Donne dietro la macchina da presa: dalle intrepide pioniere alle contemporanee

di Laura Baldelli

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Sono usciti nuovi articoli molto interessanti. Ne riporto qui uno tra i tanti.

Fin dalle origini del cinema, molte donne lavorarono nella complessa macchina cinematografica a fianco degli uomini ma anche da sole, come montatrici, costumiste, sarte, parrucchiere, controfigure, direttrici di produzione, operatrici di macchina, sceneggiatrici, attrici e registe, esprimendo un nuovo universo femminile, molto diverso rispetto alla società del tempo, perché la produzione cinematografica era ancora orizzontale con ruoli intercambiabili e non apparivano mai i nomi di chi aveva contribuito alla realizzazione di un film. Per questo le donne registe che hanno girato molti film, anche autoprodotti, caddero nell’oblio, pur avendo contribuito alla costruzione del linguaggio del cinema con una forte impronta di genere, specie quando il cinema era ancora artigianale e non un’espressione artistica. Fu l’industrializzazione a spazzare via le registe, nonostante avessero dimostrato capacità imprenditoriali, oltre che artistiche d’avanguardia. Alle donne fu permesso di stare dietro la macchina da presa, fin quando al centro c’era il prodotto e non l’apparato di produzione, tanto che di registe non si sentì parlare per molti anni, fino a quando non si affermò il cinema d’autore nella seconda metà del ‘900.

Eppure il loro contributo fu molto importante, tanto che la cineteca di Brooklyn, la BAMcinématek, ha finalmente dato il giusto valore alle intrepide pioniere del cinema muto con la rassegna “Pioneers: First Women Filmmakers”, per ricordare quella che viene definita la “golden age” delle registe di Hollywood, grazie anche alla raccolta fondi che ha permesso il restauro delle pellicole, con l’aggiunta di colonne sonore, fondamentali per i film muti. Così i film sono circolati anche nelle sale, rappresentando tutti i generi: dalle commedie basate sulla slapstick del linguaggio del corpo, ai western, ai temi sociali sociali come il razzismo e il sesso. Riportare alla luce questo pezzo della storia del cinema, ha sottolineato quanto l’industria cinematografica abbia disperso creatività, marginalizzando donne di talento dai ruoli di direzione artistica, in tempi in cui era il capitale a decidere tutto di un film. Infatti negli anni ’20, quando il cinema attirò interessi economici, negli studi cinematografici entravano la censura e uomini autoritari, come Louis B. Mayer, creatore dell’impero Metro Goldwyn Mayer, una delle più importanti mayor di Hollywood. Alle donne spettarono ruoli secondari, funzionali al capitale, furono sfruttate per la bellezza e non valorizzate per la creatività.

Eppure tra il 1914 e il 1919 la casa produttrice Laemmle aveva il più alto numero di registe: Cleo Madison, Ida May Park, Ann Baldwin, Elsie Jane Wilson, Ruth Stonehouse e Lule Warrenton; così la casa Universal si vantava di avere nella propria scuderia molte filmmackers, che erano anche attrici che diressero se stesse come Helen Holmes. A Hollywood, Mabel Normand fu tra quelle cancellate, dimenticate, travolta dagli scandali, nonostante fosse stata un’attrice bella e di talento, dotata di comicità naturale, sceneggiatrice dei primi film di Chaplin e anche abile direttrice artistica di case di produzione, ma pagò cara la sua indipendenza artistica e soprattutto quella sentimentale e morì a soli 38 anni.

Lois Weber negli anni ’10 fu la prima regista americana a girare un lungometraggio, film sonori, ad usare creativamente le sovraimpressioni, fu anche la meglio retribuita; oltre alla regia, firmò sceneggiature, creò una propria casa di produzione e affrontò, senza timori, temi impensabili nei primi anni del ‘900, come la pena di morte, l’emancipazione femminile, la maternità e la contraccezione, la droga, perché per lei il cinema era una missione e ancora non incombeva la censura. Nel suo film “Schoes” raccontò la storia di un’operaia costretta anche a prostituirsi, denunciando la povertà e lo sfruttamento delle donne. Nel 1921 la censura e la distribuzione della Paramount Pictures pose fine alla sua carriera, giudicando il suo film “What do men want?” troppo sovversivo, in quanto affrontava il tema del suicidio. Era già entrata in scena Wall Street, concentrando produzione e distribuzione nelle stesse mani degli studios, mettendo fine a quel fertile periodo di uguaglianza tra i sessi.

