Riconoscere la violenza. Che ruolo giocano le emozioni?

di Gina Troisi  da  http://www.ingenere.it

Una ricerca condotta alla Federico II di Napoli e supervisionata dal centro interdisciplinare sulla violenza dell’Università del Québec spiega in che modo le donne che subiscono violenza vivono le emozioni prima e dopo la richiesta d’aiuto.

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Secondo le ultime rilevazioni Istat la consapevolezza della violenza subita è in aumento: le donne denunciano di più (dal 6,7% al 11,8%), si rivolgono di più ai servizi per la violenza (dal 2,4% al 4,9%), e la percentuale di chi resta in silenzio è scesa dal 32% al 22,9%. Numeri non soddisfacenti, ma che riconoscono il contribuito delle diverse linee di intervento messe in atto nel corso degli ultimi decenni. Si pensi al questionario di autovalutazione del rischio che ha offerto alle donne uno strumento online per capire i segnali di rischio di violenza nella propria relazione sentimentale. Molti sono, inoltre, gli interventi che hanno coinvolto la rete sociale, considerando la sua rilevanza sia nei termini di primo soccorso, sia nei termini di prevenzione e contrasto alla diffusione di stereotipi di genere[1].

Malgrado i progressi fatti, l’aiuto informale – quello di amici, parenti e conoscenti – risulta ancora essere la prima scelta. Tuttavia, può trattarsi di un sostegno inadeguato di fronte alla violenza, comportando incomprensioni, la minimizzazione o la colpevolizzazione della vittima, e rischiando di diminuire la possibilità che la donna esca dalla situazione di violenza e acceda a servizi specializzati.

Gli studi sulle motivazioni alla base del mancato accesso ai canali d’aiuto sono esigui, a causa della difficoltà a reperire il campione, e sono spesso basati sulle ricostruzioni delle donne che hanno chiesto aiuto.

I fattori rilevati si possono dividere in quattro tipologie:

  • cognitivi: come le strategie di coping, la dissonanza cognitiva[2];
  • sociali: come la dipendenza economica e la sfiducia nelle istituzioni;
  • psicosociali: come la paura di esclusione dal gruppo sociale, gli stereotipi di genere e di ruolo;
  • emotivi: come la paura, la colpa e la vergogna.

Concentrandoci sugli aspetti emotivi, c’è bisogno di chiedersi in che modo gli affetti influiscono sulla ricerca d’aiuto e come essi si modificano in seguito alla ricezione di aiuto.

Le statistiche europee rilevano che per circa un quarto delle vittime la sensazione di vergogna per quanto subito è stato il motivo che le ha spinte a non chiedere aiuto. La vergogna può essere connessa a una sensazione di fallimento, che spinge a mantenere il segreto per evitare l’esposizione allo sguardo dell’altro. Viene nominata anche la colpa, in quanto le vittime tendono a colpevolizzarsi e a considerarsi responsabili della situazione. La paura costante delle ripercussioni contro la propria persona o eventuali terzi, anche successive alla fine della relazione, può agire come una barriera alla ricerca d’aiuto.

La costruzione e la validazione del questionario che abbiamo chiamato VITA Scale-Intimate Violence and Traumatic Affect Scale[3] ha seguito diversi passaggi a partire da uno studio qualitativo.

Tale studio ha avuto come obiettivo quello di fare luce sui significati che le donne attribuivano alle emozioni provate durante la relazione con il proprio partner, in particolare vergogna, colpa e paura, e indagare come queste si modificassero in seguito alla separazione e nell’accesso ai canali d’aiuto. Per la realizzazione è stato fondamentale il contributo del centro antiviolenza di Napoli Le Kassandre, che ci ha permesso di intervistare donne che avevano vissuto un’esperienza di violenza nella coppia e che si erano rivolte alla struttura completando il percorso psicologico.

Nell’intervista si chiedeva alle donne di esprimere liberamente le emozioni che avevano provato nelle diverse fasi della propria storia di violenza e, qualora non venissero nominate, si facevano domande più specifiche sulla colpa, la vergogna e la paura.

