Spazi imprevisti. Lavorare a/da casa

da http://www.ingenere.it

di Sandra Burchi

Nella storia del lavoro femminile la commistione fra spazio domestico e lavoro per il mercato (accompagnato dal lavoro per la famiglia) è nota. Oggi – via precarietà e sviluppo tecnologico – investe un nuovo segmento di lavoratrici, quelle con livelli di istruzione avanzati: redattrici, giornaliste, traduttrici, progettiste, consulenti, project manager, formatrici, lavoratrici del web, dalle grafiche alle copy passando per tutte quelle professioni che ancora non hanno un nome o una definizione standard.  Ma non è solo intorno al computer che si sviluppano professionalità e nuovi adattamenti.  Negli spazi di casa è possibile trovare chi organizza un laboratorio artigiano – almeno per cominciare – o, appena oltre la soglia, una coltivazione biologica.

Negli ultimi tempi la condizione di chi lavora da/a casa comincia a essere vista e nominata. Nella maggior parte dei casi si tratta di lavoratrici a partita iva o collaboratrici che lavorano da esterne a organizzazioni che affidano loro incarichi e progetti da portare a compimento. Sono collaboratrici e consulenti, ma anche libere professioniste o micro-imprenditrici che sviluppano servizi e progetti a partire dalle proprie competenze.

Raccogliere le storie di queste lavoratrici/professioniste mi è sembrato utile per varie ragioni: per raccontare l’estrema frammentazione del mercato del lavoro ma anche per evidenziare la capacità soggettiva di inventare strategie di ‘resistenza’ e di creare forme di cooperazione che non ignorano l’esigenza di nuovi dispositivi di riconoscimento e di tutela.

La pluralità di operazioni gestite e tenute sotto controllo dalle donne che a più riprese  ho intervistato  danno indicazioni sui mutamenti profondi dello statuto stesso di quello che siamo stati abituati a chiamare ‘lavoro’. Il processo produttivo è interamente a carico dei soggetti e si rivela molto ridondante nella cura delle condizioni stesse del lavorare. Le operazioni quotidiane da gestire vanno dall’allestire un luogo fisico (spesso si tratta di uno spazio mobile o trasformabile come un angolo della casa, una zona di passaggio, un tavolo multifunzione), a ideare una routine organizzativa (sia giornaliera sia complessiva), a tenere i contatti necessari con le molteplici committenze. Un micro-management dello spazio e del tempo necessario per dare forma ai contenuti di lavoro e realizzare concretamente progetti e prodotti.

Fra le donne che lavorano a/da casa alcune, non tutte, hanno figli. 

È normale chiedersi se lavorare a casa non sia altro che una delle tante forme di conciliazione “fai da te” che le donne si inventano in un paese che vive di un welfare altrettanto artigianale. Rispondere di sì sarebbe una semplificazione.

Lavorare a casa garantisce presenza, permette flessibilità negli orari, ma comporta tutta una serie di problemi – a volte poco riconosciuti e riconoscibili – che solo un grande sforzo organizzativo permette di superare.

Chi lavora a/da casa, se non vuole eccedere in formule che sfiorano il gioco di prestigio (come quella usata da Monica, titolare di un’agenzia di incoming turistico e madre di due bambine:  “sono qui ma fate finta che non ci sono”[1]) ha bisogno di darsi con chiarezza dei tempi di lavoro, di lavoro “e basta”. Le strategie che ho individuato sono di vario tipo: giornate “a scacchiera”, cioè tempo di cura diviso fra familiari e non (mariti, compagni, nonne, amiche, baby sitter), geografie organizzative complesse che prevedono spazi di lavoro allestiti sia a casa che in “altrove” indefiniti e momentaneamente presi in prestito,   un elevato nomadismo casalingo che conta sulla possibilità di trovare spazi (e tempi) disponibili negli ambienti di casa. Una risorsa essenziale è la capacità di organizzare la propria agenda quotidiana e settimanale a incastro con “i tempi degli altri”. Questo permette di usare bene il tempo in cui la casa si svuota dei suoi abitanti e si può contare su solitudine e concentrazione.

