Elezioni in Brasile: il volto “nuovo” del cesarismo e un vecchio mondo che cade in frantumi

di Gianni Fresu professore di Filosofia politica presso la Universidade Federal de Uberlandia (MG/Brasil)

Una svolta politica in tre atti: il primo è stato un Golpe istituzionale il secondo un Golpe giudiziario, ora siamo al terzo momento, quello elettorale, con il quale si è data parvenza di legittimità democratica ai primi due, dopo aver utilizzato ogni mezzo necessario a raggiungere questo scopo. La mobilitazione di tutti i gli organi di formazione dell’opinione pubblica funzionale a una sola narrazione possibile, dunque la lotta furibonda per garantirne il controllo monopolista, è paradigmatica. Nei Quaderni Gramsci ci ha spiegato che di fronte all’equilibrio di forze «a prospettiva catastrofica», il cesarismo è una soluzione arbitrale, la cui natura progressiva o regressiva può essere compresa con lo studio storico della realtà concreta e non con astratti schemi sociologici: è del primo tipo quando aiuta, seppur attraverso compromessi e temperamenti, la forza progressiva a trionfare; è di senso opposto quando il suo intervento aiuta a far trionfare la forza regressiva. Se il Brasile del 1964-68 rientrava nelle forme classiche del “cesarismo tradizionale”, che necessità dei “colpi di Stato militare in grande stile”, quello di oggi fa parte a pieno titolo del cesarismo di tipo moderno, nel quale le complicazioni date dalla presenza di mezzi nuovi a disposizione e la maggior complessità della società civile, rendendo il fenomeno molto diverso da quello tradizionale. Lo sviluppo del parlamentarismo, l’affermarsi dell’associazionismo attraverso i partiti e i sindacati, con ampie burocrazie pubbliche e private trasformano la stessa funzione della polizia non più solo mobilitata dallo Stato nella repressione della delinquenza, ma posta a servizio della società politica e della società civile per garantire il dominio politico ed economico delle classi dirigenti. Nel Quaderno 13 Gramsci rafforza ancora questo concetto, al punto da sostenere che gli stessi partiti politici e le organizzazioni economiche delle classi dominanti vanno considerati «organismi di polizia politica, di carattere preventivo e investigativo». Nel mondo moderno l’equilibrio a prospettive catastrofiche non si verifica tra forze in grado di fondersi e unificarsi, nemmeno dopo un processo «faticoso e sanguinoso», ma tra forze il cui contrasto risulta insanabile e destinato ad approfondirsi con le forme cesaree di controllo della società. Nonostante ciò, anche una forma sociale in crisi («il vecchio muore») ha margini di sviluppo e perfezionamento organizzativo potendo contare sulla debolezza relativa della «forza progressiva antagonistica» che ne rappresenterebbe la negazione. In tal senso il cesarismo moderno sarebbe più poliziesco che militare, proprio perché utilizza tutti quegli strumenti preventivi e investigativi necessari a mantenere le forze ostili in condizione di minorità.

Andando oltre le categorie analitiche, analizzando in controluce il voto, emergono alcuni segnali molto evidenti. Al di là di un contesto generale avverso e difficile da affrontare, il PT ha sbagliato tattica e prospettiva, imponendo la candidatura di Lula pur sapendo che mai avrebbero reso possibile la sua competizione. Così Haddad ha fatto praticamente un mese di campagna elettorale, avendo tutti i media contro, mentre Bolsonaro è in corsa da anni. Questa scelta, che si spiega come atto di riconoscenza verso Lula contro un provvedimento illegittimo, ha però impedito alla sinistra di presentarsi unita al primo turno, annullando al contempo qualsiasi segnale di novità e rinnovamento, che pure era necessario. Le uniche note positive sono due: 1) tutto il fronte progressista si è rapidamente posizionato ed è già mobilitato su una linea unica rispetto al secondo turno; 2) il PT, nonostante la sconfitta di alcuni dirigenti storici, ottiene il gruppo parlamentare più consistente alla camera con 57 deputati. Ma nessuna illusione, la destra ha il vento in poppa. La peggior droga in questi casi è confondere i propri desideri con i rapporti di forza, ossia, credere che alla fine la realtà ti darà ragione. In Brasile è già iniziata un’altra era politica nuova e totalmente imprevedibile, sia perché del tutto inedita, sia per la natura prepolitica delle nuove forze alla testa di questo processo. Una conferma viene dal risultato disastroso del partito della destra liberale tradizionale, che da sempre incarna lo spirito nazionale dell’antipetismo. Il PSDB (al ballottaggio alle precedenti presidenziali) partito di potere incredibilmente influente, capace di eleggere presidenti e governatori in tutto il Paese si è presentato con il suo uomo più forte, il governatore uscente dello Stato di São Paulo Geraldo Alckmin, prendendo appena il 5% dei voti. Bolsonaro ha saputo unificare e centralizzare il fronte della destra (da quella più estrema alla moderata), esattamente quel che invece non è riuscito (fino a ora) alla sinistra.

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