Ma anche in Europa molte registe furono estromesse perché troppo moderne, troppa avanguardia, troppa ribellione alla subalternità, troppo stravolgimento con nuovi ruoli sociali. Infatti, in Francia, Alice Guy-Blaché, da segretaria del produttore Léon Gaumont, diventò la prima regista, la prima produttrice al mondo e la sua storia è davvero emblematica: i suoi film sono quasi tutti andati perduti, perché all’epoca veniva registrato solo il nome della compagnia di distribuzione e quando lei cercò di recuperare alcuni dei suoi 1000 film che sceneggiò e diresse, scoprì che molti erano stati attribuiti agli uomini della produzione. Eppure Alice Guy-Blaché già nel 1896, all’indomani dell’ufficializzazione del cinematografo, girò il primo film a soggetto della storia del cinema “La Fée aux Choux”; inoltre aveva un proprio studio e una casa di produzione nel New Jersey “The Solax Company” e aveva introdotto il modo di recitare “Be Natural” con molto anticipo sui tempi. I suoi film trattavano temi rivoluzionari per l’epoca: l’uguaglianza tra i sessi, il lavoro, il matrimonio e nel film del 1906 “Les résultas du féminisme” addirittura mise in scena un ribaltamento dei ruoli in un immaginario mondo capovolto. Dopo la separazione dal marito tornò in Francia, ma non riuscì più a fare cinema e per mantenersi fu costretta a vendere libri di favole per bambini.

Scrisse un’autobiografia per riuscire ad avere un riconoscimento e un ruolo all’interno della storia del cinema, dell’industria cinematografica e assicurarsi il legittimo credito per le sue opere; dopo aver contribuito enormemente affinché il cinema entrasse tra le arti, morì povera e dimenticata e oggi rimangono circa 150 opere belle e poetiche che ispirano ancora giovani filmackers.

In Italia la prima regista fu Elvira Notari, prima maestra e modista, abile narratrice di melodrammi, ispirati da canzoni popolari e dalla letteratura verista: collaborò infatti con Matilde Serao e molti dei suoi film sono girati con realismo nei vicoli napoletani, tanto che furono censurati perché era sconveniente mostrare “le bassezze” del popolo italiano. Utilizzò nel suo racconto realistico il dialetto, valorizzando la cultura partenopea, curò particolarmente le musiche dal vivo e nei suoi “family melodramma”, centrale fu la figura femminile, affrontando tematiche come la maternità, l’amore, la passione e soprattutto mostrò donne “capaci di desiderio”, più che di trasgressione, che lei stessa interpretò. Raccontò anche il tema della follia femminile, proprio in un’epoca in cui le donne ribelli ai ruoli tradizionali di moglie e madre irreprensibile, venivano rinchiuse nei manicomi, sottolineando come spesso le sofferenze femminili erano causate dalle violenze e dalle meschinità del potere maschile. E non a caso amava chiamare i suoi lavori: “le mie film”. La sua fu un’impresa familiare con il marito fotografo che si occupava delle luci e il figlio attore, perché era l’unico modo per fare la regista, in quanto le donne erano per la legge italiana sempre sotto tutela del padre o del marito. Il suo cinema fu in contrasto con la produzione torinese spettacolare e magniloquente dei colossal storico-mitologici e fu vessata dalla censura perché le pellicole minavano le convenzioni sociali dei ruoli femminili. Fondò anche una scuola d’arte cinematografica basata sul realismo e la sua casa di produzione, la Dora Film, fu un esempio di imprenditorialità privata durante la crisi industriale del periodo giolittiano e assieme al marito aveva brevettato la coloritura delle pellicole. Inoltre, la Dora Film riuscì negli USA a costruire un canale di comunicazione con il vasto pubblico di immigrati italiani, fronteggiando anche l’importazione clandestina dei suoi film.