Dall’analisi dei dati è emerso che le donne facevano fatica a nominare colpa e vergogna come due affetti separati, laddove venivano associati alla sensazione di fallimento narcisistico. La colpa, in letteratura è legata alla sensazione di aver arrecato un torto all’altro e al desiderio di voler riparare tale torto per poter accedere all’espiazione. Le donne, invece, facevano più riferimento a un senso di colpa provato nei confronti di se stesse, per non essersi protette, per non aver capito prima, per aver perso anni della propria vita. Questo meccanismo di “trasformazione difensiva della vergogna in colpa” avverrebbe perché la colpa sarebbe un affetto preferibile alla vergogna, in quanto attraverso il gesto riparativo permette il restauro del legame con l’altro e il ripristino di una posizione attiva, che superi il senso di impotenza in cui pone la vergogna. La vergogna accompagna l’angoscia della perdita del proprio valore, della propria dignità e del pericolo dell’abbandono in quanto indegni. La colpa è presente nelle parole delle donne anche nei termini di colpevolizzazione secondaria, diffusa dalla propria rete sociale: dalla propria madre al parroco la risposta era la stessa “le donne si devono portare la croce”.

Un’interessante risultato è stata la comparsa preponderante, accanto all’affetto della paura, di quello del terrore, che ci ha permesso una maggiore differenziazione tra i due affetti. Gli studi neurofisiologici hanno mostrato come davanti al pericolo si possono attivare circuiti neuronali differenti per le difese attive come l’attacco-fuga, più legate all’emozione della paura, e quelle cosiddette passive come il freezing, il congelamento, legate al terrore. Le donne intervistate facevano maggiore riferimento al terrore, associandolo a una sensazione di paralisi, di impotenza, di blocco. Le situazioni di violenza sembravano prendere le forme di una “dittatura privata”, costruita attraverso attacchi progressivi e dissimulati con il fine di svuotare l’altro della propria individualità, distruggere la sua soggettività, e imporre il controllo.

Tale studio è stato la base da cui è partita la costruzione della VITA Scale supervisionata dal Centre de recherche interdisciplinaire sur la violence familiale et la violence faite aux femmes dell’Università del Québec in Canada in collaborazione con l’Università di Napoli Federico II. Gli item[4] sono stati costruiti privilegiando una forma metaforica a partire da un punto di vista psicoanalitico, prevedendo 5 item per la paura, intesa come uno stato d’allarme che pone di fronte alla fuga dal pericolo, 7 per il terrore definito come stato paralizzante che ostacola un processo attivo di reazione, 10 per la vergogna, come una forte esposizione all’altro che rende inermi, connessa a un senso di fallimento e di passività e 6 per la colpa, come emozione difensiva volta alla restaurazione del legame e di una posizione attiva. La validazione, attuata su un totale di 485 donne, di cui 167 hanno dichiarato di aver subito violenza, raggiunte online per ovviare al problema del sommerso ha mostrato un’attendibilità eccellente.

Tale strumento può rivelarsi utile nell’indagare il ruolo giocato dagli affetti nelle situazioni di violenza e nel permettere un suo iniziale riconoscimento. Il passo successivo di questo percorso di ricerca, sarà di monitorare le trasformazioni di tali affetti nel trattamento, analizzando le differenze tra le donne che hanno subìto violenza in assenza e in presenza di traumi infantili, con l’obiettivo di ricostruire il senso di sicurezza e incrementare le capacità di pensare quei vissuti affettivi che sfuggono a ogni tentativo di nominazione.

Note

[1] Come è ben espresso dai lavori di intervento raccolti da Arcidiacono e Di Napoli.

[2] Il concetto di coping (teorizzato da Arnold Lazarus nel 1991) fa riferimento all’insieme di sforzi cognitivi e comportamentali che l’individuo può mettere in atto in risposta agli eventi stressanti della vita per gestire le richieste esterne in relazione alle risorse personali. La dissonanza cognitiva fu definita da Erik Erickson come uno stato di mancanza di coerenza tra le opinioni, le credenze, le emozioni e i comportamenti di un individuo: quando si presenta un conflitto tra pensieri, emozioni o comportamento, quelli in conflitto tenderanno a cambiare per minimizzare la contraddizione e il disagio che ne deriva.

[3] Troisi, Balsamo, Nunziante Cesàro, 2017. La VITA scale è uno strumento che l’operatore può somministrare alla donna per comprendere la sua consapevolezza emotiva rispetto all’esperienza di violenza subita e le trasformazioni all’interno di un percorso d’aiuto. In particolare, si sofferma sulle emozioni più nominate dalle donne che hanno subito violenza: colpa, vergogna, paura e terrore.

[4] Per item si intende un’affermazione a cui le donne devono assegnare un grado di accordo. Es: Ho provato una forte paura (item), a cui si risponde scegliendo tra mai, qualche volta, sempre, ecc.

 

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