Donne, femminicidio. Poesie da usare

Non solo 8 marzo e 25 novembre. Sempre!

da attacchidipoesia.blogspot.com

Io non ci sto

alla dittatura mediatica dell’avvenenza,
che mi fa esistere solo se bella o appetibile,
barattando il mio pensiero in nome di una magra
visibilità.

Io non ci sto

ad essere solo corpo.
Da guardare,
da toccare,
da giudicare,
da mercificare.

Io non ci sto

poiché conosco
cosa genera l’offerta della mia carne
sugli sguardi inconsapevoli.

Io non ci sto

e pretendo rispetto
e che si dia spazio a tutte le mie
diversità.
La mia rivoluzione comincia con il rifiuto
dell’immaginario imposto
per mutare nel respiro di una nuova dignità.

Poichè sono una donna

Poiché sono donna, nessuno, più di me,
conosce il silenzio del tempo che muta,
le parole del conforto, il dolore dell’abbandono.

So della caducità della vita e dell’illusione dell’apparenza,
ma intuisco più di altri l’eternità
di un gesto compiuto nella bellezza.

Poiché sono donna,
porto su di me il peso dei reietti,
e di tutti coloro che in ogni epoca furono emarginati.

Sul mio viso si scorgono ancora
le sofferenze delle donne che mi hanno preceduto.
Nel mio grembo, la pienezza di tutte coloro che hanno procreato.

Poiché sono donna, so cos’è il dono.
E ho imparato, nel tempo, a vivere nella sua dimensione.

Raramente sono stata ascoltata, più spesso osservata
con brama, con sospetto, con disprezzo,
con risoluta indifferenza.

La mia voce dice di voci mai considerate.
La mia penna di menti che, per loro natura e per la propria diversità,
non sono state comprese.

Poiché sono donna sogno,
e sognando sperimento l’esistere di differenti creazioni.

Nella mia complessità nutro in silenzio
il seme del caos da cui proveniamo
e che non potrò mai, poiché sono una donna,
fingere di non aver avvertito.

Femminicidio

Dopo avermi recisa
per giocarti le dita,

dopo,
sarà la tua decadenza.

Ciò che uccidi non si arrende
ma rimane nel ventre

a sussurrarti, piano,
la morte.

Femminile interiore

La mia più grossa difficoltà
è scegliere chi sono
nell’infinita possibilità dei me,
ove basta un tratto, un agire certo
per definire un limite
che io non distinguo,
ma per natura accolgo.

Siamo altro

Non sgorga più la linfa dell’esistere

per noi,
che calziamo l’anima al filo della polvere
e ad ogni angolo percorso ci ripetiamo
di essere altro,

altro da un corpo imbrattato di sfogo,
altro dal nulla che abbiamo indossato
per ogni colpo che ci è stato inferto.

Siamo altro
e magari, un giorno, sapremo
cos’è che ancora ci è rimasto di essere.

Senile bellezza

Sono vecchia,
le mie mani sussurrano
gesti e tremori,
ed è un pensiero purissimo
come il mare che bagna più il cielo
che la terra,
come la neve che si dissolve nell’alba.
Sono vecchia
e lo sono fin dall’infanzia,
quando indugiavo sui battiti
e li custodivo nel mio
bisbigliare.

Una donna

io non so di me che il rintocco
di un battito occulto,

un plasmabile cerchio
tirato dall’occhio che mostri la voglia
di aprire il suo sguardo.

non sono che un dito sotteso
a baciare le ciglia d’un campo
cresciuto dal troppo tormento,

un palmo che sa
la misura di ciò che si crede,
un silenzio che sporge.

ì

Il fiore dell’incomprensibile

E’ mistero la profondità della coscienza,
l’origine di ciò che avvertiamo come mancanza,
l’immensità che, a volte, si sofferma.

E’ mistero la goccia che ci colpisce
prima di accorgersi che è solo acqua.

Io sto nel mistero
perché qui è il compito che mi sono assegnata.

Sto qui perché qui è duro, arido, ambiguo,
senza scorciatoie
che illudano di aver compreso.

Sto dove ho perso
e avuto timore di corrompermi
mentre di me ricercavo l’essenza.

Io sto nel mistero
perché il mistero non è qualcosa in attesa di essere svelato
ma il fiore stesso dell’incomprensibile,

dove tutto è abbandono
e la fatica si scioglie nel silenzio.

Nessun altrove

Rimpiango la lentezza delle anime che non ho mai assaporato.

A volte risalgono alla mia coscienza, affamate,
a riprendersi lembi di spazi non concessi
dalla voracità della mia ragione, dalla bramosità del mio io.

Ho percorso con lo sguardo strati spessi di menzogna
sino a scorgere il seme degli occhi che ho incontrato.
Ho più spesso preferito consumarlo con i miei entusiasmi,
con le mie seduzioni, con i miei implacabili squarci.

Ho concesso. Ho ferito.
Ho abbandonato.
Di tutto il dolore causato, non rimpiango
quello procurato con l’ira incauta di chi ha ricercato, sgarbatamente,
l’autenticità.

Soprattutto non rimpiango il conflitto,
quando ciò sia servito a partorire anche un solo piccolo foro
nel muro di chi ha preteso di imporre a se stesso e al mondo
la propria verità.

Non credo ai profeti.
Non credo a chi pretende di incarnare più di altri l’infinito,
ma rispetto chi sconta della propria anima l’infinità
con un’esistenza all’orlo dello sfinimento,

come gli artisti che arrancano,
come gli amanti che non si curano.

Non desidero l’equilibrio
ma un armonico vivere nella sua assenza

e a nessun dio, costruito sull’affanno,
offrirò mai il sacrificio di me stessa

per un altrove felice.

Mi chiedi perché non sono serena

La serenità appartiene a chi è nella pace,
non a chi muore ogni giorno con chi non può dirsi serena
perché vittima di un’ingiustizia.

Mi chiedi perché non sono serena.

Perché ogni figlia è mia figlia,
ogni madre è mia madre,
perché ogni donna costretta in un angolo
è la donna che sarei potuta essere,
quella che ero,
quella che un giorno sarò.

Mi chiedi perché non sono serena

Perché di fronte ad un dolore narrato
non volto la faccia,
non dico “basta” perché mi uccide saperlo,
ma resto.

E non cambio discorso.

E l’unica cosa che conto, ormai, è la nostra distanza.

Vita da streghe

Questa sera mi cullo fra dita
che non conoscono il volgersi dell’alba.
Il mio corpo sa di sangue
e odori che non si annusano.

Ho visto le mani tingersi di buio
aspettando il loro tepore
e so cos’è il male,
so cos’è l’ombra che lo tiene al riparo.
So cos’è l’onda e il pianto che l’ha incominciata
e so molte, molte cose senza un’origine
di cui sono principio
e una fine che non pretendo

.

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