La regista fu fortemente osteggiata durante il Fascismo, perché l’Unione Cinematografica Educativa, l’Istituto Luce, diventò lo strumento strategico-ideologico per la propaganda, al fine di creare un’immagine forte e accattivante del regime, mentre nei suoi film si parlava di lavoro, di riscatto sociale, di donne artigiane autonome economicamente. Ne approfittarono gli industriali cinematografici, ottenendo privilegi per le proprie imprese, secondo il modello di capitalismo assistito e corporativo inaugurato dal Fascismo. Infatti negli anni ’30 la casa cinematografica si trasformò in società di distribuzione, perché ormai la concorrenza del cinema asservito al regime era troppo forte e purtroppo dei suoi numerosi documentari su Napoli non rimane nulla. Anche la diva del muto Francesca Bertini, famosa per il ruolo di Assunta Spina, rivelò in seguito di essere stata la regista dei film da lei interpretati, mentre ufficialmente era Gustavo Serena, proprio perché le donne non potevano dirigere.

Negli USA, a cavallo tra il cinema muto e quello sonoro, in un mondo prevalentemente maschile, raggiunse il successo Dorothy Arzner, che iniziò come montatrice e sceneggiatrice, ma ben presto passò alla regia nel selettivo ingranaggio dello studyo-sistem di Hollywood, addirittura con opere dedicate a figure femminili di grande forza e indipendenza dal suo primo film “Fashions for women” del 1927, fino all’ultimo “First comes courage” del 1943. I suoi personaggi femminili si muovono in un chiaro contesto storico-sociale, privilegiando un racconto realistico. Diresse grandi attrici come Joan Crawford, Katharine Hepburn, con grande successo di pubblico, critica e incassi al botteghino. Girò anche un film molto interessante sul mondo della danza “Dance, girl, dance”, che ben conosceva grazie alla sua compagna di vita la danzatrice Marion Morgan. Il tema del film era sulla competitività e il “non fuggire da se stesse”, un’analisi impensabile per l’epoca, ma che lei, avendo affrontato la sua omosessualità, aveva vissuto in prima persona. Girò anche film di propaganda per il governo USA durante la seconda guerra mondiale e successivamente insegnò tecnica cinematografica alla Pasadena Playhouse e alla University of California di Los Angeles e tra i suoi allievi F. F. Coppola. Nonostante la meritata brillante carriera fu dimenticata e solo recentemente ricordata e rivalutata.

Altra grande personalità caduta nell’oblio e riscoperta fu l’inglese Ida Lupino, che dal teatro arrivò a Hollywood negli anni ’30, attrice in ruoli forti e spregiudicati, come era lei, capace di ritirarsi da film che non le piacevano durante la lavorazione e pagarne le penali; fu così che per essere libera scelse la regia, la sceneggiatura e l’investimento nella produzione, anche di serie televisive. Il primo film in cui venne accreditata ufficialmente come regista fu “Never fear” (1950), la storia di una ballerina colpita dalla poliomielite che le distrusse la carriera e la vita. Sempre del 1950 girò “La preda della belva”, storia di una giovane stuprata poco prima delle nozze. Nel 1951 diresse “Hard, Fast and Beautiful”, film in cui una madre ambiziosa riversa sulla figlia le sue delusioni, costringendola a intraprendere la carriera di tennista. Temi difficili affrontati con sensibilità e coraggio tutti femminili.

L’affermazione del cinema industriale, soprattutto il sistema hollywoodiano marginalizzò molte donne, le pioniere furono cancellate dalla memoria, perché il sistema capitalistico non poteva sopportare l’indipendenza di un cinema creativo, perché si rischiavano capitali e soprattutto il “family style” americano non tollerava i modelli di donne capaci di affrontare i problemi della società con nuovi ruoli che avrebbero portato all’emancipazione femminile e soprattutto alla conquista dell’indipendenza economica, vera minaccia per il modello di società maschilista. Il cinema, specie quello di Hollywood, preferì lo star system, dove le dive, donne bellissime, erano sfruttate principalmente per la loro giovane avvenenza e molte furono triturate dal successo basato solo sulla bellezza e la gioventù come Marilyn Monroe, Ava Gardner, Rita Hayworth. Inoltre il ruolo del regista negli anni aveva conquistato riconoscimento e potere, non a caso in inglese il termine è “director” e una donna non poteva essere tollerata in quel ruolo a Hollywood. Anche in Europa i vari regimi fascisti avevano spento ogni avanguardia femminile nelle arti e cacciato le donne dai luoghi di lavoro; solo Leni Riefenstahl regista e fotografa ammiratrice di Hitler e del Nazismo, lavorò per esaltare un regime che procurò morte e sofferenza per anni in tutto il mondo, e senza mai pentirsene.