Collegata a quel mondo di servizi che abitano la città, la casa è connessa al ritmo di asili, scuole, uffici e si svuota per alcune ore della giornata di tutti gli abitanti inseriti in quelle routine. Si tratta di ore preziose, ma tutte da pensare e da organizzare. Una parte di questa organizzazione passa da una buona gestione dello spazio condiviso: “Da quando ho una famiglia mi sento un po’ spodestata da quella che un tempo era solo casa mia. Mi rendo conto che prima di mettermi a lavorare passo molto tempo a ridefinire lo spazio, riconfinando le cose degli altri in altre stanze”. Come molte altre, anche Lysa dedica parte del suo tempo a definire quotidianamente il suo spazio di lavoro, “riconfinando le cose degli altri” prima di cominciare a lavorare e sgombrando lo spazio comune, a lavoro finito, dei resti e delle tracce del proprio fare.

Chi ha bambini molto piccoli e decide di non inserirli troppo precocemente nel sistema dei servizi, deve garantirsi altrimenti delle ore tutte dedicate al lavoro. Nelle storie che ho raccolto mi è capitato spesso di registrare schemi molto rigidi di condivisione, tempi negoziati e contrattati con compagni, mariti, nonne (molte nonne!). Ho trovato non casuale il lessico. Quando i racconti stringono sul tema della condivisione del lavoro di cura, le parole vengono scelte da un lessico quasi aziendale: si fanno accordi, si stabiliscono orari di gestione, si selezionano tate. In assenza di cornici che delimitano naturalmente il tempo e lo spazio di lavoro, è essenziale “mettere in riga le giornate” o “dare forma al tempo”, non lasciare che tutto si sovrapponga portando sensazioni, uguali e contrarie, di inconcludenza o di affanno, sperando di poter fare tutto da sole.

Senza un buon equilibrio può farsi sentire la sensazione di una doppia segregazione, quella di essere chiuse in case-ufficio o bloccate in una domesticità senza via di fuga. Basta che si rompa qualcosa nel gioco degli incastri come un periodo di prolungata malattia di un bambino a rendere tutto più difficile e instabile. I tempi si diradano, diventa impossibile lavorare con lo stesso ritmo, rispettare le scadenze e, una volta di più, serve una buona organizzazione.  Se non è possibile contare sulla disponibilità di altri è necessario ricavare tempi di lavoro in momenti intermittenti, notturni. E questo aumenta la fatica, la difficoltà. Sembra normale che chi lavora in casa (“senza” orario) garantisca la sua presenza e la sua disponibilità, ma questa aspettativa, difficile da tradire o ricontrattare, fa saltare tutti i piani e le possibilità di lavorare (fuori e dentro casa) si complica. In queste fasi si ripresenta un fare troppo domestico e l’impressione è quella di esser tagliate fuori, di essere totalmente nascoste e rese invisibili dall’immersione nel lavoro familiare. È in queste fasi  che la sensazione di non poter fare niente, di essere bloccate dentro una casa che non si è scelta come luogo unico di esistenza, diventa opprimente e occorre inventare nuove strategie.

Marina, una cooperante che si riconosce in un’organizzazione “casa+viaggi”, dice di essere piuttosto contenta del suo ménage familiare e si dichiara soddisfatta per aver ritardato l’ingresso della sua bambina all’asilo nido. Skype l’aiuta a tenere contatti altrimenti impossibili con progetti che coordina dall’altra parte del mondo e la motivazione verso il suo lavoro l’ha convinta a prendere un ruolo di responsabilità nella ONG di cui è parte  ma, dice, “questa organizzazione della giornata non è semplice, anche perché io non sono bravissima a darmi le giuste priorità e alcune parti del lavoro che richiedono molta concentrazione, come i report, gli articoli lunghi di analisi, etc. tendo a consegnarli sempre con un ritardo pazzesco. Per questo genere di lavori, conciliare vita familiare e professionale, lavorando anche di notte, non è il massimo…”.

Al di là dei  momenti di crisi, quelli in cui l’organizzazione salta, quello che molte dichiarano essere complicato è la messa in ordine di quello che segna l’ambiente domestico in maniera simbolica. A ostacolare la tenuta dei ritmi di lavoro è spesso la fragilità del suo riconoscimento. Serve una solida motivazione verso il proprio lavoro per non perdersi e disperdersi.

