La dissociazione tra il Ministro Poletti e la dignità del lavoro

di Marta Fana   da Il disordine dei sogni

Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro (ancora, nonostante tutto) durante l’Assembla Nazionale del Pd sostiene che i populismi non hanno trovato la soluzione a come restituire dignità al lavoro, di fronte alla trasformazione della produzione in atto. Da tre anni Ministro però ha ben dato prova di come nei fatti è possibile ridurre e spesso annientare quella dignità: con il Jobs Act, che ha cancellato la tutela reale cioè l’articolo 18, che ha monetizzato il diritto al lavoro con un indennizzo. Come se quella dignità fosse uno dei tanti beni e servizi che la tecnologia può produrre. L’ha annientata estendendo il tetto massimo all’uso dei voucher, avallando il sistema delle cooperative nel mondo degli appalti e dei subappalti in quei settori dove lo sfruttano della mano d’opera dei lavoratori è feroce. E sono gli stessi settori in cui la risposta alla rivendicazione di maggiore dignità si risponde con i manganelli, con i camion che schiacciano e ammazzano operai in lotta.

Poletti concorda con Bersani secondo cui il ceto medio è in crisi ed è stritolato. E allora fa prima gli esempi del metalmeccanico e del muratore e poi dell’impiegato di banca. Ecco lo stravolgimento culturale è tutto qui. Il metalmeccanico e il muratore non sono ceto medio, sono classe lavoratrice, di matrice operaia. Lo stesso vale per un pezzo dei colletti bianchi, come l’impiegato delle poste o di una filiale di banca.

Ma il chiodo fisso del ministro è la sua relazione sentimentale con le imprese, di cui ha una smodata visione ottimista, se non adulatrice. Secondo Poletti infatti, “senza le imprese non abbiamo il lavoro. Abbiamo bisogno di imprese che nascono che crescono che si spostano”. Ha ragione quando dice che il problema è culturale, ed è un problema tutto suo. Perché la scuola, la sanità non sono imprese, lo Stato e l’amministrazione non sono imprese. E poi ancora più importante, le imprese lasciate al loro laissez faire non sono in grado di garantire l’innovazione di cui abbiamo bisogno, il lavoro di cui abbiamo bisogno, per qualità e quantità. E lo dimostrano i fatti che il Ministro si ostina ad ignorare: in Italia il tasso di investimento in innovazione è tra i più bassi d’Europa, la capacità di generare occupazione è nulla quando non drogata dai venti miliardi che senza alcun vincolo hanno messo su un piatto d’argento con gli sgravi contributivi. L’avidità con cui le imprese estraggono profitti sulle spalle dei lavoratori è un atto incontrovertibile del capitalismo, come lo è la loro finanziarizzazione a spese della produzione e degli investimenti.

Per terminare, il Ministro rivendica l’alternanza scuola-lavoro come grande atto del governo in questi tre anni. Un’idea ben funzionale all’adulazione di un tessuto imprenditoriale straccione che più di ogni cosa brama manodopera  a basso costo o meglio ancora gratuita. A questo serve nei fatti l’alternanza scuola lavoro in cui giovani alle soglie del diploma e laureandi sono obbligati a svolgere centinaia di ore presso aziende e imprese di qualsiasi tipo: camerieri da Mc Donald o commessi da Zara, ma anche raccoglitori di cozze. Non potrebbe essere altrimenti in un Paese che ha rinunciato e dismesso ogni visione sul che fare, sul governo dei processi produttivi. Rimarranno solo i camerieri d’Europa e l’Italia un grande magazzino alle spalle di un mega bar ai piedi di un centro commerciale.  E non è un caso se ancora oggi il ministro del lavoro è un signore che può permettersi di dire che il disastro è stata “L’idea secondo cui la cultura è la cultura, il sapere è il sapere che non deve entrare in contatto con l’impresa.”

Il sapere è sapere che può essere anche applicato al rapporto con le imprese, ma di certo non può essere confinato e funzionale ad esse. Il sapere e la cultura sono strumenti di democrazia e libertà, non fattori strumentali al profitto, come invece il ministro tende a pensare.  E proprio nel rapporto tra formazione sapere e imprese che la visione del ministro inciampa e si svela: la promozione del lavoro precario e del lavoro gratuito è la negazione della responsabilità delle imprese in materia di formazione continua. Basterebbe riportare il Ministro a studiare i classici del pensiero italiano in materia del lavoro, come Bruno Trentin. E citerò Bruno Trentin per rispondere all’ultimo punto del discorso del ministro, cioè l’esaltazione della meritocrazia. Scrive Trentin nel 2006

“In realtà, sin dall’illuminismo, la meritocrazia che presupponeva la legittimazione della decisione discrezionale di un «governante», sia esso un caporeparto, un capo ufficio, un barone universitario o, naturalmente un politico inserito nella macchina di governo, era stata respinta.

Era stata respinta come una sostituzione della formazione e dell’educazione, che solo possono essere assunte come criterio di riconoscimento dell’attitudine di qualsiasi lavoratore di svolgere la funzione alla quale era candidato. […] Con il sopravvento nel mondo delle imprese di una cultura del potere e dell’autorità il ricorso al «merito» (e non solo e non tanto alla qualificazione e alla competenza accertata) ha sempre avuto il ruolo di sancire, dalla prima rivoluzione industriale al fordismo, il potere indivisibile del padrone o del governante; e il significato di ridimensionare ogni valutazione fondata sulla conoscenza e il «sapere fare», valorizzando invece, come fattori determinanti, criteri come quelli della fedeltà, della lealtà nei confronti del superiore, di obbedienza e, in quel contesto, negli anni del fordismo, dell’anzianità aziendale.

Nella mia storia di sindacalista ho dovuto fare ogni giorno i conti la meritocrazia, e cioè con il ricorso al concetto di «merito», utilizzato (anche in termini salariali) come correttivo di riconoscimento della qualificazione e della competenza dei lavoratori. E, soprattutto negli anni 60 del secolo passato, quando mi sono confrontato con la struttura della retribuzione, alla Fiat e in altre grandi fabbriche e ho scoperto la funzione antisindacale degli «assegni» o «premi» di merito; quando questi, oltre a dividere i lavoratori della stessa qualifica o della stessa mansione, finirono per rappresentare un modo diverso di inquadramento, di promozione e di comando della persona, sanzionato, per gli impiegati, da una divisione normativa, che nulla aveva a che fare con l’efficienza e la funzionalità, ma che sancivano fino agli anni 70 la garanzia del posto di lavoro e quindi la fedeltà all’impresa.”

Infine, il Ministro apre sui voucher sperando ancora una volta di disinnescare il referendum e sostiene che i buoni lavoro vanno riportati alla loro funzione originaria, escludendo l’uso per le imprese, che dovrebbero usare i contratti di lavoro già previsti del diritto del lavoro. A parte che l’abrogazione dei voucher deve riguardare anche la pubblica amministrazione, continuo a sostenere che è incostituzionale usare come strumento di regolazione dei rapporti di lavoro qualcosa che non dà alcun diritto assistenziale, né riconosce ferie e malattia retribuite e che prevede un irrisoria contribuzione previdenziale, quel 13% incluso nel costo dei voucher. I referendum non potranno essere disinnescati per il semplice fatto che costituiscono il portato minimo della rivendicazione di intere generazioni contro quella dignità negata di cui anche il ministro Poletti è responsabile.

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