Le pioniere avevano messo in scena stili di vita, sogni e valori, storie al femminile, drammi sociali che enfatizzavano la differenza sessuale nei ruoli maschili e femminili, dando la possibilità al pubblico e soprattutto quello femminile di guardare dal di fuori, come spettatrici, il proprio mondo, rendendole “soggetto attivo di sguardo, invece che oggetto passivo di strategie d’identificazione”, come sostiene la critica Veronica Pravadelli.

Il cinema delle registe-pioniere stimolava il pubblico femminile verso un’esperienza intellettuale, un aspetto non marginale rispetto al processo di autoconsapevolezza del percorso di emancipazione e soprattutto le donne aiutavano altre donne attraverso il cinema, denunciando la condizione femminile nell’età del liberalismo delle democrazie liberali, quando l’uguaglianza dei diritti e i ricoscimenti erano lontanissimi. Ci fu un lungo periodo di assenza femminile dalla regia, di perdita di memoria, perché il capitalismo non rischiava i suoi investimenti con le donne director, che sperimentavano linguaggi e raccontavano la società anche negli aspetti più difficili. Soltanto negli anni ’70 con il femminismo le donne iniziarono a ricercare, a studiare la storia sommersa delle donne e riportare alla luce quello che era stato volutamente disperso. Con l’affermarsi del cinema autoriale si sono riaffacciate donne straordinarie nel cinema mondiale e in Italia due registe molto diverse hanno conquistato la ribalta internazionale: Lina Wertmüller e Liliana Cavani; autrici dai talenti diversissimi: la prima ha appena ricevuto l’oscar alla carriera a 92 anni, dopo film indimenticabili e un’importante produzione televisiva; aveva iniziato come aiuto regista con Fellini ne “La dolce vita” e “8 1/2”; con lo pseudonimo Nathan Witch ha girato anche film western all’italiana, inoltre ha lavorato a regie teatrali, opere liriche e ha firmato moltissime sceneggiature. Nel 1962 l’esordio alla regia e alla sceneggiatura con i “I basilischi”, un racconto grottesco che fotografa la realtà provinciale e accidiosa della borghesia meridionale che sonnecchia apatica nelle abitudini di comodo di classe privilegiata, mentre i poveri sono costretti all’immigrazione al nord. Negli anni’70 conquistò il pubblico con film dai titoli lunghissimi: “Mimì metallurgico ferito nell’onore”, “Film d’amore e d’anarchia-Ovvero stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…”, “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”, “Pasqualino settebellezze”, per il quale è stata la prima donna ad avere la nomination all’oscar. Film amati dal pubblico anche all’estero, veri e propri cult, spesso con la coppia G. Giannini-M. Melato, dove s’intrecciano temi sociali, di costume, fatti storici che pur caratterizzandosi con la comicità della commedia italiana, esprimono l’arte della ricreazione con autorialità, eleganza e sorpresa.