Anche per questo le relazioni “fuori”, le relazioni professionali e di lavoro sono ritenute molto importanti. Accedere a un livello di relazionalità formale, estesa, costruire network professionali contribuisce a dare realtà pubblica a un lavorare quasi nascosto.

In un contesto istituzionale che tarda a costruire dispositivi di regolazione che bilancino i rapporti di forza fra i singoli e il sistema produttivo, il lavorare in rete porta alla ribalta l’ipotesi e la realtà di un nuovo modello di cooperazione, più collaborativa, capace di produrre economie e al tempo stesso di  dare senso allo sforzo dei singoli e al loro legame sociale. Per chi lavora da casa, investire nelle relazioni di lavoro serve a creare l’equivalente di un contesto professionale, un mondo che “tenga”, che dia continuità ad attività professionali che si compongono di incarichi, consulenze, progetti. Le reti reggono, in altre parole, quando un singolo lavoro finisce e sono la base – a volte anche solo in termini di motivazione – su cui costruire altro.

Molte fra le donne che ho incontrato si impegnano nel tenere viva una mailing list professionale, nell’aggiornare o produrre contenuti per un sito collettivo. La presenza on line limita e  compensa i rischi di scarsa  visibilità, tipica di alcune professioni e maggiore per chi lavora in un luogo tanto privato come la casa. Inoltre molte sono attive nell’organizzazione di momenti pubblici, incontri, meeting, e molto altro. Enrica, una ricercatrice brava e motivata, con incarichi intermittenti presso Università e Enti, definisce così la sua rete professionale:  “La continuità viene anche dalla rete di relazioni. Sono relazioni di lavoro che sostengono il mio progetto e questa cosa in un altro momento forse non sarebbe stata così importante ma oggi, che assistiamo a questo sgretolarsi delle istituzioni di riferimento, queste relazioni ti permettono di stare sulla sostanza e prendono il posto di un  riconoscimento formale. Le relazioni attivano e una rete, proprio letteralmente, come qualcosa che “tiene”, una rete di sostegno, un po’ come la rete del circo ed è proprio l’esempio, perché è una rete che protegge in caso di cadute ma  fa rimbalzare e i permetti di andare in alto di vedere nuove cose.”

Quello che circola nelle reti è il bisogno di immaginare forme di riconoscimento ma anche di  tutela. Molte di queste reti funzionano informalmente ma c’è una vera e propria soddisfazione per le situazioni in cui le reti diventano pubbliche e si stabilizzano come veri e propri dispositivi che funzionano nella direzione del riconoscimento e della tutela. Esempi di questo in Italia ci sono, basti pensare a Strade-Sindacato Traduttori o Acta (Associazioni Consulenti Terziario Avanzato). Per chi ha figli e lavora da casa, poter contare su reti professionali, informali o formali, ha un valore supplementare, permette di superare con più energia i momenti di crisi, in cui il sovrapporsi delle cose da fare (nello stesso spazio) sembrano condannare all’invisibilità.

È una conciliazione complicata quella delle donne che lavorano da casa. Immergersi nei loro racconti ha significato muoversi sulle ambivalenze e le ambiguità, registrare problemi e stati d’animo contrastanti: solitudine, claustrofobia, disordine, una fretta estrema giocata in un tempo senza argini ma anche un inevitabile piacere per il “sentirsi a casa” fra i propri progetti.

Trasferire un ufficio o un laboratorio fra le mura domestiche comporta un accumulo di mansione e può rivelarsi particolarmente complicato sia dal punto di vista materiale che simbolico, tuttavia tiene aperta una possibilità evidente: quella di non rinunciare al lavoro.

