Appunti per un confronto tra comunisti

Hammer_and_sickle.svgda http://www.marx21.it

di Ezio Grosso, Federazione PCdI Torino

Per la nostra “tribuna” sul ruolo e le prospettive dei comunisti in Italia, il contributo del compagno Ezio Grosso

A premessa, un sincero e sentito ringraziamento alle compagne ed ai compagni che hanno duramente lavorato alla stesura di questo documento congressuale, per la chiarezza del linguaggio, l’esposizione puntuale e sintetica, ed inoltre  la felice scelta metodologica di sviluppare per tesi un discorso che, dovendo necessariamente spaziare dalla storia mondiale dell’ultimo cinquantennio alla contemporaneità della società italiana, in altra stesura avrebbe dovuto essere sviluppato in modo più complesso, dispersivo e di meno agevole lettura.

Però il fine dell’analisi di un documento politico, specie se preparato per un congresso fondativo, non può certo limitarsi a valutazioni estetico-semantiche, ma deve necessariamente  assumersi responsabilità critiche e, questo, nel solco della nostra miglior tradizione storica di confronto dialettico.

Proprio in base a questa considerazione, ritengo limitante il rinchiudere, tanto più alla luce della sua finalità, l’analisi storica tra quelle solide mura della tradizione PCI che abbiamo presentato praticamente a tutti i congressi passati, evitando, forse per il timore di aggiungere qualche pagina ad un documento già prolisso, di sottolineare e contestualizzare le logiche geostrategiche che hanno indirizzato, e continuano ad indirizzare, l’evoluzione mondiale.

Forse, sarebbe stato meglio evidenziare la vera ragione delle spinte belliciste (in assoluta controtendenza rispetto all’opinione pubblica USA) di Roosevelt in politica estera negli anni ’40, proprio nel momento in cui il new deal stava cominciando a mostrare i suoi limiti nel rilancio dell’economia, nella consapevolezza che il ricorso ad un economia di guerra, tanto più in un paese autosufficiente, sia dal punto di vista industriale sia alimentare, praticamente irraggiungibile per i mezzi bellici dell’epoca e quindi immune da danni, avrebbe consentito la definitiva uscita dalla crisi e innescato una crescita economica di tale entità da porre le premesse per la creazione di un nuovo ordine mondiale.

D’altra parte non dobbiamo trascurare, al di là di qualunque suggestione di derivazione attuale, che la scuola keynesiana si è sempre e solo proposta di indirizzare il capitalismo (al contrario delle scuole liberiste) ad una visione razionale e guidata dell’economia, ma certo non al suo superamento. In effetti, che il new deal fosse ormai obsoleto ed in via di progressivo abbandono perché non più necessario all’economia statunitense, lo dimostra abbastanza chiaramente la scelta dollarocentrica, in netta contrapposizione alle proposte di Keynes volte a creare una valuta di scambio condivisa a livello mondiale, uscita dalla conferenza di Bretton Woods.

rappresentato il laboratorio economico ideale per sperimentare un’ipotesi liberista non ortodossa (rispetto a quella anglosassone), che poneva al centro la funzione dello stato (inteso in senso hegeliano, ossia basato su valori fondanti quali famiglia, comunità, religione, tradizione, ecc.) quale agente attivo nel privilegiare l’impresa privata a discapito del pubblico e salvaguardare la concorrenza.  Quest’impostazione è stata la bibbia economica della Repubblica Federale ed è tuttora il modello imposto alla UE.

Nemmeno da trascurare il dettaglio che l’angelo tentatore del piano Marshall, magari senza grosse speranze di successo, è stato reiteratamente proposto anche all’Unione Sovietica.

Da sottolineare che tale conferenza si è tenuta nel luglio del 1944, ovviamente senza sapere con certezza che la guerra si sarebbe conclusa all’incirca un anno dopo.

Eventi storici successivi, a partire dalla conferenza di Jalta, dovrebbero essere ricondotti  alle logiche politiche e diplomatiche che hanno precorso questo punto di svolta cruciale.

Quindi, al di là delle nebbie propagandistiche e dei possibili errori di valutazione (che sempre ci sono, e ci sono stati, pensiamo solo alla fallita scommessa su Ciang Kai-scek in Cina), nessuno sano di mente potrà mai affermare che gli analisti (anche solo) dei governi alleati non sapessero quali scenari avrebbero dovuto affrontare nel loro futuro prossimo.

Non era un mistero per nessuno che l’Europa e l’Unione Sovietica sarebbero uscite più o meno distrutte e, comunque, in ogni caso da ricostruire, dopo quasi sei anni di guerra combattuta sul  loro territorio, come non era un mistero che il contributo anglo-americano era stato molto meno determinante, su questo fronte, di quanto poi propagandisticamente divulgato, e che l’economia statunitense, una volta finita la produzione bellica, si sarebbe trovata in una condizione di enorme sovrapproduzione.

Perciò, il piano Marshall è da leggere quale investimento necessario alla riconversione civile dell’industria USA ed alla creazione di un grande mercato di sbocco per le merci, in sintesi, l’adozione di una politica neocoloniale, da armonizzare, paradossalmente, nel processo di decolonizzazione, a sua volta necessario per sottrarre il mondo emergente e delle materie prime al controllo dei vecchi imperi coloniali.

Ed in linea con quest’impostazione mercantilistica anche la repentina spinta alla reindustrializzazione tedesca (in un primo tempo aborrita e poi giustificata con la guerra fredda), la costituzione di un’area di libero scambio per le materie prime nell’Europa continentale e tutti quei passaggi ben conosciuti che hanno condotto alla NATO, al MEC ecc. e ritengo inutile, in questa sede, esporre in dettaglio.

Ma da non trascurare il significato della plateale, spregiudicata e intimidatoria esibizione dell’arma atomica a Hiroshima e Nagasaki, e le “capriole” diplomatiche alla conferenza di pace, forse più a beneficio degli alleati anglo-francesi che non all’URSS; la sostituzione per le elezioni del ’45 del candidato alla vicepresidenza Wallace, l’unico dell’amministrazione che forse credeva veramente nel new deal, con un Truman oscuro, ma forse proprio per questa ragione, molto più gradito alle lobbies economiche; la genesi delle costituzioni europee dei paesi più importanti, in particolare di quella tedesca che, a differenza di quella francese ed italiana, è stata completata (sotto tutela) solo negli anni ’50, e rappresenta l’esempio più marcato dall’imposizione del modello liberistico, anzi, di quella particolare visione liberista (ordoliberismo, ossia liberismo ordinato) riesumata dalle ceneri della scuola euleniana di Friburgo.

Il caso della Germania merita un’attenzione particolare perché, distrutta ed occupata, ha ll’ottundimento derivante dall’adozione generalizzata di questa neolingua, ma sappiamo anche che il vecchio volantino, il giornalino autoprodotto ed il lavoro porta a porta non potranno mai essere abbandonati, e di questo credo ne sia perfettamente conscio chiunque abbia alle spalle qualche anno di esperienza politica e, proprio in virtù di questa, è poco propenso a lasciarsi tentare da suggestioni che non mostrino di essere saldamente ancorate a terra, tanto più ora, nel momento in cui le risorse umane e finanziarie del Partito sono talmente esigue da rendere surreale, anche solo l’ipotesi, di una capacità organizzativa avvicinabile a quella che fu del PCI.

Da ora in poi tutto quello che verrà, sarà futuro, per noi e per il Partito Comunista Italiano.

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