Autrice completamente diversa la Cavani, un’intellettuale spesso scomoda, che ha subìto la censura per i temi affrontati senza reticenze, i suoi film hanno avuto grande distribuzione internazionale e alcuni sono ormai dei cult-movie, esprimendo un’arte d’impegno contro ogni forma di autoritarismo e abuso di potere. La sua carriera iniziò con importanti documentari e inchieste socio-politiche per la RAI, tra cui “La Storia del Terzo Reich”, “La donna nella Resistenza”, “L’età di Stalin”, una collaborazione duratura nel tempo; infatti la RAI ha prodotto molti dei suoi film, che hanno sempre affrontato tematiche scomode e controcorrente. Ha coltivato fin dagli esordi un grande interesse per la figura di Francesco d’Assisi, girando bel 3 film, iniziando nel’66 con una serie televisiva, da cui fu tratto un film, nell’89 “Francesco” con Mickey Rourke e l’ultimo con la mini-serie per la RAI nel 2014. La Cavani ha dichiarato che riuscì a girare il primo lavoro sul Santo, accettando la proposta di Angelo Guglielmini, grazie alla sua educazione laica e al romanzo agiografico di Paul Sabatier, che la fece innamorare del pensiero straordinariamente libero di Francesco d’Assisi. In concorso a Venezia fu apprezzato come opera esordiente, ma la RAI lo trasmise solo dopo tre anni, grazie a monsignor Angelicchio, direttore del Centro Cattolico Cinematografico, che aveva anche sdoganato “Il vangelo secondo Matteo” di Pasolini, nonostante le interpellanze parlamentari della destra fascista. La Cavani si appassionò ad altre tematiche, che furono il motore dei sui film, come il conflitto tra scienza e religione in “Galileo”, opera asciutta, austera e perfetta nella sua narrazione didascalica, ripercorrendo lo spirito galileiano della diffusione della conoscenza nel clima della Controriforma; ma la RAI non ha mai avuto il coraggio di trasmetterlo. Nel ’69 ne “I cannibali” rivisitò in chiave moderna “Antigone” di Sofocle, una metafora del conflitto tra pietà e legge di quegli anni; nel ’71 affrontò il tema dei manicomi-lager con “L’ospite” dove la protagonista è una donna, Lucia Bosè, che tenta di reinserirsi nella società dei “sani”; ancora una tematica nuova con “Milarepa” il mistico dell’XI sec. dopo la lettura dei classici della letteratura tibetana. Ma fu nel ’72 che sconvolse le platee con “Portiere di notte”, mettendo in scena il rapporto “vittima-carnefice” nei lager nazisti, creando un cult-movie che la censura in Italia perseguitò ritirandolo 3 volte dalle sale. Nel ’77 affrontò ancora una volta temi filosofici: “Al di là del bene e del male”, ispirato dall’omonima opera di F. Nietzsche, focalizzando il rapporto tra il filosofo, Lou Andreas Salomè e Paul Rée; nell’81 “La pelle”, di cui colse lo spirito del romanzo di C. Malaparte, così spregiudicato nel racconto della liberazione di Napoli senza alcuna retorica per i “liberatori”. Ha anche affrontato marginalmente nei suoi film, da donna libera e pensante, il tema dell’omosessualità, ma nel raffinato ed estetizzante “Interno berlinese”, ne fa la centralità del racconto con la torbida storia di passioni mortali, potere, corruzione dei sentimenti nel contesto della Germania nazista; il film verrà censurato, come molti suoi lavori e mai così esplicitamente era stata mostrata l’omosessualità femminile. Con “Il gioco di Ripley” si è cimentata di nuovo nella letteratura con il romanzo “L’amico americano” di Patricia Highsmith, che anni prima aveva ispirato anche Wim Wenders.

Per la sua appassionata ricerca sull’autenticità dei drammi umani nel suo racconto cinematografico ha ricevuto molti riconoscimenti: la laurea Honoris causa in Scienze della comunicazione dall’Università LUMSA di Roma, il premio Federico Fellini, il David alla carriera e nel 2018 il Premio R. Bresson patrocinato dal Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede e dal Pontificio Consiglio della Cultura, riconoscimento che va ai percorsi di ricerca del significato spirituale dell’esistenza… e proprio a lei una regista “scandalosa” per la censura italiana. Inoltre si è dedicata alla regia di opere liriche internazionali e ha continuato a lavorare in produzioni Rai per biopic su De Gasperi e Einstein ed ha anche affrontato il tema della violenza sulle donne con “Troppo amore” nella serie televisiva “Mai per amore”. Nel panorama internazionale, altre donne di raffinata cultura, registe straordinarie, capaci di coinvolgenti narrazioni filmiche, come Margarethe von Trotta, Jane Campion, Sally Potter, approfondiscono aspetti storico-sociali, artistico-musicali-coreutici-letterari della dimensione umana.