Oltre a queste forme di lavoro da casa pensate e inventate dalle lavoratrici indipendenti, adattamenti che raccontano potenzialità, ostacoli e rischi di un’ organizzazione autonoma, esistono alcune sperimentazioni che riguardano il lavoro dipendente e subordinato.  La capacità di chi lavora o può lavorare da casa comincia a essere presa in considerazione anche dal sistema delle aziende e delle istituzioni come dimostra la discussione di queste settimane di una proposta di legge presentata nel 2014 (Norme finalizzate alla promozione di forme flessibili e semplificate di telelavoro). Sotto il nome di smart work” o “lavoro agile” si stanno studiando le opportunità di far evolvere i modelli di lavoro, attivando forme di lavoro fuori dalle aziende e dalle organizzazioni. Il telelavoro – cui la proposta di legge fa riferimento esplicito proponendo un superamento – nel nostro paese non è mai decollato, quello dello smart work sembra essere un modello migliore, perché più leggero e adattabile. C’è bisogno di concentrazione e di studio? Si resta a casa. È necessaria una riunione o bisogna discutere un progetto? Si va in azienda. L’idea è quella di adattare la casa ad accogliere il lavoro, senza farne un polo unico, senza trasferirci per intero il “posto” di lavoro. Il lavoro agile oggi allo studio è un modello organizzativo che regolerebbe – in maniera stabile – il rapporto fra le organizzazioni e i dipendenti, con il doppio obiettivo di risparmiare e di allentare alcuni vincoli senza rinunciare in produttività.

La cosa è senza dubbio interessante e mi sembra tanto più interessante pensando che oggi aziende e istituzioni cominciano a considerare come innovative strategie e modelli che hanno avuto un loro campo di applicazione sperimentale (e mi piacerebbe poter dire “selvaggio”) nei singoli percorsi di vita, femminili, non a caso. Il “lavoro agile” ha molti elementi di interesse e può marcare, in positivo, un diverso modo di usare il tempo, lo spazio, la città. All’interno di un rapporto di lavoro subordinato può rispondere a quelle esigenze di autonomia e gestione di sé che hanno sempre accompagno il faticoso adeguamento  delle donne ai ritmi di lavoro imposti dalle organizzazioni. La possibilità di attivare contratti di “lavoro agile” dovrebbe essere il primo passo di una catena di riconoscimenti a quel potenziale che è oggi racchiuso nella dinamica di autorganizzazione disperse ma esistenti. Il rischio però è che un lavoro agile sia solo una dislocazione del lavoro subordinato dentro le mura di casa. Anche in una versione “smart”  questo potrebbe tradursi in una colonizzazione definitiva dello spazio domestico, attraverso un sistema di regole, che mentre tengono una lavoratrice dentro a un contratto, le rendono infinitamente complicata la  libertà di gestire il proprio spazio e il proprio tempo.

Dalle mie ricerche è risultato abbastanza chiaro che chi sceglie di usare – almeno in parte – la propria casa come spazio di lavoro vive come compensatoria di una serie di disagi la parziale “libertà” che ha di decidere della propria organizzazione e delle proprie regole. Molto dell’impegno inoltre è versato proprio verso un obiettivo sottile ma vitale quello cioè di mantenere nello spazio domestico la presenza di due ordini simbolici, casa e lavoro, come distinti e il meno possibile in conflitto. La collocazione del lavoro a casa da parte di un’impresa, di un’azienda, e di qualsiasi organizzazione di lavoro che metta a disposizione strumenti e metodi, romperebbe questa sottile duplicità, imponendosi duramente, con lo stesso rumore che meno di quarant’anni fa facevano le macchine e i telai delle lavoratrici a domicilio.

Lo smart work permetterebbe certo l’attivazione di nuove forme di conciliazione ma certo la cosa è scivolosa. Non sarebbe la prima volta che sperimentazioni, richieste che vengono da quell’esigenza di “lavorare diversamente” portata dalle donne, assumono tutta un’altra connotazione nella traduzione che ne fanno le imprese. In fondo anche la questione della flessibilità ha avuto questo sviluppo tortuoso e incontrollato, da istanza di autonomia da giocare all’interno delle rigidità del sistema lavoro, a instabilità e impraticabilità di molti percorsi lavorativi.

8vwt0uegcpir7utmn4Ragionare su casa e lavoro oggi deve essere un’occasione per descrivere una nuova partitura del dentro/fuori per alimentare la ricerca, ininterrotta, di politiche, servizi collettivi, strumenti e dispositivi che permettano alle donne di non dover scegliere fra desideri e aspirazioni che il mercato del lavoro continua a presentare in conflitto fra loro.

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