli altri da Arendt Conquest, Krusciov e Trotsky, questo libro non è un’apologia a Stalin (anche se probabilmente gli sarà mossa tale accusa), quanto un tentativo di far uscire Stalin dalla demonologia occidentale, dove occupa un posto di rilievo accanto al suo “gemello” Hitler, e di collocarlo nella storia, una storia certo tragica, ma che non si riassume nella lotta del Bene della democrazia contro il Male del totalitarismo. L’autore affronta apertamente diverse questioni delicate, quali la leadership di Stalin della guerra patriottica (1941-1945), la carestia in Ucraina, i campi, l’industrializzazione forzata e l’antisemitismo, avvalendosi principalmente di fonti non comuniste.
 
Losurdo dimostra che le pratiche della deportazione o del lavoro forzato, denunciate come “mostruose” se dovute agli stalinisti, erano perfettamente accettabili se attuate dall’Occidente liberale sui popoli colonizzati. Questo libro può offrire un antidoto al senso di colpa che attanaglia molti comunisti da decenni.
 
Dovrebbe soprattutto permettere di capire il regime sovietico in quanto dittatura sviluppista, per usare un termine di Losurdo, il cui scopo principale non aveva niente a che fare con il socialismo come inteso prima del 1917, ma che cercava di recuperare il ritardo di un paese arretrato rispetto l’Occidente. Le parole di Isaac Deutscher (che non amava Stalin) riassumono il personaggio: “Ha trovato la Russia che lavorava la terra con aratri di legno e la lascia padrona della pila atomica… Un risultato simile non si sarebbe potuto ottenere senza vasta rivoluzione culturale nel corso della quale si è mandato a scuola un paese intero per impartirgli una istruzione estensiva”. (Citato da Losurdo, p. 12). Deutscher avrebbe potuto aggiungere che tutto questo è stato realizzato in un clima di ostilità internazionale e di sabotaggio inaudito ed è stato accompagnato dalla creazione di un esercito potente che ha sconfitto praticamente da solo il fascismo. Naturalmente, fu il risultato di una dura dittatura, ma come immaginare che fosse realizzato altrimenti? E come si è mai potuto concepire che tutto questo fu compiuto da un pazzo sanguinario, stupido e grezzo come descritto dalla “leggenda nera”?
 

Quali conclusioni politiche trarre dal libro di Losurdo? Bertrand Russell annotava, già nel 1920, che “I bolscevichi si adoperano per diventare gli alleati del socialismo occidentale avanzato, e, da questo punto di vista, prestano il fianco a serie critiche …. Ma come governo nazionale, spogliati del loro camuffamento e considerandoli come i successori di Pietro il Grande, svolgono un compito necessario, anche se ingrato”. L’errore fondamentale dei comunisti occidentali è stato farsi ingannare dal “camuffamento”, e di aver scambiato l’idea stessa di socialismo con questo lavoro dei “successori di Pietro il Grande”. Così hanno inaugurato una tradizione che perdura ancora oggi, di diffidare a sinistra delle libertà democratiche (inclusa la libertà di espressione), percepita come “borghese”, visto che era stata soppressa in URSS, mentre prima del 1917 i socialisti, di tutte le tendenze, riformisti come rivoluzionari, avevano difeso queste libertà.

Ma ciò che la sinistra occidentale “radicale” è diventata, con la destalinizzazione e soprattutto dopo il maggio 68, una miscela di soggettivismo e utopismo, è per molti versi peggiore di quel che erano i PC occidentali nell’epoca “stalinista”. Questa sinistra ha gradualmente accettato l’idea che la fine dell’Unione Sovietica significasse la fine del socialismo (così proseguendo, con segno inverso, l’errore fondamentale degli stalinisti) e a rinunciare a qualsiasi progetto di radicale trasformazione socio-economica. In tal modo, ha gradualmente abbandonato la maggior parte del popolo, concentrandosi esclusivamente sugli “emarginati”: le minoranze sessuali, i clandestini, gli immigrati. Il discorso pubblico non è rivolto al futuro (“costruire il socialismo”), ma al passato, e non cerca di unire, ma di colpevolizzare, rispetto: l’olocausto, il colonialismo, il razzismo, l’impronta ecologica [1], o per i pochi difensori della sinistra tradizionale, lo stalinismo. I miti europeisti o alter-europeisti, giustificati a loro volta dalla colpevolizzazione anti-nazionalista, hanno eliminato ogni vera discussione politica, proiettandoci in una regressione sociale senza fine. L’internazionalismo “proletario” è stato sostituito dal “diritto di intervento umanitario”. Il controllo del discorso, in nome della lotta al razzismo e dell’antifascismo, è ancora più totalitario di prima: per la sinistra di oggi, è molto più grave pronunciare una frase razzista che privatizzare una banca pubblica.
 
Nonostante i loro difetti, i comunisti occidentali “stalinisti” lottavano per cause giuste in generale: la lotta contro il fascismo, il progresso politico e sociale e la decolonizzazione. Oggi, la sinistra occidentale è, con la sua roboante retorica sui diritti umani, priva di progetto, senza futuro e totalmente al di fuori della storia reale.
 
Il libro di Losurdo forse permetterà ai comunisti, riappropriandosi di visione realistica della loro storia, di iniziare a reinventare un futuro.
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