Margarethe von Trotta, esponente del nuovo cinema tedesco ha sempre realizzato lavori politicamente impegnati, indagando tra la dimensione pubblica e la sfera privata, preferendo le donne, scegliendo personaggi femminili forti, determinati, coraggiosi nella lotta contro un sistema sociale maschilista e capitalista che le vorrebbe relegare negli addomesticati ruoli di mogli, madri e oggetti sessuali, esplorando le motivazioni psicologiche ed anche stabilendo un percorso privilegiato con le sue attrici, in particolare con Jutta Lampe e Barbara Sukova.  Tra i film più noti al pubblico ricordiamo: “Anni di piombo” dell’81, Leone d’oro a Venezia, ispirato dalla vicenda delle sorelle Christiane e Gudrun Ensslin e della morte sospetta dei componenti del gruppo terrorista Rote Armee Fraktion, dentro un racconto sobrio ed equilibrato; “Rosa L.” dell’86, film dedicato al pensiero e alla vita della rivoluzionaria marxista Rosa Luxemburg, di cui tratteggia la personalità dopo aver letto le 2500 lettere scritte dalla donna nella sua breve vita; “Rosenstrasse” del 2003, ambientato durante il nazismo, racconta la vicenda delle donne ariane sposate con ebrei tedeschi arrestati e spariti nel nulla; “Hanna Arendt” del 2012, film girato in tre lingue: inglese, tedesco ed ebraico con filmati originali, che racconta l’esperienza della filosofa e giornalista, inviata a Gerusalemme al processo contro il nazista Eichmann, da cui scaturirà tra molte polemiche il libro “La banalità del male”; “Vision” del 2009, in cui in un’atmosfera viscontiana, racconta la figura di Hildegard von Bingen, monaca del XII secolo, grande studiosa con un approccio rivoluzionario umanista e femminista verso la fede, ma che solo nel 2012 è stata riconosciuta dottore della Chiesa da Papa Benedetto XVI. Sally Potter e Jane Campion esprimono linguaggi espressivi cinematografici diversi: la prima porta nei suoi film la passione per la sua musica, la danza, la letteratura e tra le sue opere più note al pubblico, “Orlando” del 1992, liberamente tratto dal romanzo di V. Woolf , di cui cura la sceneggiatura e la musica, con particolari ambientazioni in ben tre continenti per attraversare la narrazione di 3 secoli; in “Lezioni di tango” del 1997, dirige se stessa, balla sulle arie di Piazzolla, Gardel e canta, firma anche la sceneggiatura e le musiche. Un film avvincente, dove il tango sembra primeggiare in uno splendido bianco e nero che ci immerge nella Buenos Aires del tango, ma il film è la metafora dei rapporti uomo/donna: nel tango è l’uomo a condurre e la donna segue; lo notò Tullio Kezich che scrisse che il film sfidava le regole del cinema e del tango, perché c’era una donna alla regia e la storia racconta la relazione tra la regista/attrice/ballerina, che non accetta di “essere condotta” né nel ballo, né nella vita, dal ballerino protagonista Pablo Veron.

Jane Campion, espressione di un cinema colto, ma anche fruibile dal grande pubblico, la ricordiamo per gli indimenticabili: “Un angelo alla mia tavola” del 1990, Gran premio della giuria a Venezia, che racconta la storia della scrittrice neozelandese Janet Fame, che patì la violenza del manicomio, ma che fu salvata dalla lobotomia dai suoi libri; “Lezioni di piano” del 1993 Palma d’oro a Cannes (unica donna), di cui firma anche la sceneggiatura premio oscar, le cui scene sono dei “cult” indimenticabili; con “Ritratto di signora” del 1996, tratto dall’omonimo romanzo di Henry James, conferma la passione per la letteratura e alcune figure femminili; nel 2008 “Bright star”, il racconto della storia d’amore, romantica e tragica, tra il poeta inglese John Keats e Fanny Brawne, dove poesia e pittura sono parte essenziale della narrazione; notevole anche la miniserie televisiva “Top the lake” del 2013, di cui è sceneggiatrice e director con Garth Davis, un thriller ambientato in una suggestiva e tenebrosa Nuova Zelanda.

Il cinema contemporaneo vede ancora le registe in minoranza, rispetto agli uomini, con la proporzione che su 100 nel mondo, 12 sono donne e in Italia 7 su 100, sono donne; probabilmente esiste ancora un pregiudizio sociale che porta alla discriminazione come accesso alla formazione, considerando la regia come un lavoro creativo e direttivo per uomini… mentre per le donne, persiste un immaginario collettivo che prende in considerazione la bellezza, il fascino pensandole solo come attrici. La strada delle pari opportunità e dell’emancipazione è sempre in salita.

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