Pagina d’arte e poesia di Resistenza e dolore per la Patria calpestata

La nostra patria

di Mahmud Darwish,  poeta della resistenza palestinese – Traduzione di Saleh Zaghloul

La nostra patria, vicina alla parola di Dio, ha un tetto di nuvole.La nostra patria, lontana dalle qualità del nome, ha una mappa dell’assenza.

La nostra patria, piccola come un seme di sesamo, ha un orizzonte celeste … e un abisso invisibile. La nostra patria, povera come le ali del tetraone, ha libri sacri … e una ferita all’identità.

La nostra patria, dalle colline distrutte e assediate, ha le imboscate del passato recente. La nostra patria, un bottino di guerra, ha il diritto di morire consumata dal desiderio e in fiamme.

La nostra patria, nella sua notte di sangue, ha un gioiello che brilla lontano, lontano, illumina all’esterno … ma noi, all’interno, soffochiamo sempre di più!

Desidero solo morire nella mia terra,

di Fadwa Tuqan

Desidero solo morire nella mia terra,
esservi seppellita,
fondermi e svanire nella sua fertilità
per resuscitare erba nella mia terra,
resuscitare fiore
al quale toglie i petali un ragazzo cresciuto
nel mio paese.
Desidero solo restare nel seno della mia patria,
terra erba o fiore.

Buongiorno esilio 

di Nizar Qabbani, poeta arabo siriano – Traduzione di Saleh Zaghloul

In esilio non mi sento più straniero né solo,
non soffro più questo faticoso viaggiare,
l’esilio è ormai il mio caro amico,
mi accompagna alla caffetteria,
condivide con me la lettura dei suoi giornali,
assieme a me prepara i pasti,
misura i miei vestiti, le mie camicie,
calza la metà delle mie scarpe,
assieme a me ama migliaia di donne
e insieme con me si stufa di tutte le donne
e dorme profondamente
mentre rimango sveglio insieme alla poesia.

Nelle città del Nord non sono più dilaniato,
errante,
fuggiasco,
smarrito,.
non ho più camminato scalzo
sulla neve delle strade di Parigi o Londra,
non sono più corso nudo nei giardini,
l’esilio è divenuto una seconda camicia.

In esilio l’amore ha altri sapori,
il nostro smarrimento notturno ha un altro sapore,
la Pizza ha un altro sapore,
il caffè nero ha un altro sapore .
I lampi e le piogge nei tuoi occhi
hanno un‘altra profondità,
l’orecchino alle tue orecchie ha un altro suono,
persino la follia dell’amore, vissuta a Londra,
pare raffinata follia.

E’ possibile,
che l’esilio diventi come una moglie qualsiasi:
un giorno la scegliamo e l’altro non la scegliamo,
che l’odore delle navi si faccia abitudine
e le ciglia delle donne diventino vele?

E’ possibile,
che l’esilio diventi mio padre, mio insegnante,
mia cultura e mio patrimonio,
che ascolti assieme a me “Ya Giarata Al-Wadi”
e Om Khalthum e la voce di Fairuz?
E così mi trasformo in fiori e alberi,
in fiumi che scorrono.

Grazie al mio bell’esilio!
Mi ha regalato civiltà, mappe, porti,
poesie e rime.

L’esilio non ha mai spezzato le ossa delle mie dita,
non mi ha mai fatto abbassare la fronte.
Ho seminato grano sulle stelle,
piantato vigne nell’atlantico.

La distanza non spaventa le mie navi,
e mi allontano solo per osservare,
finché scrivo non ho problemi
e sono io a tracciare la mia rotta e la mia posizione,
sono in grado di costruire la patria che scelgo
in pochi minuti,
dove scavo gore per l’acqua e mulini.

Non vi è stato o governo che mi abbia creato,
ho creato io la mia tribù e la mia patria.

 

“Jerusalem, Lexicon of Colours” anni ’60 ’80

La Gerusalemme degli artisti palestinesi

Tutti nati a Gerusalemme, rappresentano la prima generazione di artisti palestinesi. Alcuni dipingono la città in cui sono sempre vissuti. Altri, in esilio, stendono sulla tela i loro ricordi d’infanzia o le loro rivendicazioni. Dal figurativo all’astratto, dagli anni ’60 agli anni ’80, “Jerusalem, Lexicon of Colours” (Gerusalemme, lessico di colori) raccoglie opere di stili differenti e periodi diversi, in cui l’occupazione israeliana di

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Gerusalemme-Est nel 1967 segna una comune cesura.Gli acquerelli di Sophie Halaby (1912-1998): è stata uno dei primi pittori palestinesi a ricevere una formazione accademica. La sua è una Gerusalemme di cupole e cactus che si bagna in colori dolci. Nei suoi paesaggi la città non è che una prospettiva lontana, sempre circondata dalla vegetazione. Quando quest’artista, che ha sempre abitato a Gerusalemme, dipinge “La porta dorata del giardino del Gethsemani”, il verde delicato degli ulivi domina l’ocra delle mura della Città Vecchia.umana Husseini (1932-) traccia invece una Gerusalemme geometrica. I campanili e i minareti, le croci e le mezze lune disegnano una città di un bianco irreale cosparsa di tracce d’oro.

Un contrasto eclatante con i colori vivi di Taysir Sharaf (1939-2001). Quest’ultimo ha appena dieci anni quando la sua famiglia emigra in Egitto in seguito allacreazione di Israele (1948). Il pittore tornerà solo dopo i suoi studi nella città della sua infanzia. È in prima linea quando lo Stato ebreo occupa Gerusalemme-Est. La città diventa allora la sua ossessione. Nelle sue tavole, racchiude la Città Vecchia tra caratteri della calligrafia araba, brillanti e colorati.

 

 

 Opera dell’artista palestinese Laila Shawa – Hands of Fatima, 1989laila-shawa-hands-of-fatima-1989

 

«Windows from Gaza» («Finestre da Gaza») Collettivo Shababik di Gaza City – 2014

L’arte come atto di resistenza, strumento di liberazione, ponte tra mondi, cortocircuito esistenziale capace di illuminare – dentro e fuori – realtà altrimenti invisibili, emarginate o dimenticate. E i colori, le immagini, le visioni più eloquenti delle parole per raccontare il disagio di una condizione di occupazione e di oppressione, tanto fisica quanto psicologica, sociale e politica.

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Un brevissimo stupendo cartone per ricordare quattro bambini Palestinesi massacrati “per errore” mentre giocavano a pallone sulla spiaggia…

Nabil Anani, artista palestinese.
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